Il democraticidio di uno Stato e lo sterminio di un popolo

Tutto si complica, diventa molto difficile in tempi di guerre regionali su scala globale. Ogni cosa, ogni parola, persino ogni sguardo riluce di un doppiofondo che si tende ad...

Tutto si complica, diventa molto difficile in tempi di guerre regionali su scala globale. Ogni cosa, ogni parola, persino ogni sguardo riluce di un doppiofondo che si tende ad intravedere, a scorgere perché la sincerità, la verità dei fatti è labile, scarna, priva di una aderenza rispetto a ciò cui si assiste dalle tante immagini di crateri che i missili e le bombe tracciano come circonferenza imperfette di una morte che sta sempre più al qua della Striscia di Gaza, dentro il perimetro fortificato, militarizzato, pieno di civili che diventano cadaveri, di bambini il cui viso è grigio della morte che tutto intorno è devastazione totale.

Proprio ieri ho visto, per caso, delle immagini su Instagram. Mi sono comparse senza che io le fossi andato a cercare. Erano pubblicate da una organizzazione internazionale non governativa insospettabile di poter fare parte della rete jihadista o di Hamas legata ai crimini compiuti il 7 ottobre in territorio israeliano.

La videocamera di un telefonino fa una sorta di piano sequenza. Non c’è montaggio, quindi la scena non è tagliata e scorre… Scorre nel mostrare un orrore quasi indicibile. Sopra due barelle della Mezzaluna rossa ci sono i cadaveri di quattro bambini. Hanno sulle piccola gambe emaciate scritti i loro nomi in arabo.

Sulle guance e sulle magliette che indossano dei fori grossi ben visibili. Sangue un po’ ovunque. La rigidità cadaverica ne mostra tutta intatta la sofferenza che li ha colti al momento degli spari, dei colpi deflagranti.

Le piccole teste sono rivolte all’indietro, come a voler sfuggire per l’ultimo istante ad una morte inaspettata. Perché anche se ovunque intorno a te c’è la guerra, è impensabile che tu, bambino, possa esserne preda. Chi sta attaccando la tua terra, la tua famiglia, chi minaccia la tua esistenza è uno Stato democratico.

Ed uno Stato democratico come Israele può fare quello che ha fatto Hamas il 7 ottobre 2023, uccidendo a sangue freddo intere famiglie, sterminando donne, anziani, bambini in fasce o che, semplicemente, giocavano per i sentierini un po’ bucolici dei kibbutz ai margini della Striscia di Gaza? Può uno Stato democratico toglierti l’acqua, il cibo, i beni essenziali con cui sopravvivere, lasciandoti giorno e notte al buio, senza più la possibilità di curare i malati, di far partorire le donne, di dare soccorso ai feriti dai bombardamenti che non cessano un giorno, che non danno nessuna tregua?

Può uno Stato democratico superare la soglia della giustizia, di quella ricerca dei criminali di Hamas, che nessuno al mondo gli avrebbe contestato, a parte gli amici stessi dell’organizzazione islamica, e sprigionarsi come quintessenza della vendetta ammazzando una intera popolazione, lasciandola marcire sotto le macerie di un paesaggio in cui si fa fatica a riconoscere terra da terra, polvere da polvere, vita da morte? E’ democratico uno Stato che non distingue tra terroristi e popolazione civile e sferra un attacco senza soluzione di continuità contro l’intera Gaza?

E’ democratico uno Stato che irride le Nazioni Unite, non ne rispetta le risoluzioni ormai da decine di anni, si fa beffe della comunità internazionale che, nonostante tutto, lo serve e lo riverisce come potente alleato proprio della democrazia liberale occidentale, come “bastione” proprio dei valori di libertà, uguaglianza, pluralismo, critica, dissenso, opposizione in un Medio Oriente dove tutto questo è praticamente terra di nessuno, estraneità allo stato puro?

Qual’è la concezione di democrazia che ha il governo di Netanyahu? Quella in cui una riforma della giustizia  pretendeva di mettere la magistratura praticamente al servizio del governo, sotto il suo controllo? Se è questo il modello di democrazia delle destre israeliane, sarebbe bene andarsi a rivedere tanto l’idea di potere popolare che avevano i greci antichi quanto quella descritta dalla Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Mille e mille volte tradita, come tantissime altre costituzioni di Stati che si celebrano ogni giorno come esempi di progresso e di civiltà mentre torturano i loro prigionieri, costruiscono nuove carceri, adottano nuovi programmi di armamento per fronteggiare le sfide di un multipolarismo in cui la concorrenza in questa direzione è molto, davvero molto alta.

Qualcuno in televisione, giorni fa, ha, col piglio tanto dello storico quanto del giornalista attraversato dalla saggezza del tempo che ha vissuto, si è sentito in diritto di affermare, molto placidamente, che Gaza dal 2005 era praticamente libera. Anzi, lo era proprio. Tocca darsi un pizzicotto per vedere se davvero si sta sognando, se si è tra le braccia di Morfeo anzitempo, prima che la notte cali su un Occidente anestetizzato dalla propaganda dicotomica tra amici della democrazia da un lato e solo terroristi dall’altro.

Poi, dopo che il pizzicotto te lo sei dato, e scopri di essere sveglio e ben desto, ti rendi conto che si possono, dentro la cornice di una mistificazione storica che viaggia sulle rotaie di un convoglio revisionista viziato da una partigianeria politica di lungo corso, affermare verità che sono l’esatto contrario di quello che è avvenuto nel corso di questi ultimi vent’anni a Gaza e nei Territori occupati. Che, del resto, si chiamano così perché dal 1967 sono letteralmente sotto il dominio di Tel Aviv e non si muove foglia che non lo voglia Israele.

Forse i gazawiti non dipendevano dallo Stato ebraico per rifornimenti, permessi di ingresso degli stessi dai valichi di frontiera? Forse non dipendevano da Israele per luce, gas, acqua, per il permesso di navigare, di pescare? Forse non sono stati costretti dal 2005 in poi a vivere dentro la Striscia senza la possibilità di uscirne e rientrarne a loro discrezione, così come qualunque cittadino israeliano entra ed esce da Israele, viaggia ovunque nel mondo?

Si può veramente lucidamente dire che Gaza era libera dal 2005? Libera da che cosa? Solo dagli insediamenti coloniali fatti spostare da Sharon; libera solamente di vivere come un grande campo di reclusione in cui la vita era concessa da Israele e non organizzata secondo la libera espressione di un popolo veramente libero.

Non ha forse il governo di Netanyahu sostenuto a suo tempo Hamas in funzione anti-OLP prima e anti-ANP poi, per indebolire quell’embrionalissimo germoglio di Stato di Palestina che sarebbe potuto nascere e che avrebbe avuto il suo pieno riconoscimento internazionale?

Tutto questo è davvero possibile declinarlo in chiave democratica, dicendo che, tutto sommato – perché questo è il concetto che si vuole far passare tanto in televisione quanto sui giornali della sera – Israele è stato fin troppo magnanimo nei confronti di Hamas (e questo è certamente vero) e, più latamente, nei confronti dell’intero popolo palestinese? Settemila morti e quasi ventimila feriti gravi non sono sufficienti ad una democrazia per riappianare i conti del proprio governo di fanatici religiosi e sionisti inveterati che odiano i palestinesi tanto quanto gli jihadisti odiano ebrei ed israeliani?

No, non lo sono. Perché qui non si tratta nemmeno dei cinici calcoli di un governo che, d’accordo con il suo esercito, decide di trovare i terroristi di Hamas e di aiutare i palestinesi e liberarsene. Qui l’intento, giorno dopo giorno, appare sempre più per quello che è: farla finita una volta per tutte con la questione dei due popoli – due Stati e, quindi, con l’idea stessa che possa crearsi una convivenza tra arabi e israeliani che, quindi, contempli implicitamente uno scambio sociale, culturale, anche economico.

Israele, per quel che il governo lo rappresenta, oggi è l’emblema di una democrazia autoritaria, repressiva, dominante, imperialista, che ha praticato un sistematico apartheid del popolo palestinese per decenni e che, oggi, ne pianifica un vero e proprio genocidio. Israele, così facendo, insulta la sua stessa memoria: quella della sua nascita da una tragedia unica nella storia tribolata dell’umanità. Israele uccide e non fa giustizia. Assassina e non cerca la verità per il 7 ottobre. Stermina e non vuole colpire chirurgicamente laddove Hamas si nasconde.

Tanto più che l’iperbolica reazione di guerra è inversamente proporzionale anche al crimine perpetrato dagli jihadisti e dalle Brigate al-Qassam e, mentre passano le ore e i giorni, mentre i cumuli dei cadaveri aumentano, tutto l’orrore sparso pone quasi in secondo piano le ragioni della reazione israeliana. Più l’attacco seppellisce con Hamas la popolazione di Gaza, meno è correlabile quello che avviene con quanto è accaduto nei kibbutz e nel deserto dove si teneva il rave party. L’invasione di terra completerà un quadro omicidiario già delineato.

Metà della Striscia di Gaza è un deserto che qualcuno oserà chiamare pacificazione della stessa. L’altra metà è la plastica rappresentazione di una emergenza umanitaria smisurata. Due milioni di civili senza niente altro se non l’odore della morte intorno e il mare davanti.

Due milioni di persone dove sono decine di migliaia le donne che dovranno partorire nelle prossime settimane, dove un quarto sono bambini e ragazzi, dove, come in ogni comunità, vi sono anziani, malati, la gente più diversa e dai mille bisogni. Ma di cui ci si ricorda solo quando il numero della tragedia è enorme.

Quando i morti sono migliaia. Quando i feriti sono decine di migliaia. Il progetto di Netanyahu, che l’esercito e l’aviazione israeliana eseguono ed eseguiranno, è un tentativo di mettere a tacere del decenni la questione palestinese con una desertificazione tanto materiale quanto civile e morale di Gaza.

Nei piani del primo ministro probabilmente c’è anche un tentativo di salvarsi in extremis dal tribunale dell’opinione pubblica che lo ha ormai in odio e che gli preferirebbe Benny Gantz. Un generale che, seppure oppositore dell’attuale premier, oggi nel nome del gabinetto di guerra siede fianco a fianco dell’intero Likud nelle stanze dei bottoni.

Likud che è attraversato dagli stessi malumori popolari. Ma, nel nome dell’odio nei confronti dei palestinesi, ogni differenza oggi è messa da parte. Tutto è rimandato a dopo le altre migliaia e migliaia di morti che l’esercito dello Stato ebraico farà nella Striscia, al psuedo-dopo clima di terrore che già vige a Gerusalemme est e laddove vive quel mezzo milione di coloni nei Territori occupati. Già il fatto di parlare di “colonizzazione” dovrebbe dirla lunga sul reale intento di Israele in tutti questi lunghi anni di oblio del grande problema palestinese nella polveriera mediorientale.

Ma le parole se le porta il vento della propaganda oggi. Dall’una e dall’altra parte. Con israeliani e palestinesi in mezzo. E se da un lato della barricata c’è uno Stato democratico che muore, dall’altro lato c’è un popolo intero che si accascia in terra al fischio delle bombe. Comunque la si guardi, la tragedia è all’inizio. Il peggio, ammesso che possa ancora essere immaginato, deve ancora venire.

MARCO SFERINI

27 ottobre 2023

foto: screenshot ed elaborazione propria

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