Le tante gallerie ancora da attraversare

Tra tutte le obiezioni e le critiche che ho letto e che ho ascoltato in queste ore sull’ultimo DPCM, credo che quella più corretta individui nella persistente mancanza di...

Tra tutte le obiezioni e le critiche che ho letto e che ho ascoltato in queste ore sull’ultimo DPCM, credo che quella più corretta individui nella persistente mancanza di una “visione di insieme” la falla che il governo proprio non riesce a colmare quando tenta di creare un insieme normativo coerente in questo frangente di emergenza sanitaria (e sociale).

Numeri, previsioni e constatazione dei fatti sono difficili da disporre in questa scacchiera impazzita che è la vita di oggi, al cosiddetto “tempo del coronavirus“. Laddove “6” in casa pare cifra sufficiente a garantire una certa protezione dall’assembramento, dalla diffusione del virus, ecco che diventa numero ristrettissimo per ristoranti, bar, esercizi commerciali in genere: la capienza dei luoghi varia, giustamente, da tipologia a tipologia del luogo stesso. Teatri, cinema, uffici pubblici: dove “100” è tanto, altrove diviene tantissimo. Dove anche “1” solo è il giusto, in altri contesti è il niente.

Il Covid-19 ha rimodulato non solo i nostri comportamenti ma anche le abitudini più consolidate. Ha smontato qualunque certezza, partendo dalla sua piccolezza, di patogeno infinitesimalmente microscopico, capace di stravolgere socialità, economia, struttura e sovrastruttura di un sistema pluricentenario come quello capitalistico. E’ per questo ingiusto biasimare il governo per le scelte numeriche fatte quando si riferisce a posti a sedere in casa, all’aperto o al ristorante.

Sono davvero polemiche da operettaccia di provincia, nemmeno da bar, quelle che contrappongono l’essenzialità della scuola e del lavoro a piscina, palestra… Se il governo si è impuntato per ore su queste questioni, altro non ha fatto e fa che confermare l’assenza della visione di insieme nella traduzione sociale di normative oggi essenziali per linearità e omogeneità.

Altresì è dannoso anticipare continuamente, con veline che arrivano alle tv e ai giornali centellinate di minuto in minuto, questa o quella disposizione, questo o quell’inserimento nel decreto.

La comunicazione deve essere chiara, veloce ed efficace e non distribuita col contagoccie ansiogeno dell’indiscrezione. Ci mancheranno ancora tante cose in questi mesi. Facciamo che non ci manchi la vita: per noi stessi, per gli altri che ci sono cari e anche per chi non conosciamo affatto ma verso cui abbiamo il dovere del rispetto, del senso civico, di una cultura della morale che deve ispirarsi alla solidarietà e non alla tolleranza.

Un plauso, al momento, anche sul MES: meglio evitare questo strozzinaggio europeo che viene dipinto come un organismo di sostegno solidale verso gli stati in disgrazia, mentre è soltanto un cappio al collo difficile da slegare…

Le categorie sociali che soffriranno per la seconda ondata del coronavirus saranno tante: prima fra tutte la classe dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari e delle precarie, dei disoccupati tutti, degli inoccupati da lungo tempo. Per primi a patire saranno quelli che hanno meno, meno ancora di meno, meno di niente.

E che non possono fare ricorso a capitali scudati, a capitali portati all’estero e sottratti al fisco italiano, a grandi capitali accumulati anche grazie alle sovvenzioni di Stato avute nel corso di lunghi decenni di crisi di un mondo produttivo fondato soltanto sull’accaparramento dei profitti e sullo sfruttamento intensivo di ogni residua forza lavoro, di ogni mente non fuggita preventivamente all’estero.

Le parole delle associazioni degli industriali e dei commercianti sono a tratti insultanti nei confronti di un moderno proletariato che non arriva quasi mai a fine mese. La proroga della CIG e del blocco dei licenziamenti (che andrebbe stabilito fino a fine pandemia) danno già la misura della gravità della situazione sul piano sociale. Tante gallerie buie ci aspettano. Sarebbe un peccato passarle tutte tranne una. L’ultima.

Per riuscirci dobbiamo impegnarci tutti in una nuova visione globale e locale, in una nuova visione di insieme che sappia riconoscere già da ora chi si approfitta della disgrazia. E non per la prima volta.

MARCO SFERINI

20 ottobre 2020

Foto di Fabrizio_65 da Pixabay

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