Il 2 giugno e l’incertezza politica di oggi

Il quadro istituzionale del nostro Paese si trova in una fase di grande confusione e incertezza. L’esito del referendum del 4 Dicembre 2016 ha consentito di respingere l’attacco alla...

Il quadro istituzionale del nostro Paese si trova in una fase di grande confusione e incertezza.

L’esito del referendum del 4 Dicembre 2016 ha consentito di respingere l’attacco alla modifica del regime parlamentare che era stato tentato e sicuramente questo ha rappresentato un fatto positivo.

Di seguito, però, si è dimostrata tutta l’inadeguatezza del dibattito politico e si sta tentando attraverso operazioni spurie ed opache di ignorare il significato profondo di quel voto e della successiva sentenza della Corte Costituzionale con la quale sono state dichiarate illegittime parti fondamentali di una nuova legge elettorale che avrebbe dovuto sostituire quella precedente dichiarata d’altra parte del tutto illegittima della stessa Corte con la sentenza 1/2014.

Ci troviamo quindi in una fase di vera fibrillazione e di distacco molto profondo tra la possibilità di affrontare seriamente le grandi contraddizioni sociali in atto e la realtà della discussione in atto tra le forze politiche.

E’ il caso allora di entrare nel merito del significato profondo di ciò che accadde il 2 Giugno 1946, snodo decisivo della nostra vita democratica punto conclusivo della Resistenza e di principio per il progetto della Costituzione.

La nascita della Repubblica Italiana ha rappresentato un evento preciso e datato, e occorre studiarlo come momento di una scelta affidata direttamente agli elettori, dopo lunghi anni in cui non avevano esercitato il diritto di voto.

La valutazione circa il valore di quella scelta referendaria va quindi inserita, oggi a quasi settant’anni di distanza, in un contesto ampio dando maggior rilievo di quanto non ne sia stato dato in precedenza agli aspetti istituzionali legati allo strumento usato, il referendum appunto, con il quale la scelta fu fatta e dall’altro al fatto stesso del coinvolgimento in prima persona dei cittadini italiani.

Non si dimentichi che le donne per la prima volta nel 1946 partecipano alle elezioni politiche e sono chiamate con un primo voto a giudicare il re: in quel voto furono investite, da entrambe le parti, grandi cariche emotive popolari che non possono essere trascurate per una comprensione storica del fatto.

E’ cresciuta nel corso degli anni l’attenzione al vissuto degli italiani negli anni della nascita della Repubblica, alle loro condizioni di vita sociale ed economica ed è cresciuta anche l’attenzione verso i “vinti” (spesso nella deteriore dimensione del “revisionismo storico” che pure va analizzato come fenomeno sociale e culturale). Un’attenzione rivolta verso coloro che non si riconobbero spontaneamente nel nuovo ordine, ai monarchici, a coloro che avevano aderito alla Repubblica sociale, ai tanti che non si sentivano rappresentati dai partiti del CLN.

Una storia ricostruita con questa sensibilità non può ignorarli anche perché nella scelta referendaria il loro peso fu immediato e rilevante.

Ma accenniamo, anzitutto, agli aspetti istituzionali delle scelta del 2 Giugno 1946, perché fu proprio che attraverso la scelta del Referendum l’Italia voltò pagina davvero senza alcuna possibilità di una sorta di “ripresa di continuità” con l’Italia dei notabili liberali pre-fascisti.

La Repubblica è dunque nata in Italia a seguito di un referendum, con uno strumento per sua natura bipolare.

Forse la predominante attenzione, in molte ricostruzioni, alla “consociazione” come elemento caratterizzante del sistema politico italiano, ha reso meno sensibili storici e analisti politici al momento fortemente bipolare rappresentato dal referendum istituzionale.

Ma, paradossalmente, questa scelta bipolare, in cui una parte ha perso e l’altra ha vinto senza possibilità di compromessi, è stata il frutto di un compromesso dell’Italia Repubblicana con l’Italia monarchica.

Il referendum servì a non far esplodere il contrasto sulla questione istituzionale nei partiti centrali dello schieramento politico e, in particolare nella DC, che raccoglieva voti di monarchici e di repubblicani.

Sui motivi che spinsero De Gasperi a volere risolutamente, contro il parere di settori consistenti del suo partito e contro l’opinione di Don Sturzo, che la scelta istituzionale fosse affidata a referendum popolare non vi sono ormai da tempo dubbi possibili (basta confrontare gli accurati studi condotti da Pietro Scoppola).

In questo senso la decisione di affidare direttamente al popolo la scelta tra monarchia e repubblica fu il frutto di un compromesso interno al partito di maggioranza relativa: la DC come è noto, sulla base di un referendum al suo interno si pronunciò, a grande maggioranza dei suoi iscritti, per la Repubblica ma poté lasciare liberi i suoi elettori di votare in un senso o nell’altro, disimpegnandosi così da una piena e diretta responsabilità sulla scelta istituzionale e ottenendo per essa l’avallo di una decisione popolare che l’avrebbe sottratta, come di fatto avvenne, non ostante alcune marginali contestazioni, a ogni possibile dubbio di legittimità.

Anche sotto il profilo più strettamente costituzionale la scelta referendaria assunse, per la Repubblica, il carattere di un compromesso: grazie ad una serie di provvedimenti aventi valore di legge lo strumento referendario fu negoziato con la monarchia, sicché la scelta repubblicana attuata per volontà di popolo, rappresentò davvero l’elemento fondativo di discontinuità con il passato prefascista, tacitando le teorie del “fascismo come parentesi”.

Dunque lo strumento referendario, per sua natura bipolare e non consociativo è servito essenzialmente alla difficile saldatura tra l’Italia repubblicana che stava nascendo e l’Italia monarchica, garantendo il consenso popolare al nuovo ordinamento.

Una risposta necessaria alla realtà di allora, una realtà nella quale c’erano tante cose e tanti vissuti contraddittori difficilmente compatibili: c’erano le forti appartenenze popolari che mobilitavano il Paese, più che in ogni altro momento della sua storia, ma lo dividevano anche in profondità; c’era l’esperienza della Resistenza, con i suoi eroismi e le sue crudeltà; c’era la frattura creata dalla Repubblica sociale.

Questa frattura aveva assunto le forme della guerra civile: il concetto e la parola “guerra civile” sono stati a lungo rifiutati dagli antifascisti e assunti a propria bandiera dai fascisti con un effetto paradossale, sottolineato da Claudio Pavone, nella sua opera fondamentale vero e punto di svolta nell’impostazione della ricerca storiografico relativa a quel periodo: ” …in quanto è raro che i vincitori di una guerra civile non la includano con orgoglio nella tradizione delle loro res gestae e la consegnino invece alla memoria dei vinti”.

Il recupero del concetto e della parola ha invece, almeno a nostro avviso, favorito una più approfondita comprensione di una realtà di cui oggi si punta, brutalmente, a cancellare la memoria.

Tornando alla valutazione relativa alla realtà istituzionale rappresentata, in quel momento, dal referendum si può dunque affermare che, forse più dell’elezione dell’Assemblea Costituente, proprio il referendum servì a realizzare una nuova saldatura, a creare le condizioni per una nuova cittadinanza per tutti gli italiani.

Norberto Bobbio ha definito gli eventi tra il 1943 e il 1946 come “un caso davvero esemplare e particolarmente istruttivo di nascita di una democrazia secondo un’applicazione conforme a un alto grado di approssimazione del modello contrattualistico. Da uno stato di guerra di tutti contro tutti, che era la spietata realtà dell’Italia dopo l’8 Settembre, si è arrivati a un patto di non aggressione e a una scelta istituzionale demandata al popolo che costituisce ancor oggi (n.d.r. Bobbio scrive nel 1987, ma si tratta di un’affermazione che, a nostro avviso, mantiene un’intatta validità) il fondamento di legittimità delle nostre istituzioni”.

La conferma di tutto ciò ci deriva anche da un’analisi riguardante la campagna elettorale per l’Assemblea Costituente; nella stessa scelta dei candidati, da parte dei partiti, dove prevalse il criterio più propriamente “politico”.

La scelta istituzionale divenne così per i partiti che la sostennero con accanimento, quelli della sinistra comunista, socialista, laica un’occasione per porre i problemi di contenuto e non una mera scelta di bandiera.

Emerge, così, un’ulteriore linea di ricerca: quella del ruolo dei partiti come fattori di educazione politica, e di riflesso, della condizione del cittadino italiano nell’esercizio della sovranità popolare e più concretamente del diritto di voto: il problema della sua informazione, della sua educazione alla politica, dei condizionamenti sulle sue scelte e quindi della libertà di voto.

Nelle contraddizioni di quella fase si può parlare del ruolo dei partiti come di un fattore fondamentale del recupero di un senso della cittadinanza, dell’adesione ai partiti come forma personale di appartenenza alla collettività politica nazionale: si determinò così il modo di essere cittadino dalla origini della Repubblica almeno per tutto il quarantennio successivo.

Una memoria da non disperdere e un monito per l’oggi nel momento in cui si tende a spezzare quel dato costitutivo di una cittadinanza politicamente attiva per ridurla al servizio passivo di un “Capo” e emarginare, politicamente e socialmente, quanti intendono opporsi a questo progetto: creando così una rottura profonda nella realtà della vita civile del Paese.

Per questo motivo vale la pena ricordare il 2 Giugno al di fuori della ripetitività delle celebrazioni ufficiali, facendo di questo ricordo un vero e proprio momento rifondativo della democrazia.

FRANCO ASTENGO

foto tratta da Wikipedia

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Il novecentoLo scaffale della storia
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