Ma il pericolo per la “privacy” è davvero “Immuni”?

Ormai è più famosa di Carlo Conti o di Amadues. Inizia ad avere sostenitori e detrattori, proprio come i “grandi casi” italiani, quei misteri descritti da Carlo Lucarelli che...

Ormai è più famosa di Carlo Conti o di Amadues. Inizia ad avere sostenitori e detrattori, proprio come i “grandi casi” italiani, quei misteri descritti da Carlo Lucarelli che hanno diviso il Paese: le stragi neofasciste degli anni ’60 e ’70, i tentativi di colpo di Stato, i servizi segreti deviati, la “Uno bianca“, il “caso Tortora“… C’è sempre un dibattito importante dietro ad enigmi che sono così eclatanti da scatenare la partigianeria nell’uno e nell’altro senso.

Così pare dovrebbe avvenire anche ai tempi del Coronavirus, con lo sviluppo del sistema di tracciamento degli spostamenti dei cittadini mediante l’applicazione per cellulari battezzata “Immuni“. Almeno nel nome un segno di speranza lo regala. Ma qui si trova già il confine delle controversie che, giustamente, vengono poste per comprendere che tipo di impatto avrà sulla protezione dei dati sensibili di ognuno di noi, ad iniziare da una anamnesi sanitaria per continuare con le relazioni a “distanziamento sociale” (terminologia aberrante per definire in realtà il contrario della socialità stessa e non una sua diminuzione…) individuate mediante il programma sviluppato e che sarà scaricabile sul proprio telefonino “liberamente”.

Un avverbio, a dire il vero, nemmeno poi così corrispondente al vero, perché chi non la scaricherà non sarà proprio “libero“… Lo sarà ma non potrà muoversi come meglio crede, come tutti coloro che saranno invece seguiti passo passo dallo Stato per gestire la cosiddetta, benedetta per alcuni, maledetta per altri, “fase 2” dell’emergenza sanitaria: quella della “ripartenza“.

Domanda semplice, semplice: e chi non possiede un cellulare perché refrattario allo strumento? Chi non ha un telefono di moderna generazione ed è magari rimasto fedele ai cari vecchi indistruttibili Nokia 3310? Dovranno acquistare uno “smartphone” per installare la “app” ed attuare il “social tracking“?

A parte il ributtante utilizzo di tutti questi inglesismi, che sembrano soltanto una moda odierna per risultare al passo coi tempi, come quella dei paninari di un tempo che adottavano espressioni e indumenti d’oltreoecano e d’oltre Manica, il dibattito su “Immuni” riguarda non solo gli effetti pratici dell’applicazione sulle nostre vite nella loro espressione quotidiana, ma anche su comportamenti di massa che oggi sono impossibili da creare ma che nei prossimi mesi potranno – al virus piacendo, e piacendo anche alla compostezza con cui gli italiani continueranno ad adeguarsi alle normative sanitarie – prendere corpo, nel vero senso della parola: tornare dunque ad essere dinamiche di sviluppo di una interazione tra persone che sono rimaste separate per lunghi mesi.

Del resto, la funzione dell’applicazione è proprio questa: non tanto essere il segugio che ci sta appresso mentre camminiamo solitari, ma sapere, mediante la tecnologia “Bluetooth“, con quali altri telefoni il nostro cellulare entra in contatto, quindi con chi veniamo in contatto noi. A meno di non fare come Tom Hanks ne “Il Codice Da Vinci” e gettare lo smartphone in un camion dei rifiuti per depistare la localizzazione del segnale… Ma forse, in questo caso, il gioco non vale la candela, visti i prezzi dei telefonini tuttofare…

Proviamo a ragionare un attimo: sul piano del diritto costituzionale, quindi dei diritti individuali e collettivi, è ovvio che se l’adozione di questa applicazione significasse l’assorbimento di dati sensibili anche di un solo cittadino per essere impropriamente utilizzati a suo svantaggio, per essere controllato da mattina a sera e da sera a mattina senza un giustificato motivo, sarebbe tacciabile di violazione della “privacy“.

Può lo Stato spiarmi ventiquattro ore su ventiquattro? Può sapere se sono in casa mia, al mercato, in macchina, dove mi sto dirigendo, se dall’amante piuttosto che dalla moglie, se ho marinato scuola piuttosto che farmi interrogare in quel giorno in cui non ho studiato praticamente niente? Sono solo esempi di domande che possono legittimamente venire fuori e che, anzi, ognuno di noi sarebbe bene che si facesse, per cercare di capire quanto il rapporto costituzionale dei diritti e dei doveri cambierebbe se tutti fossimo spiati dallo Stato sempre, costantemente. Perché la tracciabilità di “Immuni” può avere un senso nella straordinarietà dell’emergenza sanitaria, ma dopo dovrebbe essere archiviata, almeno da ogni telefonino e spontaneamente, volontariamente.

Del resto, se pensassimo di essere oggi protetti dal “diritto alla privacy“, tutelati rispetto ai nostri dati, alla nostra sfera più intima, saremmo dei candidi illusi. Chi di voi ha anche una vita “social“, sa benissimo che se un giorno guarda la pubblicità di un orologio Citizen, come è capitato a me che amo molto questo marchio che produce meccanismi con una tecnologia solare (non mi paga nessuno per scriverlo, sic!), si ritroverà sulle pubblicità prodotte da Facebook o da altri reti sociali, o magari sulle pagine dei principali quotidiani nazionali proprio la reclamizzazione di orologi della casa nipponica.

Un caso? No. Un algoritmo, che ha preso il numero IP del nostro computer a cui sono associati miliardi di dati tratti dalla navigazione internettiana (in gergo chiamati “cookies“, ma non sono biscottini), conosce la cronologia delle nostre visite, di tutto quello che andiamo a vedere sul web e, graziosamente, ci suggerisce quello che ci potrebbe indirizzare mediante inserzioni pubblicitarie dedicate ai nostri presunti interessi.

Puro genio liberista: come far entrare il mercato in ogni dove, sapendo bene gusti e tendenze del navigatore che crede di essere solitario e che invece è circondato da algoritmi. Sempre…

Del resto, parte seconda: lo Stato non sa forse già tutto di noi? Non ci tiene nelle sue anagrafi? Non ha le nostre anamnesi sanitarie? Per chi fa politica poi, la cosiddetta “protezione dei dati” non esiste: siamo tutti schedati. Chi più, chi meno. Ci sono cartelle telematiche, forse anche vecchi faldoni cartacei, dove sono conservate le notizie sulla vita di ognuno di noi dalla nascita alla morte con tanto di fotografie di ogni anno scolastico, dalle medie all’università.

Almeno, un tempo era così, oggi forse con la digitalizzazione si sprecherà meno carta, anche meno rullini e tutto sarà consultabile in enormi “database” da cui si può ricavare qualunque informazione sul cittadino. Lavoratore, sindacalista, commerciante, bancario, banchiere, studente, politico, artista, poeta, scrittore, attore… Nessuno sfugge all’attenzione dello Stato e dell’economia che lo controlla per sedurci meglio nella generazione del piacere di acquistare e consumare o per vincere lotte intestine a corporazioni di industriali, dove lo spionaggio dei dati si fa veramente interessante, così come quello tra grandi economie che coinvolgono le reti dei servizi segreti, un po’ alla Snowden, un po’ da pirati informatici.

Il punto non credo, dunque, che sia quanto ancora lo Stato può sapere sulla nostra persona. Ma se ha il diritto di farlo. Di sicuro ne ha il potere, visto che non gettiamo all’ammasso i nostri cellulari e torniamo a comunicare come facevamo una trentina di anni fa quando ancora questi piccoli geniali computerini tascabili non circolavano nel 99% delle famiglie e dei singoli di tutto il mondo.

Il tracciamento sociale, anzi individuale, può essere fatto comodamente anche oggi. Se qualcuno di voi ha seguito noti fatti di cronaca nera, saprà ad esempio che gli inquirenti vennero a conoscenza degli spostamenti di Michele Misseri grazie alla localizzazione del telefonino della vittima, fatta tramite la “cella” cui era agganciato mentre occultava il cadavere della povera Sarah Scazzi.

Il GPS serve a questo ed è presente in ogni dispositivo mobile. Tecnici informatici espertissimi come Snowden, quindi roba da servizi segreti…, sono in grado di vedermi al computer mentre lavoro anche con la mia webcam spenta. Per questo, ossessionati dall’essere spiati anche visivamente (effettivamente questo genera una certa ansia… l’ansia dell’occhio del “Grande fratello“), molti di noi hanno coperto posticciamente la camera che ci sembrava non più una finestra sul mondo, un modo per vedere altri, ma per essere noi oggetto della visione, dell’intromissione voyeuristica di qualche spione di Stato o di qualche curioso maniaco ossessivo.

Mi domando e vi domando: davvero l’applicazione “Immuni” da questo punto di vista è un pericolo? Lo è da un altro punto di vista: quello della legalizzazione dello spionaggio, del consenso costituzionale, del riconoscimento nel diritto italiano di uno Stato che può sapere sempre e comunque dove siamo, che cosa facciamo e con chi siamo.

Ciò che permettiamo a Google, Facebook e altri colossi informatici di farci per la funzione che svolgono di accumulatori di profitto mediante ingenti quantitativi di pubblicità, siamo disposti a concederlo allo Stato per ragioni di sicurezza personale, per ragioni sanitarie, per una emergenza da Coronavirus? Forse lo saremmo anche, poiché gli algoritmi si sono già presi tutta la nostra vita e l’hanno immagazzinata per bene: tramite le chat di Whatsapp, tramite Instagram, tramite Twitter (“From Facebook“, compare sempre scritto non appena si apre uno di questi programmi mondializzati per la comunicazione e l’interazione di massa…).

Forse solo persone completamente avulse da questo mondo telematico nel modo più completo, prive di tablet, computer o telefonino, possono ancora rientrare nella categoria delle schedate solo dallo Stato e non anche dalle grandi multinazionali internettiane. Ma il restante 99% (calcolo approssimativo…) della popolazione può dirsi al sicuro? Può reclamare il diritto alla protezione dei dati, alla propria “privacy“? Può anche solo pensare lontanamente di stare rivendicando qualcosa che concretamente esiste?

Basta una semplice ricerca nell’archivio de “Il Sole 24 Ore” per rendersi conto di quanto, in venti anni, si sia espansa mondialmente la battaglia tecnologica e si siano moltiplicati i costruttori e venditori di telefonia mobile. Oppure basta fare un giro su Wikipedia per arrivare ad una cartina bellamente colorata dove sono indicati i possessori di cellulari in tutto il mondo in percentuale, paese per paese. Rassicuratevi: i dati sono attendibili, li ha snocciolati la CIA in persona: in Italia praticamente il 100% della popolazione possiede un telefonino. Anzi, milioni di italiani ne posseggono più di uno. E oltre ad avere più di un telefono (Andrea Galezzi fa eccezione perché lui li studia e li recensisce molto bene ogni giorno da anni), gli italiani hanno anche più di un tablet, degli Ipod, un computer…

Non tutti. Infatti milioni di famiglie non riescono ad assicurare ai loro figli le lezioni scolastiche da casa in queste settimane perché non hanno potuto comperare un computer per i figli o non possono pagare un collegamento Internet alla propria linea telefonica. Così i ragazzi sono costretti a seguire le lezioni sui telefonini, finendo presto i giga di navigazione che avrebbero altrimenti utilizzato per divertirsi guardando video o giocando…

In mezzo a Coronavirus, povertà dilagante e rispetto della privacy, davvero quest’ultimo pare l’ultimo dei problemi. Eppure non lo è, perché rischia di fare da apripista nel diritto italiano, nelle nostre leggi, ad una interpretazione della vita del cittadino che vede ristrette delle libertà fondamentali legate al rispetto della sua sfera più intima e nascosta. Tutti abbiamo diritto ad un rifugio. Tutti dovremmo avere questo diritto quasi “naturale“. Sia interiore, psicologico, sia materialmente esteriore, fisico. Una vera e propria grotta dove celare a tutto il mondo, persino alle persone più care i nostri segreti. Qualcosa che sia solamente nostro.

Ecco il punto: esisterà ancora il diritto a ritagliarsi un angolo di esistenza, un pezzo di quotidianità dove nessuno e niente ci possa raggiungere e si possa pensare, scrivere, parlare e fare l’amore senza che nessuno sappia cosa stiamo facendo? Il diritto alla riservatezza inizia dal dovere dello Stato all’oblio verso i propri cittadini nel momento in cui finisce il compito del potere di esigere le tasse, di controllare che non siano infrante le leggi.

Ma se la legge prevede che tutto sia scrutabile, allora finisce d’essere una legge e può avere solo un nome: sopruso.

MARCO SFERINI

21 aprile 2020

Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

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