L’asse delle destre neonazi-onaliste nel liberismo moderno

Ormai poco importa che Bolsonaro, dal suo rifugio floridano, tra una serie di dolori addominali e ricoveri ospedialieri, smentisca, nemmeno poi tanto enfaticamente, di essere stato quanto meno l’ispiratore...

Ormai poco importa che Bolsonaro, dal suo rifugio floridano, tra una serie di dolori addominali e ricoveri ospedialieri, smentisca, nemmeno poi tanto enfaticamente, di essere stato quanto meno l’ispiratore dell’assalto dei suoi sostenitori ai palazzi della democrazia costituzionale brasiliana.

La matrice del tentativo di sovvertimento delle istituzioni è quella che il bolsonarismo ha portato avanti in tutti questi mesi. Un movimento che, ugualmente a quello QAnonista, sovranista e trumpista che invase il Campidoglio della Repubblica stellata, non ha capi propriamente visibili, espressi in una foga masanielliana un po’ da arruffapopoli, provvisoria, in attesa che riesca l’operazione e il presidente sconfitto torni ad essere, golpisticamente, nuovamente tale.

C’è, quindi, da chiedersi – tra le tante domande ch è necessario porsi – se, oltre alla somiglianza nettissima tra Capitol Hill e Planalto, sussista una qualche forma di indirizzo politico, di coordinamento tra le destre apertamente autoritarie, reazionarie e fasciste che mettono in discussione le fondamenta delle grandi democrazie e, quindi, ipotechino il loro destino ad una sorta di riconsiderazione delle stesse come espressione di governo adatta ai tempi.

La folla bolsonarista rivendica esplicitamente l’intervento dei militari, quindi un colpo di Stato che riporta il Brasile prima del 1988, prima della Costituzione che un manifestante ruba dal palazzo della presidenza della Repubblica e mostra al mondo: non un richiamo ai valori che vi sono contenuti, bensì uno sfregio in diretta televisiva, urbi et orbi, per mostrare a tutti che è carta straccia e che la si può mettere da parte.

Il codice penale brasiliano appella coloro che hanno invaso i palazzi dei Tre poteri come “terroristi”: non è una esagerazione. Le immagini hanno mostrato l’esatta ripetizione del copione vissuto a Washington due anni fa. Violenza totale, devastazione, saccheggio, disprezzo per qualunque simbologia, esibizione della bandiera nazionale accompagnata da cartelli e striscioni che inneggiavano a Bolsonaro e all’esercito.

Proprio il ruolo delle forze armate rimane, al momento, una delle discriminanti principali: forse quella determinante che, per come si è svolto il tutto, hanno permesso a Lula di riorganizzare l’azione del governo e rispondere al tentativo di golpe.

Televisioni e giornali italiani hanno, già dal giorno dopo, minimizzato l’accaduto: si è trattata di una manifestazione sfuggita di mano, di un lungo corteo autorizzato che, invece di marciare composto e di protestare democraticamente, ha deciso di penetrare violentemente nei tre luoghi simbolo della democrazia.

L’imbarazzo regna sovrano nell’Italia dei sovranisti e della conservazione post-fascista: il governo biasima tutto questo, e tuttavia le dichiarazioni ufficiali esprimono solidarietà alle “istituzioni brasiliane

. Non ce la fanno proprio ad pronunciare il nome del presidente di sinistra, del presidente progressista che sta provando a rimettere in connessione una America Latina che non resti compressa tra il giganteggiare della mai completamente superata “dottrina Monroe” e l’ingresso sulla scena mondiale – ormai da decenni – del colosso cinese.

Lula non è Biden, mentre Trump e Bolsonaro si somigliano veramente tanto; così tanto da scivolare entrambi in una indistinguibilità di posizioni politiche che dettano una visione del mondo legata al trittico “Dio, patria, famiglia” nella sua declinazione più retriva possibile.

Non meno che in Brasile, anche negli Stati Uniti le chiese protestanti hanno avuto un ruolo non di poco conto nel sostenere il rigurgito conservatore del trumpismo e nel fomentare il ritorno ad una società familistica, fondata sull’esatto opposto del riconoscimento di differenze sociali, civili e morali che, a partire dal suffragettismo del primo novecento, hanno viaggiato di pari passo con uno sviluppismo economico trainante.

Non sempre il capitalismo ha sostenuto il progressismo culturale e civile di un paese.

Soprattutto se si è trattato di un grande paese, di un complesso apparato istituzionale fatto di pesi e contrappesi, dovendo mediare tra l’esigenza di avere il sostegno delle classi agiate sul terreno della sovrastruttura politica e mantenere una sorta di pace sociale tra quelle proletarie che, a ben vedere, hanno innescato le rivolte giustamente più esigenti e radicali: dai diritti umani, da una vera abolizione della schiavitù e del pregiudizio razziale al riconoscimento della naturalità dell’omo-bi-transessualità e di tutti i diritti LGBTQIA+.

Trump e Bolsonaro, in questo senso, rappresentano quanto di più lontano si possa trovare sul piano politico come trasposizione di un conservatorismo economico fatto di autarchismo, di esaltazione neonazi-onalistica e di primazia di nascita, di uno ius sanguinis rispetto ad uno ius soli, per evitare quella “sostituzione etnica“, quell'”imbastardimento della razza” che non è reso così esplicito nelle parole dei leader ma che serpeggia nei loro uditori, che va per la maggiore sui social e che diventa una pietra fondante di una moderna ideologia xenofoba.

Quando la democrazia viene messa in pericolo da un legame tra liberismo economico e conservatorismo neoautoritario di questa fatta, ad essere in discussione non è soltanto un sistema di governo degli Stati, ma più ancora una società che pensava di aver oltrepassato il limite non più rivalicabile del ritorno al passato.

Sarebbe riduttivo bollare come “fascismo” tutto questo e sarebbe anche improprio: perché il salto di qualità che trumpismo e bolsonarismo fanno, nel disporsi come alternative alla crisi delle democrazie, è principalmente basato su una congiuntura strutturale globale, su una crisi economica che è crisi di sistema e che, con una risposta decisa, unilaterale, senza più tanti lacci e lacciuoli parlamentari e discussioni, intende sovvertire l’equilibrio, il compromesso tra grande capitale e princìpi liberali pure tradotti in chiave nettamente liberista.

La democrazia non ha oggi un volto solo da mostrare in contrapposizione alle pulsioni reazionarie viste a Washington e a Brasilia.

La democrazia può assumere le sembianze del sovranismo e del nazionalismo di alcuni paesi di Visegrad oppure dell’esprimento fratellitaliota italiano al governo. Oppure può avere i tratti del liberismo macronista, molto vicini a quelli del merkelismo d’un tempo. Oppure, ancora, assumere le fattezze del governo socialista di Sanchez in Spagna o di Scholz in Germania.

Tutte queste formazioni governative sostengono di riconoscersi in uno schema democratico: sostengono di accettare la dialettica parlamentare, l’espressione del voto, la decisione popolare su chi debba governare un paese. E’ un punto di partenza, ma rimane altamente labile proprio per l’eterogeneità della composizione, per la differenza abissale che passa tra Orbàn e Sanchez, per estremizzare un po’ il concetto.

Mentre gli autoritarismi si somigliano impressionantemente. Ciò che accomuna le democrazie è la verosimiglianza che le forze politiche che vi si uniformano dichiarano accettare rispetto ai princìpi delle stesse. La fragilità degli impianti costituzionali è tanto più evidente nel momento in cui gli apparati democratici di uno Stato possono essere utilizzati dalle forze reazionarie per arrivare alla conquista del potere e gettare poi nell’angolo e nel disprezzo comune la democrazia medesima.

Il fascismo novecentesco ha operato in questo modo. In Italia ha estorto il potere con una forzatura politico-istituzionale che Gramsci vede molto bene, mesi e mesi prima della Marcia su Roma, quando analizza le differenze che intercorrono tra socialisti e fascisti.

Questi ultimi hanno potuto fare conto sulla collaborazione di una larga parte del funzionariato statale, su un sostegno della grande borghesia industriale, su quello di un “ceto medio” tutto da inventare e sul fanatismo di una parte della popolazione stanca, umiliata e depressa dalla “vittoria mutilata” alla insufficiente politica giolittiana in materia di riforme sociali.

I varchi che sono stati aperti allora, e che si aprono anche oggi, tra le faglie delle democrazie liberali ieri e liberiste oggi, hanno avuto una ampiezza tale grazie ad una doppia debolezza: politica ed economico-sociale. Il timore di un ridimensionamento notevole dei privilegi della classe dominante ha spinto la borghesia a scegliere soluzioni autoritarie piuttosto che un compromesso con il mondo del lavoro.

Se nel primo Novecento era il timore della rivoluzione proletaria ad atterrire l’industrialismo (ed era giusto che fosse così), oggi padroni e finanzieri hanno come primo interesse ansiogeno quello di contrastare gli stessi effetti globali del liberismo: è la concorrenza tra i giganti che spinge la politica ad essere rivolta al proprio ombelico nazionalista. E’ il tentativo di primeggiare sulle altre economie che muove le ragioni prime del conservatorismo.

A sostenere i settori politici più reazionari sono gli stessi ex imprenditori (come Trump) o ex militari (come Bolsonaro) che muovono da una crisi economica enorme, che investe miliardi di individui sfruttati, che intendono continuare a sfruttare e che, oggi come oggi, non hanno altra sponda politica se non i tentativi riformisti di una sinistra moderata che, tuttavia, va preservata come unico baluardo istituzionale verso questi signori della moderna reazione.

La sconfitta transcontinentale del movimento operaio, la non ricomparsa di una “Internazionale” di nuova concezione e modello, è non solo figlia della grande enormità sublime e tragica al tempo stesso del Novecento, che tanto ha dato e tanto ha tolto al proletariato di tutti i paesi, ma oggi è soprattutto espressione di una particolarizzazione proprio nazionale dello sfruttamento, pur nella oggettiva visione globale del mercato.

I grandi movimenti planetari si registrano a livello di lotte ambientali, di diritti umani e civili.

Manca purtroppo una connessione su grandi piattaforme rivendicative universali, su un progetto di alternativa di società che si dia delle nuove fondamenta su parole chiavi moderne, su concetti chiari e netti che siano tradotti in un sindacalismo ritrovato, in una unità di classe che possa riemergere attraverso un recupero di una criticità nei confronti del sistema economico che oggi viene fronteggiato soltanto da un timido riformismo.

L’accettazione del capitalismo come struttura globale, pur entro la critica anche forte del liberismo, non porta nulla di nuovo nemmeno per la stabilità delle democrazie.

Nessun regime politico, nessuno Stato, nessuna forma repubblicana può essere veramente “democratica” (e quindi “popolare“) se sopravvive dentro il contorno del mercato e del privato. Sarà sempre messa in discussione sulla base degli interessi e dei privilegi del capitale.

Per questo, il miglior modo per dare concretezza ad una difesa delle nostre costituzioni, delle nostre fondamenta democratiche, è sostenere la formazione di reti sociali che abbiano una coscienza del loro essere, dello sfruttamento cui ogni lavoratore è sottoposto e che non vedano nella semplice conquista del potere la fine, la soluzione di ogni problema politico e l’ultimo stadio della rappresentanza dei propri diritti.

Per arrivare a questo, ovvio, prima di ogni altra cosa occorre difendere l’idea di democrazia dentro una idea di società che si traduca nelle migliori riforme possibili in favore delle classi più deboli e disagiate.

Ma la sinistra non può fermarsi su questo limitare della sua storia, della sua politica. Deve e può andare oltre. Altrimenti sarà sempre possibile un ritorno al passato: autoritario, militare, conservatore e repressivo nei confronti di ogni tentativo di critica allo “stato di cose presente“.

MARCO SFERINI

10 gennaio 2023

foto: screenshot

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