Non “sovranità” ma “nazionalismo alimentare” per il governo Meloni

Il problema della “sovranità alimentare”, per come lo intendono le destre governative di Giorgia Meloni, non è da meno di quelli racchiusi nell’icasticità dei nomi che sono stati attribuiti...

Il problema della “sovranità alimentare”, per come lo intendono le destre governative di Giorgia Meloni, non è da meno di quelli racchiusi nell’icasticità dei nomi che sono stati attribuiti ai nuovi ministeri in chiave nazionalista.

Per noi comunisti trinariciutissimi, quel concetto che oggi si vorrebbe radicalmente cambiare in sinonimo di privilegio del Made in Italy (scrivendolo però nella lingua della perfida Albione), in tutela del grande patrimonio agricolo, alimentare, culinario del Bel Paese, a dire il vero era a tutt’altro riferito.

La sovranità alimentare vera e propria è una espressione nata nei primi anni ’90, quando l’associazione internazionale “Via Campesina” riunì la maggior parte delle realtà agricole piccole e medie dei cinque continenti per costruire realmente una alternativa alla concezione capitalistica dello sfruttamento delle risorse della terra, in un contesto più globale di progressivo deperimento della qualità dei mari, dell’aria e dentro la orribile cornice di una industria di allevamenti intensivi tanto crudeli e pure energivori da essere una delle minacce più serie per tutta la terra dopo le guerre atomiche e il riarmo nucleare.

Giorgia Meloni e il suo governo non scoprono nulla e non reinterpretano proprio niente.

A meno che, per l’appunto, il loro intendimento del binomio in questione, al centro del dibattito di una alimentazione collegata ad una riconversione ambientale sostenibile davvero per tutti (animali umani e animali non umani, terra, acqua, aria), non sia tradotto e trasformato in una nuova accezione tutta autarchica, intesa ad una tutela del mercato interno che rischia di somigliare molto ad una politica dei dazi, ad una esclusività italica che impoverisce piuttosto che arricchire.

Non c’è da dubitarne molto. L’impronta del governo, del resto, è quella e nessuno scommetterebbe su un ministero dai tratti socialisteggianti in un governo di post-fascisti.

Un’altra prova, caso mai servisse, dell’utilizzo improprio – quanto meno riferito all’originarietà del concetto di “sovranità alimentare” così come è nato e si è sviluppato nei decenni successivi – di questa intesa sociale e anche politica internazionale, è data dalla piena adesione del governo Meloni ai fondamentali del liberismo moderno: tutto il vecchio armamentario di vicinanza alle classi più deboli e disagiate del nostro Paese si è frantumato davanti alla prospettiva prima, ed alla concretizzazione della stessa poi, di arrivare finalmente a Palazzo Chigi senza più l’intermediazione berlusconiana.

La disfida del centrodestra si è conclusa con la tenzone tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni che, già ben prima del governo di unità nazionale di Draghi, erano riusciti ad oltrepassare il presunto moderatismo di Forza Italia e di un Cavaliere nero che mai veramente sono stati esempi di contenimento degli eccessi sovranisti o neonazi-onalisti.

La scissione tra destra di governo e destra di (finta) opposizione ha permesso a quest’ultima di accrescere i consensi e di eroderli alla Lega, oltre a recuperare una parte di elettorato (anche a sinistra) che decideva, sulla scia del malcontento generato dalle politiche draghiane, sull’inasprirsi della crisi economica grazie a pandemia e guerra, di affidarsi alla fiamma tricolore e puntare sull’ultima “novità” rimasta.

Le virgolette qui sono iper necessarie, perché di novità si tratta relativamente, anche nel caso della sovranità alimentare, della natalità e della meritrocrazia che si esige come accompagnamento imprescindibile ad uno studio che viene così sempre più legato alla visione confindustriale dell’istruzione e della conoscenza. Il governo di Giorgia Meloni è lontanissimo dal condividere l’alterità alimentare rispetto ai canoni classici del liberismo capitalistico in cui la si concepisce ogni giorno.

Il solco tracciato dall’aratro, difeso dalla spada dell’azione dell’esecutivo, è quello della di una ipertrofia economica nazionale a scapito di una serie di importazioni di generi alimentari e di prodotti che rendono, ormai da sempre, più ricca tanto la cultura alimentare quanto quella più generalmente intesa ed intendibile del nostro disgraziato Paese.

Giorgia Meloni deve, del resto, rendere evidente la diversità tra il suo esecutivo nazionalista e chi l’ha preceduta. Stando intelligentemente attenta a non discostarsi troppo dai flussi del mercato, dalle vie internazionali dei commerci che non sono messe in discussione. Né quelle alimentari e né, tanto meno, quelle dei mercanti di armi o di una industria tutt’altro che pacifica che serve al piano nordatlantico per sostenere la guerra sulla pelle del popolo ucraino.

La tutela dei marchi italiani e dei prodotti di eccellenza della nostra cucina ha bisogno di un sovranismo nazionalista? Non è già abbastanza apprezzata nel mondo?

Semmai, andrebbe cambiata la cultura dell’alimentazione, condividendo messaggi che uniscano il benessere fisico a ciò che si ingerisce ogni giorno e che è, spesso, il prodotto (pure con marchio “Made in Italy“) di industrie che trascurano qualunque qualità nella ricerca dei prodotti per ottenere sempre maggiori profitti e spacciano per prodotto in Italia qualcosa che, al microscopio, risulterebbe essere tutt’altro.

Persino la “transizione ecologica” assume tutta un’altra connotazione in questo schema di recrudescenza del modernismo a tutto tondo pronto a sacrificare l’ambiente ai disvalori antisociali del mercato. Rispetto alla pur moderatissima azione di Cingolani nel governo Draghi, il governo attuerà controriforme anche in questo preciso proposito che pareva condiviso da una larga maggioranza di unità nazionale, composta anche da una parte consistente dell’attuale litigiosa coalizione nazionalista.

Non c’è, del resto, compatibilità alcuna tra l’ecologia e il conservatorismo di cui è portatrice Meloni. Non si tratta di fare i “superiori” culturalmente, volendo per forza attribuire alla sinistra qualcosa che, comunque, le è propriamente naturale in quanto anticapitalista e antiliberista (ovviamente stiamo parlando della sinistra – sinistra e non del PD).

Se si intende una azione di governo che metta radicalmente mano alla questione della sostenibilità ambientale e che la intrecci con la vera sovranità alimentare della Via Campesina, si pensa necessariamente ad un esecutivo quanto meno progressista.

La simbiosi tra critica del capitalismo, senza se e senza ma, quando si parla di sfruttamento delle risorse del pianeta ai fini anche dell’alimentazione, e la ricerca di una alternativa di società che parta dai microcosmi agricoli, dalle comunità indigene, dalle realtà apparentemente ancora incontaminate dalla globalizzazione, diventa una imprescindibilità sociale e politica al tempo stesso.

Non si può pensare di fare il ponte sullo stretto di Messina, di completare il TAV, di spendere sempre maggiori risorse pubbliche in ambiti privati e alimentare il carattere militare della nazione e poi dichiararsi anche ecologisti moderni.

Giorgia Meloni e i suoi ministri non potranno dirimere queste contraddizioni, che sono di sistema, strutturali e che costringeranno il governo a fare i conti con una povertà alimentare crescente mentre i grandi imprenditori del settore, del turismo e della cementificazione già si attendono dai vincitori del 25 settembre una serie di garanzie a tutela dei loro privilegi di classe, del loro “diritto” ad essere primi in quanto italiani, primi in quanto padroni, primi in quanto ricchi.

Ma non saranno, purtroppo, le grandi contraddizioni del sistema capitalistico a cacciare da Palazzo Chigi il governo appena insediatosi. Saranno solo i movimenti popolari, l’unità di classe del mondo del lavoro e la crescente coscienza critica sull’intersezionalità dei tanti problemi globali con una realtà nazionale che non può pensare di chiudersi in un regime di economia anche velatamente autarchica.

Fosse ancora l’idea di una “comune“, di un tentativo di mostrare al mondo come si può convertire l’economia del Paese da esclusivamente privata ad esclusivamente pubblica, ci si potrebbe fare un pensiero. Ma il liberismo verrebbe a stanarci, costringendoci ad utilizzare ancora una volta lo Stato forte per avere meno intromissione governativa possibile nei suoi affari.

E’ proprio quello che questo governo si appresta a fare: ascoltare i privilegiati, dirigere i fondi del PNRR nelle casse delle imprese, seguire la linea atlantista in politica estera, seguire quella iperliberista tanto in Europa quanto oltreoceano.

Ci sarà sempre un’occasione per mostrare al popolo di essere dalla sua parte: magari sostenendo proprio che la sovranità alimentare non è pensare ad un diverso modo di consumare, ma acquistare prodotti italiani, rigorosamente “Made in Italy“; mentre si auspicherà una maggiore natalità da parte di un tradizionalismo familiare vandeanamente ultracattolico e mentre, per fare buon peso, la scuola passerà dall’essere variabile dipendente dal mercato e dalle imprese a variabile dipendente nazionale di tutto quello che, purtroppo, era già prima…

MARCO SFERINI

23 ottobre 2022

Foto di Vincent Rivaud

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