Se i padroni “scioperano” con i lavoratori…

Almeno chiamandoli con il loro vero nome si evita anche di offenderli: padroni e non “imprenditori” o “prenditori”, come volutamente ne storpia l’appellattiva il ministro Di Maio. Ma ad...

Almeno chiamandoli con il loro vero nome si evita anche di offenderli: padroni e non “imprenditori” o “prenditori”, come volutamente ne storpia l’appellattiva il ministro Di Maio.
Ma ad indispettire Confindustria e Assindustria del quadrante geoeconomico e politico del Nord Est non è tanto il modo di esprimersi di uno dei due vicepresidenti del Consiglio dei Ministri, quanto l’insieme di progetti e proponimento che il governo si pone come obiettivo immediato: rivedere le percentuali di intervento dello Stato nella micro e nella macroeconomia. Dai singoli padroni al sistema complesso e complessivo dell’interazione nazionale tra essi e, quindi, nella più alta dinamica di sviluppo (o di inviluppo) del capitalismo italiano proiettato verso il confronto con l’ampio scenario europeo e mondiale.
I padroni del Nord Est sono così arrabbiati per le riforme che il governo vorrebbe mettere in atto (abolizione del jobs act, reddito di cittadinanza, nazionalizzazioni annunciate e poi subito smentite, limitazione delle grandi opere, eccetera, eccetera…) da minacciare di scendere in piazza insieme ai loro dipendenti, alla loro forza-lavoro. Magari non proprio con gli operai, con le antiche maestranze di un tempo: ma certamente con una parte rilevante dei colletti bianchi.
Lo stesso presidente di Confindustria lo aveva del resto paventato giorni fa: sarebbe il primo governo a costringere i padroni a sfilare per le vie di qualche città italiana per reclamare maggiori “diritti”.
Del resto, caso mai ce lo fossimo dimenticati, Confindustria è un “sindacato”. Padronale. Ma lo è.
Si prospetta, poi, una manovra di bilancio per niente semplice: la triplice “B” che l’agenzia di rating Fitch ci ha affibbiato è il segno di una sofferenza economica che deriva dall’occupazione in affanno (soprattutto quella giovanile), dallo spread che supera abbondantemente quota 290 e dalla ricchezza nazionale, da un PIL che arranca nonostante i ponti che crollano e che, secondo lo spettacolo di qualche comico di venti anni fa, dovrebbero rappresentare non una fonte di povertà bensì di ricchezza per il Paese: per via della ricostruzione.
Il cinismo dei cinismi non pone mai fine a sé stesso, ma in parte è anche giustificato dalla tragica situazione da commedia dell’assurdo che l’Italia vive.
Ci troviamo innanzi ad un governo che rischia, nell’essere trasversalmente interclassista, nel cavalcare l’ondata di paura della popolazione più fragile economicamente e debole psicologicamente (priva quindi degli strumenti necessari per fronteggiare con raziocinio e informazione adeguata determinate fobie istillate dai maestri dell’odio e dai Ministri della Paura evocati a suo tempo da un bravo Antonio Albanese), di apparire come l’amico del popolo, il difensore degli oppressi e degli sfruttati.
“Prima gli italiani”, del resto… poco conta se anche i padroni sono italiani e vogliono marciare a suon di slogan per le vie di Roma insieme ai loro naturali avversari di classe. Quale migliore occasione per dimostrare che la pace sociale non la fa il governo oggi ma la fanno gli stessi “imprenditori”?
Ciò è più di una discesa in politica in salsa berlusconiana; è più della fondazione di un partito che rappresenti i consensi del padronato in difesa del profitto. E’ la protesta che cambia volto, è lo “sciopero del padrone”, lo sciopero non contro sé stesso ma contro il “governo del cambiamento”.
Troppa poca difesa delle esigenze naturali che costruiscono i dividendi ai tavoli degli azionisti. In fondo per essere populisti – lo esprime bene la parola – bisogna fare riferimento al popolo. Ed il “popolo” per antonomasia sono non i ricchi ma i poveri.
La definizione di “proletari” è ormai per molti superata, anacronistica, priva di significato. Eppure, insieme a quella di “borghesia” è la categoria sociale che ci permette di distinguere ancora chi è proprietario dei mezzi di produzione e vuole scioperare con chi subisce questa proprietà, è sfruttato sul lavoro ma considera ormai “naturale” manifestare pubblicante contro il governo fianco a fianco del suo sfruttatore.
Per lo sfruttatore il problema non esiste: per mantenere a livello ottimale la concorrenza, quindi il livello di incidenza dei profitti sul piano del mercato globale, marcerebbe anche accanto a Karl Marx in persona. Ma allora vorrebbe dire che la demenza si sarebbe impadronita di uno dei più grandi scienziati dell’economia di tutti i tempi e non certo dei padroni.
Il ruolo del governo giallo-verde, del resto, è questo: scontentare una parte di popolo, magari quella più ricca, quella dei “prenditori”, per garantirsi un consenso popolar-proletario sempre più ampio.
I tratti di “socialismo” (le virgolette sono di assoluto obbligo) del governo somigliano molto a quelli di esperienze d’inizio Novecento: qualche garanzia sociale in cambio di qualche (qualche?) garanzia civile, restringendo sempre più il raggio d’azione della partecipazione alle decisioni nazionali, mantenendo intatte le paure su cui si consolida il potere e finendo per identificarsi completamente con lo Stato.
Ma la Repubblica è ben altra manifestazione dello Stato: non ne è solamente l’espressione formale, un riempitivo. E’ la costruzione sociale, fondamentalmente tale, che aderisce all’impianto istituzionale e lo uniforma con gli interessi dettati dal bene comune.
Dobbiamo avere cura della Repubblica: essa è nostra, del popolo degli sfruttati che, anche se turlupinati dalla facile propaganda demagogica del populismo e del sovranismo, possono riconoscere la naturale posizione sociale in cui stare e la parte da cui trovarsi se si rifà avanti una sinistra comunista e di alternativa capace di rappresentare pienamente i valori del socialismo attraverso una difesa del lavoro, della scuola, delle pensioni, dello stato-sociale che sempre più viene meno anche se lo si vorrebbe rinvigorito dalle misure ammortizzatrici del governo su salari e tavoli aperti sul confronto ILVA all’ultimo momento.
Dobbiamo avere cura della Repubblica come espressione più moderna e vicina ad una forma di Stato sociale con la esse maiuscola.
Dobbiamo però non sottovalutare lo Stato come potere, come concreta espressione del governo nei suoi diversi apparati. Pensare lo Stato separabile dalla Repubblica sarebbe commettere un errore enorme: significherebbe consentire al governo di esercitare il suo potere senza tenere conto della reazione popolare.
Un po’ quello che fanno i padroni quando protestano con Palazzo Chigi: della Repubblica poco gliene importa. Dello Stato forse anche meno. Ciò che importa è far sì che i due burattini, potere e popolo, viaggino insieme, concordemente, senza darsi troppo fastidio gli uni con gli altri e… li lascino “lavorare”.

MARCO SFERINI

1° settembre 2018

foto tratta da Pixabay

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