Cronache d’estate :: Non ci resta che… un grande prato dai mille colori

Le nuove pubblicità che ricorrono in televisione si adeguano ai velocissimi tempi della pandemia e ora parlano di una “estate diversa“, ma comunque possibile. Sulla possibilità verrebbe da formulare...
Castelluccio di Norcia, estate 2020

Le nuove pubblicità che ricorrono in televisione si adeguano ai velocissimi tempi della pandemia e ora parlano di una “estate diversa“, ma comunque possibile. Sulla possibilità verrebbe da formulare qualche dubbio, visto che, per il tanto agognato bagno in mare per milanesi e torinesi, e quanti vivono nelle asfittiche zone della grande pianura, servono sei ore di automobile dal capoluogo lombardo per arrivare nelle riviere liguri.

Più semplice il percorso se si decide dalla Lombardia di raggiungere la Romagna, le Marche. Ma nell’Italia del Covid-19 qualunque viaggio, fosse anche quello di Goethe ritornato per puro caso in vita, sarebbe una sorta di odissea, di transumanza lenta in mezzo ai tanti ostacoli creati dalla chiusura forzata di marzo, aprile e parzialmente maggio.

Le nuove pubblicità sono ben curate: qualcuno ha dato anche una ottima sforbiciata all’infestamento insopportabile della malapianta della pesante retorica patriottarda. “Andrà tutto bene“, “Noi italiano siamo quelli che…“, e così via. Così si riesce magari ad intravedere la speranza di trascorrere qualche giorno fuori casa, magari anche solo fuori porta per poter dire di essere stato in vacanza. Il termine va adeguato ai tempi. E i tempi sono particolarmente duri.

La povertà cresce così esponenzialmente da far tremare persino la Serenissima Repubblica di San Marino che sta accumulando una decrescita e un debito tali da fare appello a Roma affinché questo ultimo non vengano a comperarselo cinesi o russi. La minaccia alla perdita dell’indipendenza è tutta relegata nella gestione economica dei conti dello Stato e, in un certo senso, mostra come lo Stato stesso sia una propaggine del sistema finanziario, dei mercati che traballano e che provano a trovare un riequilibrio spingendo le imprese a ricorrere ad aiuti pubblici.

Un cane che si morde la coda sarebbe più divertente da vedere. Qui siamo al solito corto cinematografico che racconta la bancarotta pubblica che dovrebbe sostenere la bancarotta privata che non sostiene quella pubblica con le tasse pagate. Il grande lascito dell’evasione fiscale delle grandi imprese e del piccolo e medio commercio pare essere trascurabile… Eppure incide sul tutto.

L’estate anomala è tutto questo: code chilometriche sulle autostrade, gallerie pericolanti, ponti ricostruiti ma non ancora agibili, consiglieri comunali di destre che vestono divise naziste e si fanno bruttamente fotografare con alle spalle la foto di Adolf Hitler, Trump che parla di “fascisti di sinistra” per definire gli iconoclasti che finalmente si ribellano alle immagini dei colonialisti e dei razzisti di tutti i tempi esaltati come esempi di virtù e di progresso sociale, imprenditori che rientrano dalla Bosnia e fanno rialzare l’indice di contagio tenuto a bada da Zaia in Veneto, Giuseppe Conte che interviene al Congresso della UIL e manda a dire a Confindustria che il governo è compatto e che non fa promesse che poi non mantiene.

Ai padroni le parole scivolano addosso. Loro rilanciano: poverelli, devono già anticipare la cassa integrazione che l’INPS non riesce ad erogare in colpo solo e chiedono le dimissioni di Tridico perché avrebbe insultato le imprese. Pare quasi che abbiano esaurito tutti i capitali necessari ad affrontare una crisi di pochi mesi. O forse non vogliono mettere male ai conti correnti sia in Italia sia all’estero (dove pagano la maggior parte delle tasse) per aiutare lo Stato – quindi il benessere comune – in questo particolare e difficile momento?

Certo, una impresa costa. Mantenerla in attività costa e richiede grandi sacrifici. Ma se i bilanci sono in attivo da anni, vorrà pur significare che la spartizione dei dividendi è andata a buon fine e che si può anche anticipare al pubblico un po’ di quell’accumulazione di capitali che si vorrebbe “intoccabile“. Magari anche dalle tasse. Anche se questo, a rigor di logica e di fisco, non può avvenire.

Poi, appena finisce il Congresso della UIL, fa bene conte a godersi una serata alla ripresa delle proiezioni del “Piccolo Cinema America” a Roma. La cultura libera, quella spontanea e giovane è la migliore espressione di una voglia di vita che gli icastici bilanci padronali non comunicano: colonne di cifre contro fotogrammi di emozioni. Riunioni aziendali ai piani alti di grattacieli tutti in vetro contro un posto a sedere in terra in piazza sopra un soffice cuscino.

Si respira in piazza. Si respira al cinema. Si respira quella voglia di sognare e di andare lontano. Forse anche dai tanti problemi governativi e dalle tensioni di maggioranza che non lasciano presagire nulla di buono sui prossimi passaggi parlamentari. Ma Conte smentisce: martedì il Decreto “semplificazioni” sarà approvato dalla Camera dei Deputati. La maggioranza tiene!

E’ una estate diversa, differente, fatta di cemento autostradale, di casse integrazioni che prima o poi finiranno, di Stati generali a Villa Pamphili e di Stati popolari in piazza a Roma, convocati da Aboubakar Soumahoro, il coraggioso sindacalista dell’USB che parla a nome dei braccianti migranti ma pure di tutte le lavoratrici e i lavoratori che non vedono – al pari dei padroni ma da un punto di osservazione differente, ossia dal basso verso l’alto – una ripresa autunnale sul fronte del mondo del lavoro. Le decretazioni di urgenza prima e quelle finanziate con i soldi dell’Unione Europea poi non sembrano affatto inserite in un piano strategico che poggi su una priorità, su una scelta: rispondere alle esigenze di milioni di salariati o a quelle dei confindustriali?

Mentre il governo attende di scegliere da che parte stare (noi lo sappiamo, ma non vi “spoileriamo” il finale!), un episodio pilota della saga contiana lo si può vedere nel rifinanziamento delle scuole private con soldi della Repubblica. 300 milioni di euro per le scuole paritarie, quindi cattoliche. Non sono bastati mille anni di Stato della Chiesa, la scomunica papale alla Repubblica Romana, all’Italia unita con Roma capitale nel 1871, tutti i fiumi di quattrini che tutt’ora versiamo alla Santa Sede come “indennizzo” per l’esproprio dei territorio del “Patrimonium Sancti Petri“.

La “Libera Chiesa in libero Stato” di cavouriana memoria e, soprattutto, la nostra Costituzione dovrebbero prevedere una separazione netta tra i due enti, tra i due Stati, il rispetto di tutte le confessioni religiose in modo equipollente sul piano morale, mettendo fine al Concordato.

La maggioranza di governo plaude a questo nuovo sfregio alla Carta del 1948, alla laicità della Repubblica e al rispetto nei confronti dell’istruzione pubblica. Al pari applaudono, sperticandosi le mani, anche le destre. Tutti contenti. Ed è un bel problema: manca una voce in Parlamento che reclami il diritto dello Stato italiano di liberarsi di questo fardello che è il veicolo di una doppia morale che dalle scuole paritarie emerge quando si parla di temi cruciali come i diritti civili, i rapporti familiari e quelli tra generi.

Il privato pretende di essere tale e di rivendicare il diritto di poterlo essere. Ma lo fa, sovente, con i soldi pubblici. E’ chiaro che c’è un problema elementarissimo che riguarda un sillogismo con una premessa maggiore fallace.

Il tema della laicità richiama alla mente il 20 settembre: non solo per la “Breccia di Porta Pia” ma, semmai, questo anno per il giorno elettorale che porterà al voto tutte e tutti noi sul referendum sul taglio dei parlamentari e sulle elezioni regionali. Un altro pasticcio cui si spera metta mano il TAR su ricorso del professor Besostri. Altrimenti poter nitidamente scegliere tra due campagne elettorali parallele e poco distinguibili, sarà molto complicato.

Qui lo sfregio è al diritto di una piena consapevolezza democratica da ottenere con una chiara comunicazione sulle posizioni dei comitati referendari da un lato e delle forze politiche dell’altro; il tutto intrecciato con le diversificazioni, da regione a regione, circa le campagne elettorali per il rinnovo delle amministrazioni locali. Un pasticcio cercato, voluto e decretato per riuscire ad ottenere vantaggi indebiti tanto nel referendum quanto in alcuni ambiti di elezioni locali.

In questo deserto di buone notizie e di bellezze estive, l’unica vera straordinaria immagine della bella stagione è quella che viene da Castelluccio di Norcia. Là non c’è un grande prato verde dove nascono speranze. C’è un vero tappeto di mille colori. Una infiorata meravigliosa, in cui ci si perde con lo sguardo anche soltanto nel guardare le fotografie pubblicate da praticamente ogni testata giornalistica del web.

Il Pian Grande della zona è diventato in queste settimane un arcobaleno che invece di stare nell’arco della volta del cielo è tutto spalmato tra il verde dei boschi che lo circondano. Una immagine di serenità, di pace: un elisir, un antidoto contro tutte le brutture antisociali della vita quotidiana.

Se siete in Umbria, vale la pena salire quei 1.500 metri di altezza e andarlo a vedere. Altrimenti contemplatelo qui su Internet. Già visto da qui è uno spettacolo che vale un sorriso, che – come diceva Charli Chaplin – fa di una giornata un momento della vita non perduto, ma vissuto pienamente.

MARCO SFERINI

5 luglio 2020

foto: screenshot

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