La vittoria dello Sinn Féin e il sogno dell’Irlanda unita

In politica, si sa, le vittorie elettorali non sempre hanno lo stesso peso. Se spesso confermano lo status quo all’interno di una stessa impalcatura partitica, in alcuni frangenti hanno...
Mary Lou McDonald e Michelle O'Neill, rispettivamente presidente e vicepresidente dello Sinn Féin

In politica, si sa, le vittorie elettorali non sempre hanno lo stesso peso. Se spesso confermano lo status quo all’interno di una stessa impalcatura partitica, in alcuni frangenti hanno invece una grande portata simbolica e sono destinate a lasciare un segno, o quanto meno un precedente. E l’Irlanda del Nord può rientrare in questa categoria, attraverso uno voto storico che nel medio – lungo periodo potrà portare a cambiamenti molto importanti.

Giovedì 5 maggio si sono svolte in tutto in Regno Unito le elezioni amministrative locali per il rinnovo di oltre 7mila seggi delle varie assemblee (Councils) dei distretti in Inghilterra, Scozia e Galles, nonché il rinnovo del parlamento di Belfast. Complessivamente i risultati hanno confermato quello che i sondaggi avevano già annunciato nelle settimane precedenti, con i guai in aumento per il bellicoso Boris Johnson su più fronti, compreso quello nordirlandese.

Proprio in questa realtà, nonostante i segnali abbastanza chiari degli ultimi anni, si è compiuto uno storico sorpasso, elettorale e parlamentare, del partito repubblicano e cattolico Sinn Féin ai danni del DUP, il Partito Democratico Unionista, punto di riferimento da decenni dei protestanti decisi a rimanere con il governo di Londra.

Mai in 101 anni, dalla nascita dello Stato Libero d’Irlanda e dell’Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito, i nazionalisti irlandesi avevano ottenuto così tanto consenso. In uno scenario segnato da un’affluenza sufficiente stabile ma lontana dai picchi dei decenni passati – meno di due elettori su tre si sono presentati alle urne – lo Sinn Féin ha incrementato moderatamente i suoi voti reali (attestandosi al 29%) e confermato la sua rappresentanza parlamentare con 27 seggi, ottenendo di conseguenza la maggioranza relativa del parlamento di Stormont.

Rispetto a 5 anni fa, quando i due principali partiti erano arrivati sostanzialmente pari, il risultato di questa tornata ha certificato la discesa degli unionisti del DUP, in calo di quasi 7 punti percentuali e di circa 40mila voti, fermandosi a 25 parlamentari. Gli altri seggi verranno spartiti tra il Partito dell’Alleanza dell’Irlanda del Nord, terza forza elettorale e vera sorpresa del voto, con 17 rappresentanti; 11 andranno al Partito Unionista dell’Ulster, 8 ai socialdemocratici-laburisti, 3 ad unionisti indipendenti e 1 ad un’altra formazione di sinistra.

Conti alla mano, i due principali partiti hanno i numeri per poter formare la maggioranza e di conseguenza un nuovo governo di coabitazione, come previsto dagli Accordi del Venerdì Santo del 1998, che misero fine a 30 anni di disordini e guerra civile, rimasti nella memoria collettiva con il nome di Troubles.

Il successo ottenuto dalla quarantacinquenne Michelle O’Neill, vice presidente dello Sinn Féin, guidando il partito in nord Irlanda, non ha solo costruito le premesse per ottenere l’incarico di primo ministro, ma anche messo in luce, definitivamente, una nuova generazione di nazionalisti irlandesi non più legati direttamente al passato incarnato dalla presenza dell’IRA, ma altrettanto desiderosi di portare avanti, gradualmente e democraticamente, la riunificazione dell’intera isola sotto la guida di Dublino.

Tale obbiettivo, non dichiarato ma implicito, secondo O’Neill può essere ottenuto attraverso il consenso di politiche economiche improntate sulla giustizia sociale, tema fondamentale del partito nazionalista sia nell’Ulster che nel repubblica irlandese, e senza dimenticare la necessaria collaborazione con le altre forze parlamentari. Una missione molto ambiziosa in tempi di post Brexit, post pandemici e di crisi ucraina.

Il primo obiettivo sarà quello di riuscire a creare il governo locale, cosa non scontata visto che per gli Accordi del Venerdi Santo non può esserci primo ministro senza il vice, in modo che il governo locale sia realmente gestito unitariamente tra cattolici e protestanti. Ma per fare questo serve avere la piena collaborazione del DUP, il quale ha dichiarato tramite il suo leader sir Jeffrey Donaldson di non potersi ancora impegnare a fare il vice primo ministro senza che Westminster abbia risolto il gravoso problema del protocollo Brexit relativo all’Irlanda del Nord.

Un groviglio politico di difficile soluzione, dove alla convivenza pacifica precaria, si aggancia il problema del confine fisico che la Brexit avrebbe riportato tra l’Ulster e le altre regioni dell’isola di smeraldo, ma temporaneamente aggirato dal protocollo del 2019 stabilito dal governo Johnson e Bruxelles, spostando il confine fisico nel mar d’Irlanda. Questa soluzione provvisoria ha in ogni caso creato forti malumori nella comunità unionista, poiché “abbandona” Belfast al mercato comune europeo in attesa di una non ben identificata soluzione che salvi capra e cavoli.

Senza questi accordi, l’amministrazione dell’Ulster rimarrà sotto la guida di Westminster per i successivi 6 mesi e, in mancanza di nuovi sviluppi, la parola sarà restituita agli elettori.

La vittoria dello Sinn Féin apre le porte, in un futuro non troppo distante, alla possibilità di uno storico referendum sul ricongiungimento delle sei contee nordiche al resto dell’isola. Una prospettiva fondamentale, ma al momento non ancora alla portata, come riconosciuto anche da Michelle O’Neill, consapevole che i suoi concittadini “non si svegliano la mattina con l’idea di riunirsi alla repubblica irlandese ma con la preoccupazione di come avere più soldi in tasca”. E su questo scenario, tutte le istituzioni anglo-irlandesi (garanti della convivenza pacifica) hanno già gettato acqua sul fuoco.

Se Dublino osserva con attenzione e si guarda bene dal promuovere prospettive di riunificazione per non creare attriti con Londra – significativo in tal senso è il commento del Taoiseach Michael Martin, il presidente del governo irlandese, che si è complimentato “con tutti i candidati che hanno avuto successo” invitandoli alla piena collaborazione per uscire dallo stallo – nella capitale britannica sia il Segretario per l’Irlanda del Nord Brandon Lewis che il vice primo ministro Raab hanno dichiarato che la chiave per risolvere la situazione di Belfast sta nella modifica del protocollo Brexit, vero pericolo per l’applicazione degli accordi di pace del ’98.

Insomma, la situazione al momento è alquanto nebulosa e per nulla scontata. Se la vittoria simbolica ha un peso evidente, allo stesso tempo sembrano ancora distanti i tempi per un referendum sulla riunificazione irlandese, considerando che al momento i repubblicani raggiungono circa il 40% della popolazione dell’Ulster. E il successo stesso del Partito dell’Alleanza, che non si schiera né con il blocco repubblicano, né con quello unionista, fa intuire che all’interno dell’Ulster stia crescendo una generazione di elettori che non si riconoscono in quella storica contrapposizione.

La tendenza, influenzata da queste dinamiche complesse, potrebbe comunque portare ad un quesito referendario nel giro di una prossima generazione.

Per Johnson e il suo governo comunque, le agre notizie elettorali non si fermano qui. Nel complesso i Tories perdono 491 seggi amministrativi, soprattutto a Londra, mentre sembrano tenere nella ex muraglia rossa del nord Inghilterra. Tra le cause di questa bocciatura chiara – che i conservatori dipingono come ciclica di medio termine ma che in realtà sembra più strutturale – ci sono sicuramente lo scandalo del “partygate” che ha coinvolto Johnson durante il primo lockdown del 2020 e il carovita alle stelle dopo alcuni decenni di relativa tranquillità.

Il peso della sconfitta è attenuata dal positivo ma non certo esaltante risultato dei laburisti guidati da Keir Starmer, i quali aumentano i consensi a Londra e in altre importanti città inglesi, senza tuttavia riuscire a recuperare tutta quella fascia di elettorato storicamente rosso che con le politiche neoliberiste di Blair e la questione Brexit continuano a rimanere distanti dal loro ex partito. Chi invece continua ad attrarre i voti degli europeisti è il Partito Liberl Democratico, ormai terza forza stabile del Regno.

Anche in Scozia la situazione sembra essersi cristallizzata, con la timida risalita dei laburisti nei consigli e la conferma dello Partito Nazionalista Scozzese come primo partito. Rimangono anche in questo caso ancora lontane le prospettive per un nuovo referendum indipendentista, soprattutto per il poco consenso degli scozzesi verso un nuovo voto in questa fase storica, e dalla presenza (secondo i sondaggi) di una maggioranza ancora chiara di cittadini che vogliono rimanere all’interno del Regno Unito.

A poche settimane dai festeggiamenti per il giubileo di platino, anche in presenza di una certa fluidità socio-politica, il regno di Elisabetta II rimane ancora una certezza presente. Il domani sarà ancora tutto da scrivere.

FABRIZIO FERRARO

12 maggio 2022

foto: screenshot

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