Tutte le incognite della Brexit e le incertezze del futuro

Fischio finale. Il Liverpool batte nettamente 4-0 il Southampton, sale a quota 73 punti e continua la sua marcia trionfale verso in premier league. Titolo che manca proprio dal...

Fischio finale. Il Liverpool batte nettamente 4-0 il Southampton, sale a quota 73 punti e continua la sua marcia trionfale verso in premier league. Titolo che manca proprio dal 1989-90, quando ancora la massima categoria di calcio inglese si chiama First Division e i club che ne facevano parte stavano progettando una rivoluzione che avrebbe ricoperto d’oro tutto il calcio inglese, attraverso lo sfruttamento dei diritti televisivi e di sponsorizzazioni fatti senza più intermediari.

Dopo quasi trent’anni, quella scelta si rivelò assolutamente azzeccata ed oggi il campionato di calcio inglese, non solo è il più ricco ma è anche il più spettacolare e combattuto d’Europa.

Ma lo sarà ancora nei prossimi anni?

Al netto di periodici e fisiologici passaggi di consegne tra i vari campionati europei più importanti del titolo di “bello e spettacolare”, la domanda che si pone oggi, 1° febbraio 2020, è se con l’ufficializzazione della Brexit il sistema pallonaro di sua Maestà tanto amato dal popolo risentirà, a livello economico, delle imminenti novità (a cominciare da un’eventuale svalutazione della sterlina) nelle compravendite dei vari giocatori al di fuori della terra di Albione.

Se prima questi dubbi erano ancora teorici, oggi rappresentano (solo in piccola parte) la dura realtà delle cose.

Il romanzo della Brexit, almeno per quanto riguarda la realizzazione dell’uscita, è ufficialmente finito, a tre anni e mezzo da quel voto che ha cambiato la storia recente del vecchio continente. Inizia ora una nuova fase che segnerà nei prossimi anni i rapporti tra il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e i 27 paesi europei, laddove ognuno di essi avrà necessità di tutelare i propri interessi senza perdere il rapporto con la quinta economia mondiale per Pil nominale.

La separazione, che tra l’altro rappresenta anche il primo restringimento della comunità europea dal 1957, è innegabilmente una sconfitta per entrambi i contendenti. I britannici perdono uno sbocco immediato dei loro prodotti sui mercati continentali, mentre l’Unione Europea saluta 45 anni di condivisione delle risorse naturali ed economiche inglesi e rischia di vedersi complicare dannatamente i rapporti per i programmi di difesa continentale.

Difficile dire ora chi avrà avuto ragione tra l’idea di andarsene e l’idea di rimanere agli “ordini” economici di Bruxelles. Ciò che molti cittadini britannici, soprattutto inglesi, hanno voluto manifestare con il loro voto è stata la grande insofferenza verso regole limitative della propria tradizione economica.

Si è detto molto che ad incidere sia stato l’antico spirito di un passato imperiale che da sempre aleggia sulla Gran Bretagna, ma per i lavoratori del nord dell’Inghilterra, da sempre laburisti ma sostenitori di Johnson alle ultime elezioni politiche, il glorioso passato imperiale conta quanto il due di picche nel gioco del bridge (tanto per rimanere nel mondo anglosassone).

Per loro conta la necessità di frenare in qualche modo il grave impoverimento che li ha aggrediti negli ultimi 10 anni di storia recente. Solo in parte l’Europa delle banche e della finanza è responsabile di ciò, perché il governo britannico non è esente dall’uso spregiudicato di politiche neoliberiste che tanto stanno nuocendo alla popolazione più povera del regno. La commistione di scelte politiche-economiche anglo-europee ha stabilito l’attuale condizione sociale del paese.

Oggi Boris Johnson, il vero vincitore di questa battaglia, è il nuovo rappresentante di queste politiche. Il cinquantacinquenne uomo della upper-middle class britannica, avrà il suo bel da fare nei prossimi mesi e anni, in quanto dovrà come prima cosa sanare la frattura che ha logorato la società britannica come mai qualsiasi altro tema aveva fatto negli ultimi decenni di storia. Dovrà inoltre concordare con l’Unione Europea dei nuovi trattati che non riducano i vantaggi commerciali reciproci, mentre altrettanto decisiva sarà la proposta di un nuovo trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, un progetto tanto voluto da Trump e dalle multinazionale statunitensi quanto temuto dagli agricoltori inglesi per la tutela dei loro prodotti.

Compito arduo, che i conservatori proveranno a realizzare con la guida spregiudicata e scaltra del biondo leader inglese, già “cultore” di Winston Churchill e sostenitore di una delle sue massime: “con l’Europa ma non dentro l’Europa”.

Quello che oggi conta non è tanto l’interpretazione che Johnson fa del pensiero del grande leader conservatore, tra i padri della patria e protagonista indiscusso della vittoria sul nazifascismo, ma il fatto che Boris rappresenti quella parte di mondo economico e finanziario britannico, desideroso di sciogliersi dai vincoli europei, contro l’altra parte più europeista e detentrice di innegabili profitti con Bruxelles.

È questo scontro tra élite, avvenuto dietro le quinte, che ha segnato più di ogni altro il destino della Brexit, al netto di quello più politico e appariscente avvenuto per le strade di Londra e in tutto il regno di Elisabetta II. I prossimi anni diranno se questa scelta porterà vantaggi economici più o meno generali oppure no, finendo addirittura, quasi come legge del contrappasso, al ruolo di colonia degli Stati Uniti. Cosa che sicuramente non era nelle idee di Churchill.

Molti quindi hanno festeggiato alle 23 (ora di Londra) del 31 gennaio 2020, mentre molti altri si sono disperati per l’irrimediabile sconfitta subita. Per almeno una generazione, il tema europeo sarà solo un vago ricordo del passato.

Ma per i sostenitori europeisti privi di rappresentanza politica a Westminster, la prima cosa da fare per cambiare la situazione sarà accettare la situazione stessa e ripartire, con la consapevolezza che le cose cambiano, inevitabilmente.

Discorso più articolato, infine, sarà fatto per la tenuta stessa del Regno Unito. La Brexit ha diviso la società inglese al suo interno, ma ha anche consegnato agli indipendentisti scozzesi un’ulteriore arma per ottenere un nuovo referendum per l’indipendenza. E magari anche vincerlo.

Al di là della promessa della premier scozzese Sturgeon di ritornare in Europa come paese indipendente, le incognite sono tantissime e non si possono ridurre alla semplicistica e superficiale visione di un moderno Braveheart contro la perfida Londra.

Si parla di come affrontare le procedure di adesione e accettazione da parte dei 27 (ma vi immaginate la Spagna che vota a favore dell’entrata della Scozia nell’UE incentivando così gli indipendentisti catalani?), di quale tipo di indipendenza ottenere e di quale moneta usare – gli scozzesi non vogliono l’euro e manterrebbero volentieri la sterlina -, nonché dei rigidissimi parametri economici da rispettare per essere ammessi alla corte di Bruxelles, e che quindi richiederebbero anni per tale processo.

Johnson ha già detto che non concederà un nuovo referendum, soprattutto dopo averne fatto un’altro appena 5 anni fa, ed è comunque pronto, almeno nelle promesse, a sommergere la Scozia di denaro pubblico per rilanciarne l’economia locale.

Tanti i temi che la Brexit si porterà dietro, tante le incognite da risolvere per i prossimi anni e pochissime le certezze da cui partire.

Il 2020 britannico, oltre alla quasi certezza della vittoria dei Reds di Klopp in campionato dopo 30 anni, comincerà a raccontarci quali saranno gli sviluppi presenti e soprattutto futuri del Regno Unito di Elisabetta II.

FABRIZIO FERRARO

2 febbraio 2020

Foto di Pete Linforth da Pixabay

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