Quirinale, il conclave laico e lo spreco dei “tempi morti”

Può darsi che interverrà qualche fattore qualificante, che rimescoli la partita del Colle, che la avvicini ai cittadini, che la renda sapida di quel gusto della politica che, sebbene...
Enrico Letta

Può darsi che interverrà qualche fattore qualificante, che rimescoli la partita del Colle, che la avvicini ai cittadini, che la renda sapida di quel gusto della politica che, sebbene si senta sempre un po’ lontano dei bisogni quotidiani delle persone, quanto meno l’avrebbe resa più appetibile, incuriosendo anche i meno seducibili dai tanti rivolgimenti tattici di queste ore.

Può darsi che questo avvenga. Ma, stando anche alla giornata di ieri e al preannunciato “conclave” evocato da Enrico Letta, in cui chiudere le forze politiche del centrodestra e del centrosinistra per far uscire finalmente il nome di un Presidente della Repubblica votabile a larga maggioranza, gli azzeccagarbugli paiono ancora padroni della scena e il teatro squalificante cui assistiamo da giorni non sembra voler farsi calare il sipario addosso e uscire di scena mestamente.

Il Parlamento, ora, più che ostaggio delle decisioni governative, è prigioniero di un semplicistico e raffazzonato gioco delle parti che dicono di voler far vincere tutti non prevalendo nessuna.

La frase è eticamente aulica, dignitosissima; spicca e brilla per elevata moralità nella miseria politica della partita del Colle, ma a ben vedere finisce per essere mortificata dagli stessi che la pronunciano e che si fregiano di adoperarsi, naturalmente, “per il bene del Paese“. Una locuzione che andrebbe bandita dai discorsi almeno pubblici dei segretari di partito e di movimenti vari, perché diventa un alibi trito e ritrito, usato e abusato, in cui rifugiarsi quando non si sa come rispondere ai cronisti.

Sarebbe meglio confessarsi da subito, tutte e tutti quanti, le verità che covano sotto la cenere del mezzo-detto o invece proprio del non-detto, così da risparmiare tempo, fatiche, ore e ore di dirette televisive in cui le ipotesi si sprecano e, comunque, non sono completamente inutili perché, se non altro, aiutano a comprendere una serie di meccanismi istituzionali, diventando così una specie di lezione di educazione civica.

La giornata odierna sarà un passaggio importante tra la linea maggioritaria del voto in bianco e l’inizio del confronto in aula. Sarà interessante appurare se il conclave si terrà davvero e se, soprattutto, PD, LeU, Cinquestelle, Forza Italia e Lega ne usciranno con un nome da proporre al Parlamento o se invece il tentativo fallirà e si aprirà un confronto all’ultimo voto, considerando a questo punto la grande zona ibrida del centro e del Gruppo misto. Un serbatoio di consensi non da poco per far pendere la bilancia da una parte piuttosto che dall’altra.

La terna di nomi fatta dal centrodestra (Letizia Moratti, Marcello Pera e Carlo Nordio) era un atto dovuto più che una mossa tattica: in questi frangenti non sempre vince chi fa la prima proposta di incontro e nemmeno rischia di perdere chi per ultimo propone magari il nome che rovescia il banco e che spariglia tutte le carte calate fino a quel momento.

Tuttavia, in questa giostra della politica che annienta sé stessa e si attorciglia in circonvoluzioni vertiginose e nauseabonde, almeno una risposta sincera c’è stata: il rifiuto da parte del centrosinistra di prendere in considerazione dei cosiddetti “candidati di parte“, sia iscritti a forze politiche sia indipendenti di area. Non c’è un partito che non si sia schiantato in questa partita quirinalizia: tutti sono divisi e subiscono una dialettica che vorrebbero invece non mostrare pubblicamente.

Il PD non esclude ancora il nome di Draghi, ma prende atto del sempre maggiore “congelamento” della candidatura del Presidente del Consiglio al Colle: da un lato Letta che sostiene questa posizione, dall’altro Franceschini che preferirebbe Pierferdinando Casini.

I Cinquestelle sono verticalmente spaccati tra il veto sull’ex banchiere europeo posto da Conte e l’esatto contrario sostenuto dal ministro Di Maio. La Lega sembra rinverdire il dualismo Salvini – Giorgetti, col primo che preferirebbe far traslocare SuperMario al Quirinale e fare un bel rimpasto di governo dove poter rientrare da ministro dell’Interno. Forza Italia si aggrappa ai nomi non fatti: primo fra tutti quello della Presidente del Senato Casellati, inviso però alla maggioranza del probabile conclave di oggi…

Insomma, la laicissima riunione caldeggiata da un ex membro dell’Azione cattolica pare avere il suo bel da fare per incastrare in un tetris istituzionale tutti questi veti e controveti, punti e contrappunti.

In tarda giornata, mentre si svolge lo spoglio delle schede, ad un certo momento una serie interminabile di voti attira l’attenzione: sono perfetti sconosciuti, votati chissà se per rabbia, per noia o per rassegnazione. Una cinquantina o più di nomi che nemmeno gli uffici di presidenza delle Camere sanno riconoscere tra deputati e senatori. Alcuni sono ex compagni di scuola proprio di questi. Altri non si sa bene nemmeno come conteggiarli.

L’unica considerazione che lasciano sul campo è l’ennesimo sfregio ad una democrazia parlamentare che è incapace di trovare una soluzione anzitempo, di dimostrare al Paese uno scatto repentino per passare alla soluzione di problemi contingenti. Primo fra tutti l’emergenza pandemica, tutt’altro che trascorsa.

Si può anche sorridere, ghignare e fare spallucce quando Fico legge il lungo elenco di Signor Rossi che hanno preso un voto ciascuno e che sono, è evidente, frutto di un accordo informale tra molti grandi elettori che rinunciano persino a mandare un segnale chiaro alle grandi forze politiche. Non ci si conta nemmeno più attraverso questo o quell’altro nome vergato sulla scheda. Ci si abbandona all’inutilità formale delle prime votazioni, sapendo che la centralità del Parlamento è secondaria al momento: i giochi si tengono fuori dall’aula.

I cosiddetti (e celebri) “tempi morti“, in cui un tempo si tenevano veramente delle consultazioni bi-trilaterali tra i partiti per definire la partita del Colle, sono stati ad ora sprecati in un balbettio di posizioni prive di riferimenti importanti, tralasciando le “riserve della Repubblica” e affidando ai social il tratteggio della figura ideale del dopo-Mattarella ridisegnando alla perfezione i lineamenti del Presidente uscente.

L’altra ipotesi, quella che pareva fortissima e ineluttabile, e che riguardava Mario Draghi, adesso pare in secondo piano, se non in terzo o quarto. Ma non è affatto detto che vi si ritorni, come ultima spes... Sarebbe la consegna al dibattito pubblico delle vere ragioni del fallimento politico tanto attorno alla ristrutturazione dell’esecutivo quanto alla vera natura costituzionale del ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica.

Significherebbe essersi affidati mani e piedi alla rassegnazione, aver rinunciato anche ad osare eleggere un Capo dello Stato che, col tempo, come accaduto con Mattarella, acquisisca quel prestigio che all’inizio poteva sembrare non avere.

Mentre scriviamo, la terza votazione è in corso e pare che sarà ancora la scheda bianca la protagonista della scena. Si prevedono due scrutini al giorno da domani, nonostante il Covid. Si prova ad accelerare per togliere le castagne dal fuoco ai due blocchi principali, che si stanno consumando, e per salvare un po’ la faccia davanti ad un’opinione pubblica sprofondata in uno sconforto in larga parte comprensibile: dopo il logoramento berlusconiano degli ultimi vent’anni e delle ultime settimane, pare essere tornati indietro nel tempo.

Ma solo per quanto concerne le cattive abitudini di un trasformismo politico che ciclicamente si propone come seducente alternativa alla piena aderenza democratica, costituzionale, laica ed eticamente irreprensibile che converrebbe a quelli che chiamiamo i “rappresentanti della Nazione“.

Non si potrebbe dirla meglio che con la “Napoli milionaria” di Eduardo: «Ha da passà ‘a nuttata».

MARCO SFERINI

26 gennaio 2022

foto: screenshot tv

categorie
Marco Sferini

altri articoli