Il secondo giorno del congresso di Sinistra italiana è quello del dibattito con i leader dell’opposizione e del sindacato. Tutti portano il fiocco viola della giornata contro la violenza sulle donne, che qui viene inserita dentro la battaglia politica a tutto tondo, a testimonianza di un pezzo di sinistra che ormai dà per consolidata l’intersezione tra le lotte e la commistione tra diritti sociali e civili.

«I femminicidi non sono fatti isolati ma fenomeno sistemico. Le maree transfemministe che in queste ore attraversano le nostre città ci dicono che combattere è possibile». dice la responsabile diritti del partito Marilena Grassadonia.

Da qui si riparte per immaginare una nuova forma dell’opposizione. Tra gli ospiti, apre le danze Riccardo Magi che annuncia la sua «disponibilità a sedersi e lavorare sull’alternativa a questa destra. Nei fatti avviene già nella quotidianità parlamentare su molte questioni, ora serve che facciamo tutti un salto di qualità».

Per il segretario di +Europa, «la vittoria delle destre peggiori in Italia, in Europa e nel mondo ci impone alcune riflessioni. Milioni di persone si sentono rappresentate dall’uomo solo al comando e da reazionari invece che da progressisti. Dobbiamo evidenziare ad esempio che il premierato non ha nulla a che vedere con la stabilità, vuole solo accentramento del potere. E in Europa siamo di fronte a un bivio della storia».

Anche Schlein ci sta: «Siamo disponibili a fare iniziative, campagne e mobilitazioni comuni e unitarie» contro una «destra feroce» che pensa che «la povertà sia una una colpa individuale».

La segretaria dem strappa applausi quando dichiara un’affinità ulteriore: rivendica una radice comune e dice a Fratoianni: «Ci siamo formati insieme sulla consapevolezza che giustizia sociale e ambientale siano inscindibili». Poi riprende la proposta di Bombardieri sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. «Nel paese e in parlamento dobbiamo unire le nostre lotte e i nostri sforzi: è tempo di parlare di redistribuzione delle ricchezze, del tempo, del potere».

Prima di lei, il segretario generale Uil, tra gli applausi, aveva garantito: «Abbiamo tanta strada da fare insieme». Maurizio Landini, invece, costruisce una relazione tra violenza sulle donne e precariato: il link sta nella pretesa di possedere la vita e il lavoro delle persone.

E Giuseppe Conte? Anche il leader 5 Stelle apre al dialogo ma ci tiene a rivendicare «l’autonomia» del suo M5S. Forse è eccessivo parlare di «freddezza» da parte dell’ex presidente del consiglio, come fanno alcuni delegati mettendosi in fila verso il buffet del pranzo.

Però è vero che Conte, l’unico che si rivolge alla platea dei delegati non usando l’appellativo «compagne e compagni» (lo aveva adoperato anche Magi, riallacciandosi alla consuetudine pannelliana), infila alcuni distinguo. Dice che il governo è portatore di una «sub-cultura tossica» che «punta a dividere interloquendo con sotto-blocchi sociali con i quali ha fatto accordi di potere». Poi apre.

Ma, appunto, con prudenza: «L’unità è un obiettivo, il metro per arrivarci è un confronto serio sui progetti». E lancia un messaggio a un uditorio aperto ai diritti quando afferma che «non bisogna lasciare la sicurezza alla destra, va bene partire dalla tutela delle persone che emigrano ma ponendosi il problema di chi in periferia vive difficoltà reali».

Come reagisce questa gente a questa apertura? Per Giovanni Paglia, responsabile economia di Si, «abbiamo sempre vissuto l’unità delle opposizioni come costrizione, questa volta, contro questa destra, dobbiamo viverla da protagonisti».

Il deputato torinese Marco Grimaldi, figura molto ascoltata, esorta a fare un passaggio di scala: «Immaginate che questo sia ultimo congresso in cui ci sentiamo minoranza politica e culturale in questo paese».

Vincenzo Vita per l’Associazione rinnovamento della sinistra considera «apprezzabile il felice clima di dialogo tra le varie forze dell’universo progressista. Ci domandiamo se sia preclusa la strada di un’unica lista a sinistra del Pd per le prossime elezioni europee».

Stefano Ciccone, primo firmatario del documento di minoranza, accampa prudenti dubbi: «Siamo tutti d’accordo con la critica al capitalismo e la denuncia della crisi ambientale, il punto è come decliniamo tutto ciò».

«Abbiamo attraversato il deserto, adesso dobbiamo fare di più» sintetizza Jacopo Rosatelli, assessore a Torino, per indicare la fase che si apre.

Anche alla lista per la pace che vorrebbero fare Michele Santoro e Raniero La Valle? Da queste parti il senso comune diffuso è: «Abbiamo già dato». Che significa che dopo la fase della resistenza si vuole rilanciare «senza cambiare simbolo e nome», per dirla con le parole di Fratoianni. E non giova il fatto che qui si rimproveri al giornalista e frontman di non aver mai riconosciuto ad Alleanza Verdi Sinistra il merito di aver sempre votato contro l’invio di armi sul fronte ucraino.

GIULIANO SANTORO

da il manifesto.it

foto: screenshot You Tube