…Tiocfaidh ár lá… Il nostro momento arriverà…

L’isola di smeraldo si è svegliata con una sorpresa, e questa volta più a sinistra del recente passato, dove per recente si intende circa… gli ultimi cento anni! Il...
Sostenitori del Sinn Féin festeggiano il risultato elettorale

L’isola di smeraldo si è svegliata con una sorpresa, e questa volta più a sinistra del recente passato, dove per recente si intende circa… gli ultimi cento anni!

Il voto di sabato 8 febbraio per il rinnovo del Dáil Éireann, il parlamento nazionale, ha modificato ben oltre le più ottimistiche previsioni i rapporti di forza dei partiti in lizza per la formazione del nuovo governo irlandese.

Il longevo bipartitismo, retto fin dalla metà degli anni Trenta dal centrista Fine Gael – erede della politica di Michael Collins – e dal partito di centro-destra Fianna Fáil fondato da Eamon De Valera, è stato letterlamente fatto saltare in aria dal grande risultato dello Sinn Féin, primo storico partito repubblicano irlandese e fautore della liberazione dall’oppressione britannica. La corsa al nuovo governo è diventata dunque a tre, cosa mai vista prima nel quadro politico dell’isola.

I sondaggi, stranamente, annunciavano da settimane questo scenario, di come si stesse preparando un terremoto politico e di come il partito nazionalista e socialista democratico stesse scalando velocemente le posizioni.

Ai margini della politica irlandese fino ai primi anni Settanta, ristrutturato in maniera efficiente da Gerry Adams (protagonista politico negli anni dei Troubles nordirlandesi in grado di dare rappresentanza partitica alla comunità cattolica delle 6 contee dell’Ulster britannico assieme a Martin McGuinness e capace, allo stesso tempo, di gettare con pazienza le basi di un partito che lentamente ha salito la china), il partito repubblicano è riuscito ad emergere dall’irrilevanza politica nel 1997 fino a diventare nel 2016 la terza forza dello scenario politico gaelico con il 14% dei consensi.

Oggi, con Mary Lou McDonald alla guida del partito a Dublino, lo Sinn Féin è diventato il primo partito d’Irlanda con il 24,5%, seguito dal Fianna Fáil al 22,2% e dal Fine Gael al 20,9%.

Dopo un decennio di rigore finanziario per uscire dalla grave crisi economica del 2010, il paese gaelico ha finalmente visto una forte crescita, seguita però di pari passo da disuguaglianze sociali sempre più marcate. Inoltre, la spirale incontrollabile dei prezzi di compravendita e affitti degli immobili (soprattutto nella capitale), le scarse misure nella lotta al cambiamento climatico, i recenti tagli alla sanità e al welfare, hanno generato una richiesta sempre più forte di cambiamento.

Il grosso balzo in avanti del più antico partito nazionalista e di sinistra dell’intera Irlanda è dovuto soprattutto al voto dell’elettorato giovanile, stanco della lunga alternanza tra i due storici partiti di governo, appiattiti in questi anni alle politiche neoliberiste e sempre più in difficoltà nel marcare una reale differenza tra di essi. Su queste basi, allo Sinn Féin in campagna elettorale è bastato annunciare le proprie ricette di sinistra sui temi più sentiti nel dibattito pubblico – situazione abitativa e sanità pubblica – per lanciare proposte di politiche pubbliche espansive basate su una tassazione maggiore per i redditi più alti e per le grandi corporations.

Se i repubblicani sono i grandi vincitori di questa tornata, il vero sconfitto è Leo Varadkar, il giovane Taoiseach (premier) uscente del Fine Gael, che desideroso di incassare i successi governativi ottenuti, ha commesso lo stesso errore di Theresa May nel 2017, quando decise di andare al voto con la volontà di aumentare la propria maggioranza in Parlamento uscendone invce decisamente indebolita. Stessa situazione per il partito di Varadkar, sceso al terzo posto nonostante le grandi riforme progressiste introdotte su legalizzazione dell’aborto e riconoscimento dei matrimoni omosessuali (si parla sempre della cattolicissima Irlanda), il miglioramento dell’economia con il pil al 5% nel 2019 e con la disoccupazione scesa al 4,8% (al di sotto della media europea), senza dimenticare i negoziati vantaggiosi realizzati con il premier britannico Boris Johnson sulla sempre presente questione Brexit.

Ed è proprio su questi accordi che Varadkar pensava di salire sugli scudi della contesa elettorale, in quanto l’uscita del Regno Unito dall’EU avrà risvolti significativi sulla classe imprenditoriale e finanziaria irlandese, la quale vede nel reame di Elisabetta II il principale mercato dei suoi prodotti. Ma con circa 10mila senza tetto riconosciuti ufficialmente dal governo e un sistema sanitario sempre più precario, l’attenzione della popolazione sulla Brexit è scesa decisamente in seconda o terza fila.

Se Atene piange, Sparta non ride, e allora ecco che il terzo partito, il Fianna Fáil – in ripresa dopo lo smacco elettorale del 2011 – non riesce comunque a recuperare il terreno perduto, anche perché il suo leader Micheál Martin non è riuscito a smarcarsi totalmente dal Fine Gael dopo gli ultimi 4 anni di governo in coalizione.

Inizierà nelle prossime ore la ricerca di una maggioranza parlamentare; se Fianna Fáil e Fine Gael hanno già smentito eventuali accordi con i repubblicani e punteranno a realizzare un nuovo governo di coalizione, di contro Mary Lou McDonald punterà a coalizzare tutti i partiti più piccoli nella speranza di arrivare alla maggioranza assoluta.

Il grande risultato ottenuto dallo Sinn Féin, unito a quello ottenuto in Nord Irlanda dallo stesso partito a dicembre scorso per le elezioni generali britanniche, apre nuovi scenari per la proposta di riunificazione dell’isola. Il tempo scorre e nel giro di una generazione la comunità cattolica dell’Ulster britannico potrebbe avere la maggioranza numerica, consolidando così la richiesta di referendum da sottoporre alle sei contee dell’Irlanda del Nord, opzione peraltro prevista dagli accordi del Venerdì santo del 1998 e che diedero inizio ad un ventennio di pace.

Il nostro momento arriverà” diceva Bobby Sands durante la reclusione a Long Kesh che lo portò alla morte per sciopero della fame, e forse, considerando i risultati di questa tornata elettorale, l’idea di un’Irlanda unita e indipendente non è poi così lontana.

FABRIZIO FERRARO

11 febbraio 2020

foto: screenshot

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Fabrizio Ferraro

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