Abu Mazen: «Stop ai rapporti con Usa e Israele»

Accordo del secolo. Il leader palestinese ieri al Cairo ha usato toni duri contro Tel Aviv e Washington e ha incassato il pieno appoggio della Lega araba. Pochi credono che alle dichiarazioni seguiranno politiche concrete contro l'iniziativa della Casa bianca

Abu Mazen incassa sulla carta l’appoggio arabo contro il piano di Trump e, a parole, interrompe i rapporti con Stati uniti e Israele. «Non passerò alla storia come il leader che ha venduto Gerusalemme», ha proclamato perentorio il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) intervenendo alla riunione straordinaria della Lega Araba convocata al Cairo per discutere dell’Accordo del secolo, il piano dell’Amministrazione Usa che vuole chiudere i palestinesi in uno Stato-bantustan. Abu Mazen ha accusato Trump di aver «dato agli israeliani oltre il 90% delle terre palestinesi». Quindi ha annunciato di aver inviato lettere a israeliani e statunitensi per formalizzare la rottura dei rapporti, anche nella cooperazione di sicurezza, un tema tra i più delicati. Infine ha precisato di «credere ancora nella pace» sulla base dell’iniziativa araba – che chiede il ritiro di Israele dai territori palestinesi e arabi che ha occupato nel 1967 – e delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Il suo intervento è stato accompagnata dall’applauso dell’intera Lega araba che nel comunicato finale della riunione respinge il piano americano e promette che i paesi membri non favoriranno la sua attuazione. Una dichiarazione importante ma, si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. A maggior ragione se queste intenzioni sono proclamate dalla Lega araba: istituzione debole, decaduta da decenni, nota per decisioni  mai attuate e controllata dall’Arabia saudita e i paesi satelliti, ossia da buoni alleati degli Usa. Martedì, all’annuncio del piano Trump, alcune delle monarchie arabe del Golfo, tra lo sgomento dei palestinesi, hanno espresso apprezzamento per l’iniziativa della Casa Bianca. Una posizione che Mustafa Barghouti, uno degli esponenti politici palestinesi più noti, ha definito «una pugnalata alle spalle». Non è un mistero che in alcune capitali del Golfo il piano Usa invece sia visto come una medicina amara ma necessaria per mettere fine al «problema palestinese» che ostruisce la strada verso le piene relazioni diplomatiche, politiche e militari con lo Stato di Israele. Relazioni che, in ogni caso, già avvengono dietro le quinte. L’egiziano Ahmed Aboul Gheit, segretario generale della Lega Araba, ieri ha descritto il piano Usa come l’apartheid per i palestinesi. Ma il suo paese non ha bocciato la soluzione di Trump, anzi ha invitato israeliani e palestinesi a «studiarla con attenzione».

L’unico Stato arabo alleato degli Usa che abbia realmente criticato l’Accordo del secolo è la Giordania. Perché è dannoso per i suoi interessi, non certo perché è punitivo nei confronti dei palestinesi e perché rappresenti un attacco al diritto internazionale. «Amman vede nella creazione di uno Stato palestinese senza sovranità, senza poteri, una minaccia alla sua stabilità», ci spiega l’opinionista giordano Muoin Rabbani. «La mancata realizzazione delle aspirazioni nazionali dei palestinesi nella loro terra – aggiunge Rabbani – mette a rischio di conseguenza il regno hashemita, popolato da cittadini di origine palestinese o da profughi». A ciò va aggiunta, conclude Rabbani, la pressione dei nazionalisti religiosi israeliani che premono su Washington affinché la sovranità israeliana sia estesa anche sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme (per gli ebrei il Monte del Tempio), terzo luogo santo dell’Islam di cui la Giordania è custode.

Pochi palestinesi peraltro credono che Abu Mazen interromperà davvero il coordinamento di sicurezza con Israele. «Negli ultimi anni il presidente Abbas (Abu Mazen) e il suo partito Fatah hanno annunciato non una ma numerose volte la fine della cooperazione di sicurezza tra i servizi segreti dell’Anp e quelli israeliani. Poi non è accaduto nulla di concreto», ci dice l’analista Hamada Jaber del “Centro ricerche e sondaggi palestinesi” di Ramallah. «E non accadrà neanche questa volta perché vorrebbe dire la fine dell’Anp – prosegue Jaber – Per Israele l’Autorità palestinese ha la sua ragione di esistere nella cooperazione (con l’intelligence israeliana) per il controllo dei palestinesi sotto occupazione in Cisgiordania. Senza questo l’Anp risulterebbe inutile agli occhi dei dirigenti israeliani».

MICHELE GIORGIO

da il manifesto.it

Foto di hosny salah da Pixabay

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