Il mutaforme a cinque stelle della politica italiana

Pieno di una necessaria retorica con cui infarcire un discorso che altrimenti si sarebbe potuto chiudere intersecando le cronache dei giornali delle settimane precedenti, Luigi Di Maio ha, nonostante...
Luigi Di Maio si dimette da "capo politico" del M5S

Pieno di una necessaria retorica con cui infarcire un discorso che altrimenti si sarebbe potuto chiudere intersecando le cronache dei giornali delle settimane precedenti, Luigi Di Maio ha, nonostante ciò, descritto una scena politica ricca di contraddizioni che vivono soprattutto all’interno del Movimento 5 Stelle e che sono risultate evidenti fin dal suo primo ingresso a Palazzo Chigi.

Il Movimento 5 Stelle non è il primo partito politico che si discosta dalla sua missione originaria, assumendo la forma dell’acqua, l’adattamento precoce e possibilmente indolore a tutte le situazioni (buone o cattive che si presentino) per gestire un ruolo non secondario nell’amministrazione dello Stato.

Gli esempi sarebbero tanti: uno fra tutti il PSI, che tanto è riemerso ai disonori della cronaca degli anni tangentopolizi, quando, passando da Nenni a Craxi, divenne un partito socialista talmente riformista da capeggiare una coalizione di cinque partiti di centro (con qualche sguardo a destra, come il Partito Liberale Italiano) pur trovandosi numericamente in una posizione di minoranza in quanto a percentuali elettorali, a rappresentanza parlamentare (allora proporzionale vera…).

Il dualismo creatosi con la Lega, siglando il famoso “contratto di governo“, ha impedito una egemonia completa sull’esecutivo e, di nuovo, si è ripetuto lo schema craxiano, abilmente gestito da Salvini, con un Movimento allora forte, al 33% dei voti, con la maggioranza parlamentare quasi assoluta dalla sua, indebolito proprio da questa forza incapace di reggere in solitaria le sordi del Paese.

Il bisogno è una necessità a volte più grande di quel che sembra e lo diventa ancora di più se è un bisogno da cui non esiste via di uscita, senza bivio, senza scelta. Così la Lega ha giocato una carta di minoranza, divenuta poi nel tempo esattamente l’opposto, creando dunque un rovesciamento delle posizioni tanto nella forza contrattuale governativa quanto nei rapporti parlamentari.

Il problema non stava tanto nel numero di ministri che sedevano nel governo Conte I: quanti fossero della Lega e quanti del M5S. Il problema non era nemmeno la ripartizione parlamentare di deputati e senatori.

Semmai l’arcano dilemma era tutto quanto rappresentato da un’altra necessità: quella della capitalizzazione del consenso esponenziale acquisito da Salvini nel corso di un anno, espandendo il proprio ruolo di ministro dell’interno e di vicepresidente del Consiglio dei ministri, presenziando in tutte le trasmissioni televisive e quindi creando un abile corto circuito tra apparizioni sugli schermi, gestione della comunicazione su Internet e rapporto nelle piazze, diretto, immediato con una popolazione.

La crisi del Movimento 5 Stelle è fondamentalmente la crisi di un soggetto politico trasversale, privo di una precisa collocazione geopolitica, apparentemente impermeabile ad influenze esterne, che conserva una sua integerrima morale, che mantiene una propria interpretazione tanto delle istituzioni repubblicane quanto del rapporto tra queste e i cittadini, ma alla fine dei conti si rivela essere perturbabile e scopre tutta la sua fragilità proprio nella gestione del potere, nel momento in cui deve “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno“, allorché viene messo alla prova del governo.

Il primo impatto è una sottomissione o, quanto meno, uno stare un passo indietro rispetto alla Lega pur avendo la forza numerica per poter stare al primo posto di palazzo Chigi. Per questo viene scelta la figura “terza” di Giuseppe Conte, come arbitro tra i due componenti il governo.

Nell’anno di governo vissuto pericolosamente con la Lega, la consunzione della rilevanza politica del Movimento è risultata evidente sotto molti punti di vista: dalla semplice gestione amministrativa degli affari di Stato, quindi la dinamica tutta governativa di esposizione dei ministri e delle loro azioni rispetto alla piattaforma comunicativa generale che i media offrono comunemente alle persone, creando la sensazione che nei pentastellati vi fosse smarrimento in merito.

I grandi comunicatori e utilizzatori del web, di Internet in generale, di Facebook principalmente, ma pure di Twitter e Instragram, venivano superati dalla Bestia di Salvini, dalla macchina leghista di una propaganda capillare, quotidiana, anzi oraria che si affiancava alle comparsate televisive, alle dichiarazioni shock sui migranti, sulle chiusure dei porti, ad una egemonia – possiamo sintetizzare così – cultural-politica del governo su temi che tutto erano tranne programmi del Movimento 5 Stelle, azionista di maggioranza dell’esecutivo.

Il bilancio iniziale dell’avventura di governo del M5S non lasciava dunque presagire che i grillini potessero risalire la china dopo lo strappo agostano di Salvini e la formazione del governo Conte II, cambiando campo, rimanendo nell’alveo delle politiche liberiste sul terreno economico, ma dirigendo con tutta evidenza la barra non più a destra ma accanto ad una specie di centrosinistra molto eterogeneo e pronto a scindersi tra PD e Italia Viva.

Se le dimissioni di Di Maio siano la chiusura di una stagione e l’apertura di un nuovo corso politico e amministrativo per il M5S è presto per dirlo. Indubbiamente segnano un cesura, una rottura di una continuità, anche un atto di accusa verso settori interni al Movimento, pure non lontani dalla visione “di destra” del ministro degli esteri, che guarderebbero ancora ad una rinnovata alleanza con la Lega.

Mentre Zingaretti plaude a quella che interpreta come una svolta progressista del M5S, viene da chiedersi quanto spazio esista ancora per una formazione politica il cui bacino elettorale è stato prosciugato dalla Lega in primis (molto al Sud e parecchio anche al Centro-nord) e parzialmente da un PD privo – almeno formalmente – della presenza renziana al suo interno.

In sostanza, se Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia rappresentano un vecchio-nuovo centrodestra più a destra che mai, se il PD tenta di rappresentare un centro-sinistra meno a sinistra che mai (vedasi la presenza nella maggioranza di governo e nel governo Conte II e la mancata abrogazione dei decreti sicurezza, il taser alle forze dell’ordine, la politica sulle grandi opere, l’intransigenza renziana sui principali cardini delle politiche liberiste in economia…), il Movimento 5 Stelle può tornare ad occuparsi di una politica di discontinuità rispetto al passato? Può tornare ad accusare l’universo mondo dei partiti italiani di essere il peggio del peggio e di non poter offrire al Paese alcun cambiamento reale (e sociale)?

Non può evidentemente farlo. Per questo il richiamo alla “rifondazione” del Movimento è stato il cuore di un discorso che Di Maio ha fatto senza chiudere alcuna porta al suo eventuale, possibile futuro ritorno. Del resto, come ha ricordato, a 26 anni era già vicepresidente della Camera dei Deputati e poco dopo sarebbe diventato vicepresidente del Consiglio dei ministri e anche ministro del lavoro.

Decretare la morte politica del Movimento 5 Stelle e pensare ad un Di Maio ormai fuori dai giochi sarebbe miopia politica e scarsa sagacia nell’interpretazione tanto delle parole quanto dei fatti, soprattutto a pochi giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria.

La geografia politica italiana subirà presto nuovi mutamenti importanti. Facciamo in modo di non stare seduti sulla riva del fiume ad aspettare la lenta discesa dei tanti avversari della sinistra di opposizione, di quel movimento comunista che deve ritrovare il suo significato, la sua presenza e il suo naturale sviluppo nella società dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Le stelle cadono anche, ma fissare il cielo fa dimenticare ciò che accade in terra…

MARCO SFERINI

23 gennaio 2020

foto: screenshot

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