I solenni funerali di Elisabetta II Windsor, deceduta lo scorso otto settembre all’età di 96 anni, sono stati una masterclass di simili onoranze.

L’unica cosa che gli si può avvicinare fu l’ultimo saluto a Winston Churchill, una sessantina d’anni fa. E pace se il gap storico e storiografico fra i due sembra un abisso: il funerale di ieri vantava oltre un milione di persone a Londra, quattro miliardi sui loro televisori e dispositivi, duemila invitati alla funzione mattutina a Westminster, inclusi circa cinquecento fra membri di case regnanti e capi di stato.

Mentre scriviamo, e la bara con le spoglie mortali della regina viene meticolosamente – con una sequela di millimetriche spintarelle – adagiata sul catafalco della cappella di St. George a Windsor da fidi esponenti delle forze armate, non siamo ancora giunti all’epilogo del fenomenale evento. C

he si protraeva attraverso le sue lunghe ed estenuanti fasi ormai già da giorni in un densissimo testo simbolico zeppo di note a piè di pagina. Prima di questa funzione, e di quella tenutasi nella mattinata di ieri nell’abbazia di Westminster, la salma della monarca era rimasta esposta – poco lontano, nella Westminster Hall – per quattro giorni al cordoglio della nazione, dove si presume l’abbiano visitata in 300mila.

Nessuno sta fare in fila come noi inglesi, dicono di sé. E nessuno fa le cerimonie ufficiali come loro. Quella di ieri lo ha confermato: nel suo essere una flebo – o un’overdose – di pompa, sfarzo e simbologie senza eguali, ma anche la scontata prerogativa della nazione europea che meglio di ogni altra ha saputo elaborare attorno alla propria storia – e, un tempo, al proprio predominio – un’infinita enciclopedia mitologica.

Se dunque da una parte non ci si aspettava nulla di meno per quello che di certo è stata e resterà la cerimonia più studiata, sviscerata, provata e riprovata del cosiddetto Occidente – con il fascino eterno dello spettacolo, l’unisono delle divise, la coordinazione, la simmetria, l’appropriatamente mortifera precisione della solennità militare – il sospetto è che la maggior parte di questo monolitico e struggente cordoglio sia diretto al body natural della sovrana, alle sue spoglie appunto, mortali.

Di una donna, peraltro, il cui capolavoro è stato essere forse la più riprodotta personalità occidentale: una “che stava” sulle monete e le banconote, pur essendo sostanzialmente ignota ai suoi sudditi. Molti dei quali la amavano semplicemente perché c’era, e c’era sempre stata.

Questa leggendaria discrezione della sovrana – emotiva come costituzionale – combinata con una mediatizzazione bulimica del “brand” dei reali, è valsa loro, una famiglia x, popolata di personaggi emotivamente e intellettualmente insipidi, una straordinaria riserva di materiale da feuilleton. Per questo anche le anticamere dal dentista e dal parrucchiere non saranno più le stesse.

L’altro corpo della regina, quello politico, il cosiddetto body politics, non versa in condizioni assai migliori. E forse anche per questo il paese si è immerso lievemente per dodici giorni in questo lutto amniotico. Per poi uscire a riveder le… stalle: attraversa infatti una grave crisi economica e di stabilità e tenuta territoriali, e lo stesso può dirsi dell’ex impero (ribattezzato senza alcuna ironia Commonwealth).

Le forze centrifughe che allontanano Scozia e Irlanda del nord da Londra si ripropongono per la Giamaica e Barbados, tanto per citarne due. Tutti problemi la cui gravità appare vieppiù minacciosa ora che la pacata e curva (per il servizio alla nazione e il peso dei diademi razziati in giro per il mondo) silhouette “della Regina” non è più. Si riesce così quasi a comprendere lo straziante e ossessivo adagio della “riconoscenza” e della “gratitudine” nei suoi confronti che pullula nei commenti e nelle opinioni diffuse dai media: riconoscenza, appunto, per aver mantenuto il prestigio simbolico del paese mentre quello geopolitico era in caduta libera.

Insomma, con Elisabeth se ne va un’enorme fetta di soft power interno ed esterno, ed è difficile che Charles III riesca a rimpinguare le scorte.

Ma la potenza funebre di ieri addirittura travalicava i confini nazionali della Gran Bretagna: quasi i regnanti e i capi di stato occidentali sapessero di celebrare, con la dipartita dell’unico regno europeo durato settant’anni (solo il Re Sole ha fatto meglio!), la fine definitiva del dominio e dell’imperium bianco ed euroamericano sul mondo. Eppure ieri prevaleva ancora l’unità: totale, incondizionata, “interclassista”.

I sindacati hanno revocato gli scioperi, Extinction Rebellion ha posposto le sue proteste. Unico neo, il settarismo religioso (cattolico) dei tifosi scozzesi del Celtic, che hanno applaudito durante il rituale minuto di silenzio. Si sono beccati un due a zero.

LEONARDO CLAUSI

da il manifesto.it

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