Dalla pandemia alla guerra, la crisi della stabilità draghiana

Forse la coda del biennio pandemico aveva in qualche modo favorito non soltanto l’ascesa a Palazzo Chigi del MacGyver della politica economica e finanziaria, dell’immarcescibile, inossidabile, onnipotente professor Draghi...
Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi

Forse la coda del biennio pandemico aveva in qualche modo favorito non soltanto l’ascesa a Palazzo Chigi del MacGyver della politica economica e finanziaria, dell’immarcescibile, inossidabile, onnipotente professor Draghi alla guida del carro della salvezza strutturale del Paese, ma ne aveva fatto, per qualche momento, un “indispensabile“. Categoria nei confronti di cui Bertolt Brecht ci avrebbe messo saggiamente in guardia. Beato, insomma, il paese che non ha bisogno né di eroi e tanto meno di banchieri europei che vengono a ristabilire i conti per proteggere i padroni e la grande finanza da ricadute della crisi generalmente intesa.

Forse questo momento di luce aurea e di intangibilità della sicumera draghiana è passato già da mesi e mesi; già da quando, nel gennaio scorso, si è potuto assistere alla penosa tiritera antipolitica, tutta tatticismo e vecchi merletti, che ha fatto dell’elezione del Presidente della Repubblica un teatrino più che altro massmediatico, di cannibalismo televisivo, di assuefazione giornaliera ad un modo di trattare le istituzioni come se fossero una palestra da combattimento e al di là dell’anello di corde non vi fosse altro se non la passività dello spettatore intontito più dei pugilatori.

Draghi ha stabilizzato l’azione di governo fornendo una garanzia di imperturbabilità sociale da fondarsi sullo stato emergenziale contingente, al di là delle decretazioni di urgenza: ha fatto leva sulle paure diffuse della popolazione per tradurre la marea di fondi del PNRR in devoluzioni per la maggior parte al mondo imprenditoriale piuttosto che a quello del lavoro, delle pensioni e di quello che un tempo era ancora correttamente definibile come “stato sociale“.

Le forze politiche della cosiddetta “maggioranza di unità nazionale” si sono saldate soltanto grazie alle aspettative che i mercati avevano nei confronti di una Italia in cui solo Draghi avrebbe, per conto loro, gestito una delicatissima fase di rapporti economici tra Europa e Bel Paese con quell’equidistanza tipica di chi non è mai stato ufficialmente un politico ma, grazie alla grande esperienza transnazionale e intercontinentale con i più importanti centri di tutela del capitalismo globale, ha ottenuto le credenziali sufficienti per guidare una nazione nelle turbolenze degli ultimi anni.

I conti, e non solo quelli economici, erano stati fatti su un lungo periodo di uscita dalla Covid-19, senza mettere minimamente in conto la possibilità che, solo un mese dopo la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, ci saremmo trovati innanzi ad un conflitto quasi mondiale, ad una guerra che ha, molto più della pandemia, sconvolto tutti i presunti equilibri anti-sociali e politici, costringendo i governi a rivedere i rapporti esteri, smussare angoli e cercare di disperdere antiche ruggini per far risorgere il mito della NATO come alleanza difensiva e deterrente antibellico.

La crisi del governo Draghi, non ancora ufficializzata ma solo ventilata attraverso fastidiosissimi stridii, petulanti puntualizzazioni di lana caprina e riferimenti alla pace mascherati da intolleranza verso un solo certo tipo di armamenti pesanti, giorno dopo giorno diventa sempre più evidente: non consiste più soltanto in beghe tra le forse politiche ma in uno sgomitare elettoralistico di breve termine (le amministrative di giugno) e nella possibilità che l’esecutivo, col protrarsi della guerra, non regga oltre il periodo estivo.

Le misure prese dal governo, per sostenere a tutto tondo la condotta del conflitto da parte degli Stati Uniti d’America e dell’Alleanza nord-atlantica, è chiaramente sbilanciata sul piano degli investimenti militari a tutto discapito di un implementazione dei capitoli di spesa pubblica che riguardano priorità impellenti: scuola, sanità, pensioni e tutele del lavoro (e del vasto sottobosco del non-lavoro, degli invisibili…) non riceveranno dal PNRR se non le briciole di una elemosina di Stato che non risolve la crisi per milioni e milioni di famiglie.

Prova ne è l’una tantum dei 200 euro che dovrebbero attenuare gli effetti della supersonica esponenziale verticalizzazione dei prezzi di carburanti, luce, gas. Invece di pianificare una politica di contenimento dell’impatto inflattivo, partendo proprio da una contribuzione fiscale progressiva, da una tassazione delle grandi rendite e, di contro, realizzando un sistema di tutele che, quanto meno, preveda un salario minimo di 10 euro all’ora per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, un governo come quello di Draghi, che tutto è tranne che orientato alla tutela dei ceti più deboli del Paese, ha creato un asse di stabilità liberista approfittando del corto circuito bellico.

L’emergenzialità pandemica, che aveva una ragione d’essere nel primo periodo, quello di maggiore inadeguatezza sanitaria e spaesamento collettivo e singolo nei confronti dell’aggressività del virus, non ha conosciuto soluzione di continuità con la decretazione di un nuovo regime straordinario di gestione governativa a causa della guerra in Ucraina. In realtà, quella che molti credono essere una stabilità istituzionale, altro non è se non un patto di disperazione di forze politiche incapaci di formare maggioranze compiute, sensate dal punto di vista programmatico, convergenti quindi su una sostanziale visione generale dei bisogni del Paese.

La crisi del governo Draghi, qualora superasse il suo punto di non ritorno, non potrebbe che essere una buona notizia per le classi popolari, se solo fosse pronta una alternativa politica capace di scalzare questo fronte liberista che umilia la democrazia repubblicana scavalcando il Parlamento nelle discussioni che riguardano proprio uno dei temi più cari al costituzionalismo post-bellico: i rapporti tra l’Italia e le altre nazioni quando si tratta di conflitti internazionali.

Il fatto che ciò possa rappresentare anche una opportunità per la classe imprenditoriale non è da scartare, viste soprattutto le prese di posizione di Carlo Cottarelli in favore di una dinamicità del mercato che ha la necessità di una maggiore stabilità politica da mettere al proprio servizio: una garanzia che oggi nemmeno Draghi è in grado di dare al mondo padronale ed a quello della finanza italiana che aspetta tutte le ricadute delle assegnazioni delle ingenti somme del PNRR.

Cottarelli, che fa parte di quella intellighenzia di economisti liberali e liberisti che cercano proprio una soluzione alle contraddizioni che intercorrono tra governo e padronato, afferma che fin qui il governo della “maggioranza di unità nazionale” ha realizzato ottimamente gli obiettivi antisociali che si era posto: i rapporti tra Bruxelles e Roma, proprio sul Recovery plan, sono migliori rispetto ad un anno e mezzo fa. Ma, col passare del tempo, è venuta meno la coesione politica tra le forze politiche: la coda pandemica prima e la guerra poi hanno messo in fibrillazione partiti e movimenti che non possono più collaborare passivamente, nel nome dello “stato di emergenza“.

Se ognuno si vuole ritagliare una fetta di protagonismo in vista del voto di giugno, quanto meno sufficientemente sostenibile e accettabile, lo spazio politico per poter agire diventa troppo stretto se si accetta qualunque misura proposta da un Draghi che, anche a detta degli ambienti che gli sono più vicini sia dal punto di vista politico sia da quello economico, ha perso gran parte dell’empatia indotta e creata ad arte per incantare l’opinione pubblica con l’effetto di una indispensabilità dell’unico uomo in grado di trarre d’impaccio il Paese dagli affanni che vive.

La crisi di popolarità del capo del governo è crisi forse irreversibile della sua maggioranza: Giuseppe Conte ne sta dando prova proprio in queste settimane, muovendo tutta una serie di punti e contrappunti che si sostanziano in critiche sempre più fitte, impossibili da liquidare come semplici “mal di pancia” fisiologici di un corpo politico e istituzionale attraversato da problematiche enormi, quasi epocali.

La corsa all’accaparramento della rappresentanza politica di determinati ceti popolari e anche di una buona fetta di ceto medio è ormai partita. Il governo, come osserva Cottarelli (quindi non un pericoloso marxista rivoluzionario) tira il fiato, è alle corde e l’autunno fa presto ad arrivare. Il prosieguo della guerra non promette nulla di buono: soprattutto per una maggioranza così eterogenea nelle forme e nelle proposizioni, omogenea soltanto nel ritrovarsi unitariamente a sostenere una sopravvivenza particolare di ogni forza politica, tralasciando ampiamente una visione di insieme dell’interesse comune e pubblico.

Qualcosa che, francamente, non ci saremmo mai sognati di poter chiedere ed ottenere da un governo liberistissimo come quello di un ex banchiere internazionale.

MARCO SFERINI

13 maggio 2022

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini

altri articoli