Mi hanno chiesto: “Chi voteresti in Umbria?”

Vivo in Liguria, non in Umbria. Due splendide regioni della nostra Italia caduta prima in mano ai liberisti renziani e poi ai sovranisti leghisti sostenuti (e viceversa) dai pentastellati....
Consiglio Regionale dell'Umbria

Vivo in Liguria, non in Umbria. Due splendide regioni della nostra Italia caduta prima in mano ai liberisti renziani e poi ai sovranisti leghisti sostenuti (e viceversa) dai pentastellati. Due splendide regioni che non meritano, come del resto non lo merita l’Italia intera, di cadere nella ennesima trappola fintamente popolare di forze neofasciste e di destra estrema che erano, sono e rimarranno una costante minaccia per la democrazia, per la Repubblica.

Su questo non ci piove, non c’è ombra di dubbio. Ma non tutte le sintesi sono facili, non tutti i concetti sono lineari e subitaneamente riconducibili ad un unico precetto ispiratore.

Se, infatti, è vero che le destre sovraniste vogliono stravolgere l’uniformarsi alla democrazia (almeno quella rappresentativa, borghesemente intesa da un liberalismo che finisce per l’essere pure lui marcato come “ideologia” anacronistica) del nostro Paese e utilizzare proprio la democrazia stessa per mettere mano ad una serie di controriforme antisociali che viaggino parallelamente alla costruzione di una legislazione d’emergenza fatta di muri e di blocchi navali, di discriminazioni etniche e di rimarcamento delle differenze in chiave divisiva e non inclusiva, è altrettanto vero che non si può pensare di riproporre ricette frontiste del passato per fermare questi figuri che si fanno centinaia di miglia di “selfie” ad ogni comizio e ad ogni uscita in istrada.

Tocca ripetersi, di questi tempi, ma non è detto che sia poi così un male: ho avuto modo di scrivere su queste pagine telematiche, che, sintentizzando al massimo, non ritengo più percorribile la via del “meno peggio” che, alla fine della fiera, conduca ad un certo qualche “poco di meglio”.

Perdonate l’italiano da parlata trasferito qui in scrittura, ma rende bene il concetto centrale. Una differenziazione necessaria tra strategia politica e tattica politica per i comunisti e per le sinistre anticapitaliste ancora presenti in questo Paese anche se, ormai da più di un decennio, escluse anche da un timidissimo “diritto di tribuna” parlamentare con leggi elettorali incostituzionali, tuttavia approvate tanto da forze di destra quanto da forze presuntuosamente (e presuntamente) di sinistra o di centro-sinistra.

In sostanza, se noi oggi viviamo nella condizione di una emarginazione dei valori della sinistra anticapitalista e comunista, quindi in un accantonamento di espressioni come “giustizia sociale“, “uguaglianza“, “tassazione patrimoniale fortemente progressiva“, “legge elettorale proporzionale pura“, “riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario“, “taglio drastico delle spese militari“, “istruzione pubblica e gratuita per tutti“, “sanità pubblica e gratuita per tutti” (insomma, il ripristino del caro, vecchio “stato sociale“), e chi più ne ha più ne aggiunga, è evidente che sono venute meno le condizioni persino antropologiche per proporre una sconfitta dei disvalori delle destre proponendo il contrario di ciò che oggi va per la maggiore anche grazie a campagne di lavaggio di vuoti cervelli tutti protesi ad esaltare nuove figure di conducator per la nazione.

Non siamo davanti ad una mutazione genetica della popolazione, bensì ad una semplice percezione dell’esistente mostrata come sommatoria di emergenze nazionali.

Di qui l'”orgoglio italiano“, il “prima gli italiani“, quindi la messa in sicurezza del fattore etnico davanti ai pericoli delle cosiddette “invasioni” da parte dei migranti che sarebbero all’origine delle crisi concernenti la mancanza di lavoro e, conseguentemente, di impoverimento del Paese, mentre si tratta dell’esatto opposto: la crisi economica non è frutto delle migrazioni degli esseri umani, ma delle migrazioni di grandi somme di denaro e di delocalizzazioni industriali laddove il denaro viene maggiormente capitalizzato con investimenti speculativi, mentre i padroni riescono in altri Stati ad ottenere un maggiore sfruttamento della forza-lavoro, dei lavoratori in pratica.

La gestione economica del quadro politico-statale odierno va verso un ritrovato equilibrio che escluda la “pesantezza” rappresentata dalla forma estrema di repressione del dissenso, dalla criminalizzazione delle differenze di origine, sessuali, culturali: la tendenza tutta liberale e borghese a trovare un nuovo spazio di agibilità politica in tal senso è evidente tanto con l’incoraggiamento al proseguimento del lavoro dell’attuale governo Conte 2, quanto alla simpatia mostrata dagli ambienti della grande finanza ad un “chiarimento” del quadro geografico di una disposizione delle forze in campo.

La nascita di Italia Viva, in questo senso, è il fulcro di una operazione di ricomposizione di un centro moderato cui possano guardare anche esponenti dissidenti di Forza Italia che magari in piazza San Giovanni non sono andati, nonostante la presenza di Berlusconi sul palco salviniano.

In fondo, si tratta di un ritorno alle antiche posizioni politiche che vedevano una articolazione delle destre da un lato, un centro e una articolazione delle sinistre dall’altro.

Ciò detto, è necessario non farsi ingannare da queste divisioni e dalla presunta granitica unità della maggioranza di governo (che proprio granitica non sembra, a cominciare dai giudizi sulla legge di bilancio, in merito alle singole norme che verranno messe in campo): la capacità del vecchio schema del centrodestra di riproporsi e di rimettere in coalizione Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega non è venuta meno, ma anzi si esprime in una rigenerata ambizione di governo del Paese proprio grazie alla spinta propulsiva del sovranismo autoritario che promette di italianizzare tutto e tutti: dagli italiani stessi ai bisogni degli italiani e di escludere quindi, progressivamente, dai diritti e dalla vita, quindi, democratica del Paese tutti coloro che non rientrano in questa specie di ius soli al contrario, somigliante di più ad uno ius sanguinis

Certo che bisogna sbarrare la strada a questi macellai della democrazia, ad un revanchismo sciovinista che ha facile presa sulla rabbia sociale dei moderni sfruttati, dei sottoproletari altrettanto moderni e anche magari di tutte quelle famiglie che, senza volerlo, producono un milione e mezzo di bambini ridotti in assoluta povertà.

Primum vivere, dicevano i filosofi. Deinde filosofare. Ma qui non si tratta di giocherellare con le ipotesi, di esprimersi in astruse analisi del contesto in cui viviamo: ormai lo conosciamo sufficientemente bene per sapere che con le destre fasciste e sovraniste al potere qualunque possibilità di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, dei pensionati e di tutti coloro che sbarcano a fatica il lunario, si allontana e diventa di difficile soluzione il ripristino delle garanzie costituzionali per chiunque le rivendichi anche solo come diritti civili.

Chi ritiene che richiamare la sinistra comunista ad un proprio ruolo in tutto ciò sia foderarsi gli occhi di fette di salame e tapparsi le orecchie per non sentire determinate detrazioni, non soltanto pecca di presunzione ritenendomi/ci (al mio pari ritengo la pensino molte compagne e molti compagni) degli insensibili idioti o, comunque, dei visionari, degli utopisti che hanno smarrito il senso del pragmatismo in politica come nella vita di tutti i giorni.

Chi ritiene ciò, commette un errore prima di tutto politico, perché sacrifica e baratta libertà e diritti sociali con libertà e diritti civili. In questo senso confonde strategia e tattica, le unisce posticciamente pensando di poter allo stesso tempo svolgere un ruolo rivoluzionario e riformatore e non ottiene né spostamenti verso la rivoluzione e tanto meno avanzamenti verso politiche riformiste che migliorino la angusta sopravvivenza di tanti proletari moderni.

E’ invece necessario distinguere senza separare, comprendere le diversità senza trasformarle in dogmi e fare della strategia di ricostruzione della sinistra comunista una necessità storica, un fatto ineluttabile e imprescindibile, sganciandola da una devota propensione a relegarsi al solo ambito di gestione governativa dell’esistente.

Parimenti, però, come bene diceva Marx, i comunisti non hanno il diritto di separarsi dal resto dell’esercito progressista e democratico, ma devono incalzarlo, per ottenere risultati anche nel breve e medio termine.

Tutto questo si può fare se si concorda su un punto unico, essenziale, non negoziabile: i comunisti, nel riappropriarsi della loro peculiare “diversità” devono partecipare a tutte quelle lotte, tanto di piazza quanto di palazzo (qualora gli fosse permesso di rientrare in Parlamento, una volta riacquistata da parte della Repubblica, per bontà di lorsignori, una legge elettorale veramente proporzionale pura) per fermare le destre insieme a tutte le forze variamente votate e legate ad una visione costituzionale della vita del Paese.

Ma i comunisti non devono intendere questo come una forma di avvicinamento tra tattica (per l’appunto l’azione di oggi, immediata) e strategia di lungo periodo: in sostanza non devono mercanteggiare più sul “meno peggio“, non lasciarsi compromettere dall’accusa di essere coloro che lavorano per il re di Prussia, una sorta di quinta colonna del nemico nel fronte progressista, coloro che favoriscono l’ascesa delle destre.

Tutti quelli che in trent’anni ci hanno accusato di aver favorito la venuta di governi di destra, come quelli di Berlusconi, dopo aver rotto con il centrosinistra prodiano, sono stati i principali artefici della vera costruzione della strada lastricata per le destre che oggi imperversano nel Paese: lo hanno fatto creando politiche che hanno derubato il futuro ai giovani, li hanno precarizzati, parcellizzati, resi insicuri e hanno privatizzato interi settori dell’economia dello Stato svendendo per pochi soldi valori immensi da cui si poteva trarre beneficio comune, per tutta la popolazione.

Mentre accusavano noi di favorire con i voti di sfiducia ai governi di centrosinistra le future torsioni a destra del Paese, loro preparavano tutte le garanzie più evidenti a protezione non dei salari ma dei profitti e facevano dell’Italia un Paese felice per l’evasione fiscale e maledetto per il lavoro salariato.

Così abbiamo perso la nostra anima, la nostra intelligenza e siamo arrivati ad una odiernità in cui ci domandiamo “chi siamo?“. Non lo sappiamo più, confusi tra “alleantisti“, “frontisti“, “governisti” e mille altre definizioni declinabili sempre con la parola “sinistra“, però sia chiaro, senza aggettivi. Quelli sono pericolosi, perché identificano, “separano“.

Invece a separare i comunisti sono proprio le tattiche di piccolo respiro che escludono la strategia del cambiamento sociale, dello stravolgimento rivoluzionario, necessario che viene nuovamente deriso, compatito e ridicolizzato proprio come ad inizio ‘900, quando gli anticapitalisti erano trattati come dei poveri mentecatti sognatori.

Mi hanno domandato per chi voterei se vivessi in Umbria. Non vivo in quella meravigliosa regione della nostra bella Italia. Dunque mi astengo dal rispondere. Ma penso, in qualche modo, di aver risposto in questo lungo – me ne perdonerete – articolo che ritenevo giusto scrivere se non altro per dare sfogo alla rabbia, alla frustrazione e alla vera e propria “passione” che sento ancora dentro me.

MARCO SFERINI

22 ottobre 2019

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