La vittoria di Biden in un’America non migliore

Una vecchia canzone, intonata dai migranti italiani di fine ‘800 e inizio ‘900 assiepati sulle tolde dei bastimenti, parlava del Nuovo Mondo scoperto da Cristoforo Colombo come della terra...
Joe Biden

Una vecchia canzone, intonata dai migranti italiani di fine ‘800 e inizio ‘900 assiepati sulle tolde dei bastimenti, parlava del Nuovo Mondo scoperto da Cristoforo Colombo come della terra promessa in cui era certo che si potesse trovare un lavoro, riuscire a spedire a casa un po’ di soldi risparmiati e uscire dalla morsa della fame. Gente semplice, proletari a tutto tondo, che intonavano i versi scritti da Angelo Giusti nel 1875.

Si trattava di un canto per i migranti per lo più provenienti dal Veneto e che, una volta imbarcati, avrebbero affrontato «trentasei giorni di macchina a vapore» prima di vedere la Statua della Libertà. La necessità della metrica, unita alla consuetudine con cui veniva chiamata l’America, aveva adattato il nome della Repubblica stellata in “Merica“, elidendo quella lettera iniziale che ricorda tutt’oggi Amerigo Vespucci.

Proprio ricordando l’esilio di milioni di italiani negli altri continenti, Gianni Amelio ne fece anche un film: “Lamerica“, dove si racconta un altro esodo, quello degli albanesi nei primi anni ’90, quando le navi debordavano di esseri umani sulla esilissima soglia tra l’essere a bordo e l’essere un “uomo in mare” spinto dalla disperazione di tanti propri simili.

Per moltissimo tempo “la Merica” è figurata l’opposto di un’Europa litigiosa, sempre in guerra al suo interno dal confine storico sul Reno tra Francia e Germania e pure nei Balcani e nell’Est, dove i primi cenni di rivoluzione si sentivano fin da prima del nuovo “secolo breve“.

Quanta storia è trascorsa dalla “Merica” all'”America” di oggi: due guerre mondiali, l’espansionismo economico, il segregazionismo razziale al posto dello schiavismo, la lotta per i diritti civili e i grandi movimenti di liberazione delle donne; e poi l’affermazione delle minoranze come parti integranti di una nazione che era, e rimane, il “Grande Paese“, coast to coast, capace di essere anche quello che vive le più grandi contraddizioni inoculategli dal capitalismo e dalla complessità del sistema di potere che si è dato per governare i rapporti tra comunità così differenti.

Si è spesso osservato che – in base anche ad una legge marxiana che svela la globalizzazione nella sua espansione planetaria, prevedendola a partire dalla industrializzata Inghilterra – che gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo ciò che l’avrebbe caratterizzato successivamente: in America tutto accadeva e accade prima. A cominciare dalle produzioni televisive e cinematografiche: il forte monopolio di Hollywood sulle scene della settima arte, ha fatto sì che anche il baricentro della cultura mutasse e si rivolgesse non più alla vecchia Europa, alla razionalità occidentale, ma a quella d’oltre oceano.

Le serie tv che noi vediamo, negli USA venivano qualche decina di anni fa ancora trasmesse anni prima, appena prodotte. Arrivavano in Italia dopo la sperimentazione sui mercati della comunicazione con tanto di contratti già allegati per sponsorizzazioni di prodotti – manco a dirlo – di provenienza statunitense.

L’espansione dell’economia americana è stata veicolata utilizzando ogni possibile canale (in tutti i sensi) e ogni possibile ambito sociale, politico, morale ed anche religioso. Così, per lungo tempo ci siamo ripetuti la litania retoricheggiante sull'”americanizzazione” dei nostri costumi, delle nostre usanze, senza accorgerci che l’Europa era già stata investita da una precedente occupazione: militare, con la NATO subito dopo la Seconda guerra mondiale; economica, con il piano Marshall; ideologico-politica, con lo sguardo rivolto alla parte “libera” del mondo, considerata bandiera esclusiva della democrazia.

Che questa enorme bandiera a stelle e strisce potesse un giorno avere come presidente un nero, un afro-americano era ancora altamente imprevedibile almeno fino agli anni ’80 e ’90. Mentre in Sudafrica vigeva un feroce regime di segregazionismo razziale, più strutturato di quello americano, riconosciuto come tale dallo Stato, negli USA l’intolleranza era sistemica ma non regimentata, legalizzata appieno.

Lunga scia scabrosa di una Guerra civile che non era finita nel 1865, che era proseguita fino al 1876 quando proprio una elezione presidenziale aveva creato presupposti di scontro tali da far ripiombare la nazione nel muro contro muro, quasi nel caos.

Samuel Tilden, democratico (quando esserlo significava far parte di un partito conservatore ma meno reazionario rispeto a quello odierno), sconfisse davvero per un pelo il repubblicano Rutherford Hayes, avendolo superato senza alcuna ombra di incertezza o dubbio col voto popolare (circa 250.000 voti di differenza tra i due contendenti). Rimasero in ballo 20 grandi elettori in uno scenario che vedeva Tilden fermo a 165 grandi elettori e Hayes a 184. Il cosiddetto “numero magico” per oltrepassare l’uscio della Casa Bianca era 185…

Si creò, pertanto, una situazione simile a quella di oggi: per molto tempo le due parti si contrastarono, se ne dissero di ogni tipo, si sconfessarono a vicenda finché non si arrivo al “compromesso del 1877″: pur avendo prevalso nel voto popolare, ma non potendo vedersi assegnare i 20 grandi elettori rimanenti, i democratici di Tilden accettarono la presidenza di Hayes in cambio del ritiro delle truppe unioniste aqquartierate nel Sud, permettendo quindi un ristabilimento della sovranità che riecheggiava tanto la rivalutazione storica e politica della Confederazione di Jefferson Davis.

Ciò risponde alla domanda, giustamente postasi in tempi di “Black lives matter“, quando, vedendo tutte le simbologie e le statue di generali confederati rimossi, ci si chiese come mai tutti quei feticci fossero lì, rappresentanto l’esatto opposto dell’Unione che aveva vinto e prevalso sul Sud ribelle. Il compromesso del 1877 lo spiega molto bene e ci ricorda che la vittoria del Nord fu soprattutto una vittoria economica più che morale.

La storia delle grandi divisioni e delle grandi guerre intestine, dunque, non appartiene soltanto alla cara vecchia Europa, ma pure a nuovi mondi che iniziavano a costruire proprio allora la loro prima identità nazionale.

Così come non era prevedibile la presidenza di Barack Obama, altrettano poco prevedibile sarabbe stata la vittoria di Donald Trump: uno sconvolgimento della tradizione repubblicana, di un Grand Old Party saldamente ancorato al mantenimento della figura presidenziale nel contesto della formalità istituzionale più rigorosa, sebbene già George W. Bush avesse fatto vacillare queste pietre angolari condivise unitariamente dal sistema di potere americano.

Il quadriennio trumpiano ha messo fine ad ogni certezza in merito: ha creato fin da subito una instabilità istituzionale, ha reciso le radici del GOP col suo passato remoto ed anche con quello prossimo, ne ha preso progressivamente le redini e ne ha fatto un cagnolino scodinzolante, da recalcitrante che era nell’accettare persino la candidatura a presidente del magnate delle costruzioni.

 Biden ha vinto: lo dimostrano, più dei voti, la “no fly zone” sulla sua abitazione in Delaware e le parole della portavoce della Camera Nancy Pelosi che lo ha apertamente definito: «Il nostro presidente eletto». Del resto, nonostante i voti dei marines d’oltreoceano che arriveranno sui tavoli dell’ufficio centrale elettorale della Pennsylvania, e che non è detto siano tutti repubblicani, qualora dovesse anche prevalere Trump in questo Stato, gli rimarrebbero saldamente in mano ormai Nevada e Arizona. La Georgia è un testa a testa.

Quindi, se non con i 306 voti finali, cui arriverebbe conquistando gli “swing states“, il famoso “numero magico” dei 270 grandi elettori lo otterebbe sommando, a quelli attribuitigli senza più ombra di dubbio, anche soltanto Arizona e Georgia, oppure la sola Pennsylvania.

Una vittoria che Biden deve interpretare come una vittoria della democrazia americana e che, però, mostra tutte le evidenti contraddizioni sociali emerse in questo ultimo anno sulla tremenda spinta della fase pandemica: i democratici hanno visto giusto nel puntare sul voto per posta. E’ stato soprattutto un messaggio politico, unito certamente alla preoccupazione della diffusione del coronavirus.

Un messaggio che è arrivato a milioni di americani, preoccupati per un futuro che si poggia sul presente di un eredità trumpiana che ha spazzato via ogni accordo sul clima e l’ambiente in generale; che ha reciso i legami con l’Europa e la Cina in termini commerciali, alzando muri doganali fatti di dazi sempre più maggiorati per favorire una industria a stelle e strisce che non ha avuto una ricaduta favorevole, ancora prima del Covid-19; ha indebolito l’assetto internazionale di controllo sul nucleare iraniano e ha dichiarato a Teheran una guerra mista di droni asassini e isolazionismo diplomatico, calpestando ancora una volta i diritti del popolo palestinese con gli “accordi di Abramo“.

Trump lascia all’America, inoltre, una politica fiscale che ha premiato i ricchissimi e ha tentato l’abolizione della riforma sanitaria di Obama (il famoso “Obamacare“) e ha inasprito tutte le tensioni etniche presenti nel Grande Paese, esasperando i toni, facendo credere che i muri potessero contenere i fenomeni migratori o la delinquenza organizzata.

D’altro canto, se la borsa non scalpita, smania e non ha il ballo di San Vito è perché ha già puntato sulla pacificazione sociale nazionale di Biden: i democratici proveranno ad archiviare i quattro anni di una presidenza invereconda, anomala fino all’impossibile nel contesto liberal-liberista della Repubblica stellata. La forma muterà, meno muteranno i contenuti e le politiche. Soprattutto quelle estere, soprattutto quelle atte a garantire l’egemonia americana nel Medio Oriente e la conservazione di quel predominio mondiale che gli USA pretendono di avere economicamente, politicamente, militarmente.

Cosa non da poco, Biden invertirà la rotta trumpiana di attacco frontale al colosso cinese e si distanzierà dai sovranisti: da Putin, da Orbàn, da tutti gli amici autoritari del magnate delle costruzioni. Biden, nella costruzione del suo governo, con un Congresso per metà a guida democratica e per metà a guida repubblicana, potrà spuntare le ali estreme del suo partito: Wall Street l’ha intuito e non teme un Bernie Sanders nella compagine dell’esecutivo. Ma molti giochi sono ancora in ballo e nulla, in effetti, può essere dato per certissimo. Forse nemmeno per certo.

Nemmeno quei ricorsi rindondanti che l’ormai quasi presidente uscente continua a minacciare cercando finanziatori per oltre 60 milioni di dollari: arrivare alla Corte Suprema e continuare ad approfindire la già profonda ferita verticale nella viva carne di un paese spaccato a metà.

Ricucire quella lacerazione sarà anche possibile, ma non ci si attenda da Biden nessuna riforma sociale di grande portata. Ci si aspetti la normale declinazione di valori e diritti civili nel contesto di un liberismo ben rappresentato dalla sua vice, Kamala Harris. Se trasportassimo questo scenario in Italia, potremmo paragonare Biden ad un moderato di centro e la Harris ad una centrista meno, molto meno moderata.

Il trumpismo rimane sullo sfondo della vita quotidiana, nel sottosuolo più prossimo alla superficie, pronto a riemergere, ammaccato, acciaccato ma per niente svalorizzato e reso innoquo da una vittori a metà di Biden, da una sconfitta a metà di Trump. Ad un sociopatico megalomanesi è sostituito un normale presidente, dall’aspetto e dai toni rassicuranti. E’ una buona notizia, ma l’America non sarà migliore per questo. Sarà solo diversa.

MARCO SFERINI

7 novembre 2020

foto: screenshot

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