Intelligenza artificiale e idea dell’infinito fuoco prometeico

Dalla riflessione pubblica sul coacervo di contraddizioni, oggi mai così complicate, che segnano la presenza umana sul globo terracqueo sta sorgendo un interrogativo di fondo: sarà forse proprio questa...

Dalla riflessione pubblica sul coacervo di contraddizioni, oggi mai così complicate, che segnano la presenza umana sul globo terracqueo sta sorgendo un interrogativo di fondo: sarà forse proprio questa specie umana a costruire le condizioni di una sua progressiva sostituzione?

Verso quali approdi ci condurrà il prosieguo nello sviluppo della costruzione delle apparentemente possibili applicazioni pratiche di quella che è stata definita intelligenza artificiale?

L’idea dell’esistenza di altri mondi che tanto ci appassionò all’epoca delle prime imprese spaziali negli anni ’60 del XX, al tempo della gara tra URSS e USA, si è forse mutata nell’ipotesi della presenza di un mondo parallelo, qui accanto a noi che proprio lo sviluppo scientifico avrebbe consentito di realizzare?

Un mondo parallelo dal quale potrebbero scaturire, alla fine, soggetti costruiti artificialmente (almeno secondo la nostra concezione della procreazione naturale) capaci di marginalizzare se non sostituire il genere umano proprio sul terreno della creatività, fin qui fondamentale per proseguire nella scia di quel fenomeno che è stato definito come “sviluppo”.

Ancora una domanda: sarà forse questa, della sopravvivenza e/o della sostituzione della specie la nuova frontiere delle “fratture” da affrontare nel prosieguo della modernità?

Interrogativi che valgono, a prima vista, quelli che agitarono il mondo della filosofia e delle scienze al tempo della “prima modernità”, quella segnata dall’idea dell’universo infinito che portò al rogo Giordano Bruno.

Il bilancio di questa prima modernità è quello che si indicava prima al riguardo del coacervo complicato delle contraddizioni: dopo i secoli delle guerre e delle rivoluzioni siamo al secolo della disuguaglianza planetaria.

 Ci troviamo, infatti, nella fase in cui emerge la concretezza di un’impossibilità di estendere a tutto il genere umano gli (apparenti) benefici del sapere così come questi si sono accomodati, nel determinare l’agiatezza dell’individuo nella vita quotidiana, in una sola – ristretta – parte del mondo.

Individuo scritto al maschile non per distrazione o voglia di semplicità perché rimangono intere anche nella parte opulenta del mondo, le insensatezze della presunta superiorità di genere e dell’altrettanto presunta superiorità razziale.

Proseguendo negli interrogativi: quale senso, allora, possono avere parole come “lavoro vivo” oppure – addirittura – “sicurezza” in questo contesto ? Tanto per citare la denominazione di due temi che stanno a cuore a gran parte di coloro che abitano la parte che si continua a definire come  opulenta, ingiustamente opulenta, del pianeta vivendo in quelle che un tempo avevamo definito “società affluenti”.

Interrogativi come macigni per coloro che intendono proseguire a pensare in termini di uguaglianza, affidando l’idea di progresso alla materialità del divenire storico.

 Che risposta può dare la sinistra che si è per lungo tempo identificata nel  “fuoco prometeico” nei“soviet più elettrificazione uguale socialismo” e nelle “magnifiche sorti e progressive” ?

Rafael Reif scrive che la tecnologia continuerà ad avanzare, non c’è modo di fermarla, e invoca “le leggi non fermino il progresso”, mentre l’Europarlamento si sta muovendo al contrario per “disciplinare” le intelligenze artificiali.

Si pone allora il problema di quale autorità, morale e/o politica, provvista di quel mandato imperativo necessario, provvederà a regolare il flusso delle conoscenze scientifiche e delle realizzazione che potrebbero derivarne.

 Nei secoli questo flusso e questa continuità tra conoscenza e realizzazione, tra teoria e prassi ha costruito il mondo nel quale viviamo e che, noi abbiamo giudicato comunque sempre migliore rispetto a quello precedente: in fondo nessuno si è mai accontentato dell’affermazione di Candide sul “migliore dei mondi possibili”.

Oggi, forse, su questo punto siamo almeno all’antivigilia di una svolta epocale.

Si dovrà sicuramente affrontare il tema della struttura delle rivoluzioni scientifiche, quella nozione “centrale” che Kuhn ha individuato nel paradigma inteso come costellazione di credenze, tecniche, criteri, e indicazioni metodologiche condivisi dalla comunità degli scienziati e dei ricercatori che oggi , come scrive Jerry Kaplan (“Le persone non servono. Lavoro e ricchezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale”, appena pubblicato dalla Luiss) è chiamata a rendersi conto che “i saperi necessari cambiano troppo in fretta” e diventa sempre più difficile inseguirne il senso.

E’ il caso dunque di fermarci?

Con gran parte del mondo che vive in condizioni neppure immaginabili da parte di chi invece, vive nella realtà dell’individualismo consumista e sta ormai completamente immerso nella sfera del tecnologico che supera l’umano?

Seicento milioni di africani non usufruiscono dell’energia elettrica: tanto per esemplificare una delle tante diversità.

All’ordine del giorno della riflessione della sinistra che combatte la disuguaglianza (e non rinuncia all’idea di abolirla: cioè all’idea del comunismo) forse possono trovare posto gli ultimi testi di Noam Chomsky “Tre lezioni sull’uomo” che fanno il punto sul linguaggio, la coscienza, la fisiologia, la biologia e la teoria politica, senza trascurare neppure la fisica e la chimica.

Al centro del pensiero di Chomsky (come ne scrive “Il Manifesto” del 17 Gennaio) l’idea, ripresa soprattutto dai grandi del ‘600 – ‘700 Newton, Locke, Hume e ancor prima da Galileo che la natura abbia costituito l’intelletto umano con limiti intrinseci alle capacità conoscitive, limiti che non potranno essere valicati e che di fatto quei pensatori riconobbero e che, fin qui, effettivamente non sono mai stati varcati.

FRANCO ASTENGO

redazionale

18 gennaio 2017

foto tratta da Pixabay

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