La subalternità del Governo alle imprese

Licenziamenti. La subalternità del Governo alle pressioni degli industriali rischia anche di essere un boomerang anche sul piano strettamente economico, penalizzando uno dei settori più colpiti dalla pandemia
Carlo Bonomi, presidente di Confindustria

«I lavoratori si riprendono le piazze perché il lavoro torni al centro dell’agenda politica» ha scritto sabato Simone Vecchi, segretario della Fiom di Reggio Emilia, postando la foto di un autobus in viaggio verso Firenze. «Il governo Draghi deve sapere che oggi è solo l’inizio. È ora di finirla con soldi a pioggia alle imprese, vogliamo politiche industriali per l’occupazione, lavoro stabile e riduzione degli appalti».

Il breve messaggio condensa il cuore delle questioni di fronte allo sciagurato sblocco dei licenziamenti. In primo luogo, c’è il tema del protagonismo dei corpi nello spazio pubblico, dopo il lungo “tempo sospeso” della crisi sanitaria. Perché è vero che le strade, le piazze e il contatto sociale sono mancati molto a tutti, a partire dai più giovani. Ma è altrettanto vero che, per lavoratori e lavoratrici, la coalizione o, se si preferisce, l’assembramento costituisce il presupposto fondamentale per l’esercizio del contropotere collettivo: il solo terreno che consente di bilanciare il rapporto di lavoro che, sul piano individuale, è indefettibilmente asimmetrico. Ed è tanto più squilibrato quanto più il lavoratore è ricattabile: una condizione tipica di ogni rapporto di lavoro atipico, precario, a termine… condivisa, peraltro, da tutte le maestranze che prestano un’attività di lavoro, anche a tempo indeterminato, negli appalti, strutturalmente a scadenza. Una condizione che, domani, rischia di essere comune a lavoratrici e lavoratori, anche formalmente stabili i quali, a partire dal mese di luglio, potrebbero essere interessati da licenziamenti sia individuali che collettivi, disposti per ragioni economiche e organizzative, fino ad oggi provvidenzialmente bloccati per evitare che la crisi sanitaria si convertisse, immediatamente, nella più grande crisi sociale e occupazionale di questo secolo.

La subalternità del Governo alle pressioni degli industriali rischia, inoltre, di essere un boomerang anche sul piano strettamente economico, penalizzando uno dei settori più colpiti dalla pandemia. È, infatti, ben difficile che il settore turistico possa riprendere fiato se, alla vigilia dell’estate, qualche centinaia di migliaia di lavoratori sarà coinvolto – o avrà timore di essere coinvolto – da procedure di riduzione di personale o da licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo.

Il messaggio di Simone Vecchi abbraccia anche un altro tema che interroga direttamente la politica: come far sì che risorse e misure di sostegno alle imprese, in quantità prima inimmaginabili, possano orientare le politiche industriali, con modelli produttivi e organizzativi sostenibili socialmente e ambientalmente. Detto altrimenti, come scongiurare la prassi dei soldi “a pioggia”, introducendo una condizionalità perché le imprese investano sulla qualità della produzione e del lavoro, invece di continuare a scaricare sui più deboli gli effetti della crisi pandemica e della crescente competizione internazionale, tramite pratiche di dumping salariale e forme di decentramento produttivo al ribasso. Se le domande non sono mai indiscrete, talvolta rischiano di essere imbarazzanti le risposte.

Per noi questo tempo impone risposte chiare, almeno su tre punti: oltre a una proroga del blocco dei licenziamenti fino alla fine, effettiva, dell’emergenza in corso, sarebbe tempo di introdurre un salario minimo legale che argini il drammatico fenomeno del lavoro povero, mentre su questo tema il Parlamento continua a balbettare. Così come sarebbe tempo di arginare, nel settore sia pubblico sia privato, le esternalizzazioni, per un verso introducendo limiti alla facoltà degli attori pubblici di affidare a terzi servizi strategici per la comunità; per l’altro affermando il principio di parità di trattamento dei lavoratori degli appalti nel settore privato.

Oggi, in Italia, non manca il lavoro. Manca la disponibilità a pagarlo adeguatamente e a trattarlo in modo dignitoso. Non permettiamo al virus di agire sulla memoria, facendoci dimenticare che è il lavoro ciò che costituisce il fondamento della Repubblica.

FEDERICO MARTELLONI
Responsabile lavoro di Sinistra italiana

da il manifesto.it

foto: screenshot

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