Oltre il virus e la “normalità”, uno spirito critico

Siamo ancora ben dentro l’emergenza sanitaria che ci sta impegnando in una vicenda davvero inedita per l’umanità. Una vicenda che molti stanno giudicando simile ad una guerra mondiale, ma...

Siamo ancora ben dentro l’emergenza sanitaria che ci sta impegnando in una vicenda davvero inedita per l’umanità.

Una vicenda che molti stanno giudicando simile ad una guerra mondiale, ma che in realtà presenta una situazione affatto diversa per molteplici ragioni.

Emergono due filoni di pensiero: il primo che reputa la situazione venutasi a creare come determinata dal “venire al pettine” di tutta una serie di distorsioni provocate dalla globalizzazione e da quell’idea di crescita infinita che ha caratterizzato lo sviluppo almeno dal ‘900 in avanti; il secondo livello di riflessione sembra proteso verso la progettazione della “fuoriuscita” nell’ansia del “ritornare alla normalità”.

Un “ritorno alla normalità” che molti pensano di utilizzare anche per renderli stabili determinati “spostamenti di senso” che hanno caratterizzato, nell’emergenza, i meccanismi di intensificazione dello sfruttamento a tutti i livelli, compresi ad esempio quelli riguardanti i “withe collars” con l’estensione dello smart working.

Fuoriuscita dell’emergenza uguale ulteriore allargamento della realtà dello sfruttamento, questo in sostanza il progetto che si sta profilando all’orizzonte.

In un quadro di prevedibile impoverimento generale che dovremo verificare come sarà esercitato sull’insieme di disuguaglianze che percorrono il pianeta e che molti economisti giudicano essere la radice di tutti i mali, assisteremo, con ogni probabilità, a diversi livelli di scontro tesi a mantenere e rendere ancora più soffocante la prevalenza liberista che ha caratterizzato la fase aperta fin dagli anni’80 del XX secolo.

Quell’assunzione di prevalenza liberista che, deve essere ricordato, ha causato la crisi di entrambe le possibilità alternative che si erano aperte nella storia della rivoluzione industriale e in quella dell’affrancamento delle masse lavoratrici : sia quella socialdemocratica in Occidente, sia quella del cosiddetto “socialismo reale” ad Oriente.

Ho semplificato molto soltanto per consentirmi di affermare che sarà necessario non soltanto riflettere sui termini concreti di progettazione di un modello diverso di società, ma anche sulla necessità di sviluppare un esercizio costante dei termini di uno “spirito critico” adeguato a quelle che saranno le pericolose novità dei tempi futuri.

Gramsci in una illuminante riflessione capace di cogliere uno dei punti essenziali di uno scontro oggi di assoluta attualità mise l’accento sulla crescente contraddizione tra «il carattere cosmopolita dell’economia (oggi diremmo globale) e il carattere ristrettamente nazionale della politica». Gramsci collocava questa osservazione nel quadro della sua analisi delle trasformazioni del capitalismo – in particolare quello americano – dopo la grande crisi del 1929/30. Egli muoveva da una visione assai diversa da quella prevalente in quel tempo nella Internazionale comunista. La tesi ortodossa pretendeva che la crisi fosse l’annuncio del crollo del capitalismo ( e qualcuno sta tentando di riprendere questa tesi adesso nella prospettiva di uscita dall’emergenza).

Gramsci osservava invece che le trasformazioni accelerate dalla crisi in particolare con l’affermarsi del modello di produzione fordista avrebbero portato un esito ben diverso da quello previsto dalla facili teorie “crolliste”.

Da questa analisi egli fece derivare le nuove sfide politiche e culturali che il movimento operaio doveva affrontare.La citazione della riflessione di Gramsci ci porta quindi oltre alla necessità di superare ogni visione ideologica e deterministica.

In quel caso il grande pensatore sardo mise l’accento sulla politica, sulla lotta per l’egemonia e cioè sulla capacità di mettersi in grado di esercitare una funzione di direzione sul piano culturale e pratico.

Ho citato l’esempio gramsciano soltanto per indicare il livello di qualità che dovremo cercare di porre nell’esercizio continuamente necessario di spirito critico per tornare a essere capaci di praticare la politica e lottare per l’egemonia.

Non possiamo permettere che la possibile uscita dalla “grande emergenza” si svolga fornendo occasioni di ulteriore consenso verso una reazione nazionalista e regressiva.

Egualmente però non dovrà essere possibile lasciare che ci si adagi nel ripristino dell’ancien régime. E’ necessario lavorare fin da adesso per costruire una critica dell’esistente che serva a preparare una convincente alternativa nel metodo politico e nel merito delle scelte programmatiche.

Si tratta di un compito che ancora una volta dobbiamo assegnare alla politica e più precisamente all’intreccio tra politica e cultura.

Di conseguenza, nel piccolo della nostra realtà sarà necessario ancora una volta pensare a quel processo di ricostruzione a sinistra cui stiamo cercando di lavorare da qualche tempo.

Un processo/ progetto di ricostruzione determinato in una dimensione di ricerca posta oltre il semplice obiettivo della sostituzione di soggetto nell’esercizio del potere: è in gioco l’egemonia culturale, solo punto d’approdo possibile per cambiare lo stato di cose presenti.

FRANCO ASTENGO

16 aprile 2020

Foto di larahcv da Pixabay

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