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Economia e società

Salario, lavoro povero e reddito: i lati oscuri della «ripartenza»

Flessibilità nello sfruttamento; salari bloccati dagli anni Novanta e bassa produttività; esternalizzazioni, precarietà selvaggia e garanzie sociali intermittenti o inesistenti; nessuna politica industriale che non sia quella del basso valore aggiunto; aumento dell’inflazione esogena per la rottura delle catene di approvvigionamento che sarà usata per contenere ancora di più i salari.

Questa è l’emergenza per una politica prigioniera di una formula: la maxi-maggioranza draghiana, che non permette di trovare soluzioni significative. Né oggi, né domani. La crisi è di sistema.

Il rapporto di Oxfam Italia «DisuguItalia: ridare valore, potere e dignità al lavoro», presentato ieri a Firenze nell’ambito dell’Oxfam Festival, ha confermato questa analisi strutturale del caso-Italia e permette, di nuovo, di portare alla luce ciò che la propaganda a reti unificate ha occultato durante i due anni e mezzo della pandemia del Covid.

La ricerca dimostra che la famigerata «ripartenza 2021», celebrata fino al 24 febbraio 2022, data di inizio della guerra russa contro l’Ucraina, è stata basata su occupazioni deboli e saltuarie. Il «mercato del lavoro» si è sbloccato, certo, ma nel senso che ha permesso di nuovo di concatenare impieghi di breve durata e la sovrapposizione di contratti intermittenti. Insieme agli infortuni e agli intendenti mortali sul lavoro sono aumentate le irregolarità nel lavoro nero e in quello grigio, oltre che gli abusi subiti da soggetti più fragili e più facilmente ricattabili.

L’indagine è stata svolta dai centri gestiti da Oxfam con la Diaconia Valdese tra novembre e dicembre 2021 tra gli operatori dei community center di Torino, Milano, Bologna, Empoli, Prato, Firenze, Campi Bisenzio, Arezzo, Napoli e Catania. Si ricorda che già prima delle emergenza della pandemia, un lavoratore su 8 viveva in una famiglia con reddito disponibile insufficiente a coprire i propri fabbisogni di base,. Dopo il Covid e la guerra in Ucraina questa situazione sta peggiorando.

La tendenza è ormai chiara ed è attestata da molteplici fonti. Anche Oxfam ha rilevato l’incidenza della povertà lavorativa, misurata in ottica familiare, ad esempio. È cresciuta dal 10,3% del 2006 al 13,2% del 2017.

Il fenomeno colpisce di più, in termini relativi, chi vive in nuclei monoreddito, chi ha un lavoro autonomo, e chi, tra i dipendenti, lavora nel corso dell’anno in regime di tempo parziale. Anche l’incidenza sul totale dei lavoratori con basse retribuzioni è in crescita, dal 17,7% del 2006 al 22,2% nel 2017. Il lavoro povero è più diffuso fra le donne, con la quota delle lavoratrici con bassa retribuzione al 27,8% nel 2017 contro il 16,5% tra gli uomini.

«La strategia di molte imprese – accusa Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia – si basa cronicamente sulla compressione del costo del lavoro, favorita dalle politiche di flessibilizzazione che hanno visto la moltiplicazione delle tipologie contrattuali atipiche e una progressiva riduzione dei vincoli per i datori di lavoro ad assumere lavoratori con contratti a termine o a esternalizzare attività o parti del ciclo produttivo. La proliferazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro ha ridotto la capacità della contrattazione di garantire minimi salariali adeguati».

«Mesi fa – ha detto il ministro del lavoro Andrea Orlando, intervenuto a Firenze – avevamo costituito una commissione che ha prodotto un rapporto con risultati analoghi. Bisogna recuperare la capacità di acquisto e salariale e aprire una discussione sul tema di come ridurre le forme di precarietà del lavoro».

Per esempio, abolire il Jobs Act, ripensare la legge sulla rappresentanza sindacale in maniera democratica, estendere il reddito di cittadinanza e stabilire un salario minimo orario. Per cominciare. Ma oggi queste soluzioni sono in molti casi molto lontane dalla realtà. Non c’è politica, ma auspici e «si dovrebbe fare».

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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