L’eterno ritorno del “tira e molla” dei Cinquestelle

Quello che fa forse maliziosamente pensare che Giuseppe Conte stia giocando una partita finalizzata ad un risultato meramente elettorale, quando parla di voto intransigentemente contrario del Movimento 5 Stelle...
Giuseppe Conte

Quello che fa forse maliziosamente pensare che Giuseppe Conte stia giocando una partita finalizzata ad un risultato meramente elettorale, quando parla di voto intransigentemente contrario del Movimento 5 Stelle sull’alzamento delle spese militari fino al 2% promesso alla NATO dall’Italia, è il fatto che da tempo immemore le cifre messe nel bilancio dello Stato a riguardo sono sempre e soltanto salite.

E non di poco, ma, andando a spulciare proprio i dati degli anni in cui ha governato l’avvocato del popolo, con maggioranze semaforo a colori alterni, la spesa bellica italiana è aumentata ben del 17%, mentre nell’ultimo anno, prima che la guerra tra Russia e Ucraina divampasse, ha conosciuto un ulteriore rialzo – seppure più modesto – del 5,6%.

Da dove nasce allora tutta questa improvvisa contrarietà alle spese militari da parte dei Cinquestelle e del loro capo politico, rieletto con percentuali che nemmeno Putin si sogna di poter avere nella Russia dell’autocrazia oligarchica? Di sicuro non da un ripensamento politicamente inteso solo come tale, perché altrimenti si dovrebbe supporre, con altrettanta malizia (ma spesso ci si azzecca…), che al governo i Cinquestelle abbiano – ma giusto, giusto un pochino – cambiato i loro programmi elettorali con cui hanno ottenuto il 32% dei consensi e una sproporzionata forza in Parlamento.

Il doppiopesismo è una delle connotazioni più antiche del trasformismo politico – partitico dell’Italia novecentesca e, a quel che è dato vedere, una eredità che viene traslata nel nuovo millennio o, quanto meno, nel nuovo XXI secolo dove ognuno varrà pur sempre uno, ma dove le origini del M5S, le ragioni fondanti di una presuntuosa rivoluzione che si fermava all’anticastismo e allo sproloquio in piazza di un comico reinventatosi politico insieme a visionari e complottisti di varia specie, sono completamente scomparse, venute meno, consumate dalla vicinanza col potere, costrette a fare i conti con il pragmatismo istituzionale, con la responsabilità verso il realismo.

Non c’è, a dire il vero, una forza politica che possa vantare una tanto ammirevole quanto noiosa continuità con la propria coerenza, con i programmi dell’inizio, con la fondazione di sé stessa e con le ragioni che condussero a quel principio di nuova vita politica collettiva. Ogni partito, movimento, persino ogni setta laica o religiosa che sia, ogni raggruppamento sociale che intende darsi una struttura per lavorare al cambiamento di questa società e, quindi, influenzare la politica del Paese, finisce col contaminarsi inevitabilmente: sia stando su posizioni di critica nei confronti del potere, sia soprattutto raggiungendo quel potere e dovendo gestirlo in prima istanza, in prima persona.

Dunque, non si può rimproverare più di tanto a Conte ed al Movimento 5 Stelle di essere cambiati nel tempo. Tuttavia si può rimanere sorpresi da come, invece, siano divenuti l’esatto opposto di ciò che erano e avevano giurato di volere continuare ad essere.

La questione che riguarda la contrarietà del M5S alle spese militari è soltanto l’ultima di una lunga serie di cambiamenti che hanno cambiato altri cambiamenti: mutatis mutandis, avrebbero detto i nostri antichi padri romani; oppure, più appropriatamente, la frattura tra Conte e Draghi, che soltanto poche ore fa lasciava presagire una sorta di apertura di una specie maldestra di crisi di governo non gestibile al momento (o che il banchiere europeo non riesce a gestire, vista la sua salita al Colle per parlarne con Mattarella), può essere letta alla luce delle sagge parole di un caustico Giovenale: «Defendit numerus». In breve, significa che nei numeri c’è la sicurezza.

Confidare nella matematicità dei calcoli diventa la suprema lex per la salvezza propria: le elezioni politiche, guerra o non guerra, si avvicinano e bisogna fare i conti con scadenze che non sono procrastinabili, con lo sconvolgimento socio-economico che il conflitto sta portando e che aumenterà di mese in mese, se non si aprirà una fase di trattative vere dietro allo scudo di un cessate-il-fuoco che, al momento, pare davvero molto lontano.

Draghi dà, oltre tutto, l’impressione di navigare un po’ a vista, di voler tenere la maggioranza unita ma di non disprezzare nemmeno il dialogo con quella finta opposizione fratelliditaliota che, mutatis mutandis e «O tempora, o mores!», è trasformisticamente passata dall’acceso antieuropeismo al sostenere tutte le decisioni di Bruxelles in merito alla guerra.

Per carità di patria!, nessuno dubitava che neonazi-onalisti e sovranisti fossero a favore dell’aumento della spesa militaresca, a più ordine, sicurezza, fucili, bombe, mostrine, frecce tricolori e F35. E’ nel DNA del neofascismo, da sempre: la rudimentale mitologia del muscolarismo bellico fa parte dell’autoritarismo di ogni epoca. Più ancora del Ventennio mussoliniano e dei suoi scalcinati ma nocumentosi eredi.

Però, fatto salvo che si tratta di una grande ammucchiata in difesa degli interessi del grande capitale e del padronato italiano, della finanza di alto bordo, delle relazioni di questi profittatori con il resto del mondo, è possibile ancora avere un briciolo di sorpresa vedendo LeU e il PD approvare l’ordine del giorno di Fratelli d’Italia sull’aumento al 2% delle spese militari?

Forse non è più davvero consentito nemmeno sorprendersene, perché il fondo del fondo era già stato toccato da tempo: col renzismo, con i tentativi di stravolgere l’impianto costituzionale della Repubblica, con la collocazione del PD, senza troppi distinguo, nella grande famiglia del liberismo internazionale (ed europeo, quindi). Forse, sorprendersene, vuol dire aver sopravvalutato ancora una volta la differenza tra il programma civile e quello anti-sociale dei democratici.

E tutto questo fa il paio con le contraddizioni di un Movimento 5 Stelle spaccato a metà tra governisti – draghiani a tutto tondo (Di Maio in primis) e chi vorrebbe riportare alle elezioni politiche un pentastellatismo primitivo (nel senso temporale del termine), che guardi a quel sincretismo di critica pacifista, sociale, civile e ambientale che è stata indubbiamente fondante per il fenomeno populista italiano, ma che era anche l’incontro di una serie di sguardi non omologati tanto da sinistra quanto da destra.

L’essere rimasti orfani delle proprie forze di riferimento, senza ideologie cui aggrapparsi, per milioni di italiani ha significato abbarbicarsi all’ultimo scoglio, a quella speranza di cambiamento che a molti è parso essere il movimento di Grillo e Casaleggio, per irriverenza verso un potere consolidato sulla corruttela, sui rapporti ibridi tra pubblico e privato a tutto vantaggio del secondo e anche solamente per una voglia di mero ribellismo, di rabbia inesplosa per lungo tempo, di frustrazione repressa e chiusa in sé stessi con grosse mandate delle pesantissime chiavi della sopravvivenza giornaliera.

Ma il Movimento 5 Stelle si è dimostrato più conservatore di altri partiti, persino di quelli che hanno rivendicato, un po’ per storia e un po’ per opportunità politica: la pretesa alterità rispetto a tutto e tutti, sostanziata da una ripetitiva campagna mediatica sull’incontaminazione presente (di allora) e futura (di oggi) con partiti di qualunque settore dell’arco parlamentare, nonché la pretesa di fare la “rivoluzione dell’onestà” disarcionando genericamente “la politica” inossidabile del potere per il potere, sono stati senza dubbio artifici retorici degni di essere studiati e rimandati anche al periodo storico della nascita, dello sviluppo e del declino pentastallato. Ma niente di più.

Ed anche in questi giorni, quello che dovrebbe essere il Movimento nuovo di Conte, pur lontano dai “vaffanculo” grillini e dalla imperturbabilità quasi asettica di un ascetismo politico delle origini, mentre si dimena tra dichiarazioni di rinnovamento totale e di ripresa dei valori antichi, non può che venire a patti con sé stesso, con l’altro Movimento nel Movimento. A volte è quello dei puristi della prima ora, altre volte quello dei governisti dell’ultima.

Se nelle scorse quarantotto ore (soltanto due giorni appena…) qualcuno si era illuso che il M5S avrebbe mostrato la sua graniticità nel ribadire con risolutezza il NO maiuscolo all’aumento del 2% del PIL in merito alla spesa militare, può in questo momento disilludersi: il governo ha messo la fiducia, ha fatto cadere qualunque pregiudiziale e ordine del giorno presentato e promesso che spalmerà questi miliardi e miliardi di euro in più per carri armati, aerei, bombe, fucili, missili e quanto altro serve alle forze armate per stare ai tempi con le guerre d’oggi, in sei anni. Da qui al 2028.

Tanto è bastato per far rientrare la ventilatissima crisi di governo che, prontamente, Letta e il PD denunciavano come “irresponsabile” in questo cruciale momento per le sorti dell’Europa e del mondo. Tanto è bastato perché Conte rientrasse della minaccia di non votare il provvedimento.

La storia si ripete con una certa coerenza, per modi e per tempi. L’unica coerenza possibile per un populismo surclassato da altri più fortunati (ahinoi…) “…ismi“.

MARCO SFERINI

31 marzo 2022

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