Il grande olocausto quotidiano dei lavoratori

Morire e vivere di lavoro. Si nasce, del resto, e si muore. Inevitabilmente. Nulla può scongiurare la fine delle nostre esistenze. In questo lasso di tempo tra i due...

Morire e vivere di lavoro. Si nasce, del resto, e si muore. Inevitabilmente. Nulla può scongiurare la fine delle nostre esistenze. In questo lasso di tempo tra i due estremi, tra il venire al mondo e il lasciarlo, l’essere umano si trova a sviluppare le sue caratteristiche, tutto sé stesso dentro il sistema economico e sociale che lo ospita nel mentre si trova sul pianeta Terra.

Nel corso della vita, veniamo istruiti, moralizzati, condotti ad esperienze lavorative che dovrebbero consentirci di poter quanto meno “sopravvivere” nel capitalismo. Perché qui ci troviamo e qui siamo. Chi vuole smentire che esista lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che esista la lotta di classe e che, quindi esistano le classi sociali perennemente in contrasto tra loro proprio per la reciproca esistenza, si accomodi, lo faccia. Come si sarebbe detto un tempo: “Hic Rhodus, hic salta!“.

Siccome ciò non solo non è dimostrabile, perché sarebbe falsa qualunque dimostrazione in merito, ma è semmai studiabile con una continuazione di analisi che deve essere poter svolta attraverso gli strumenti del marxismo e di tanti scienziati dell’economia che si sono addentrati nei moderni sviluppi del fenomeno liberista attuale, vale la pena tornare ad incrociare i dati di effetti che sembrano ineluttabili e nei confronti dei quali invece una reazione da parte dei lavoratori e dei tanti centinaia di salariati al mondo è possibile, è necessaria.

Si tratta delle quotidiane morti sul lavoro: il morire. E si tratta del vivere del lavoro: il trovarsi ogni giorno in condizioni di sfruttamento tali da annullare la vera vita, quella personale, famigliare, sentimentale, culturale e sociale.

Partiamo dall’olocausto vero e proprio delle cosiddette “morti bianche“: solamente in questo inizio 2020, ad oggi si registrano già 50 lavoratori deceduti mentre svolgevano le loro mansioni in spazi aziendali. Non bisogna però immaginare che siano tutte vittime di lavori in fabbrica: una buona percentuale di “incidenti” (ci siano consentite le virgolette…) avviene anche nei campi agricoli. Infatti quasi un quinto dei lavoratori morti tra gennaio e febbraio sono finiti sotto i cingoli di qualche trattore o altra macchina industriale adibita alla coltivazione.

Se consideriamo i lavoratori che sono deceduti mentre si trovavano fuori da un perimetro aziendale e svolgevano lavori in strada, allora dalle 50 vittime citate sopra passiamo a quasi 80 morti dal 3 gennaio 2020 a questo inizio di febbraio.

Se si considerano, inoltre, tutti i lavoratori che muoiono prematuramente a causa di affezioni, malattie contratte sul posto di lavoro, il numero dei decessi e degli infortunati aumenta davvero esponenzialmente.

Il professor Luciano Gallino, sociologo e studioso delle dinamiche del lavoro, ha giustamente scritto: “Le imprese che per risparmiare qualche migliaio di dollari o di euro non predispongono misure adeguate per prevenire incidenti o gravi patologie a lunga genesi rappresentano in modo singolarmente efficace la lotta di classe sui luoghi di lavoro.“.

Nel 2019 la media annuale risultava essere pari a 3 decessi al giorno e, osservando i primi dati di questo anno, sembra proprio che non vi sia avanti a noi nessuna inversione di tendenza, anzi.

Questa è la situazione, brevemente descritta, dei dati assoluti che riguardano l’Italia in questo momento. Ma se si allarga lo sguardo all’intero pianeta, i dati sono forse più impattanti per le sonnolenti menti nostre che non vedono altro se non nuovi consumi e raramente si accorgono che dietro stazionano tante lapidi di operai, di proletari moderni morti nella maggior parte dei casi per i mancati investimenti privati e pubblici nell’ottemperamento delle norme di sicurezza essenziali.

Tutto per favorire un vortice concorrenziale che non può, secondo le leggi del sistema economico capitalistico, derogare su nessun piano etico, ma guardare soltanto all’aumento della produttività magari riducendo il monte ore, il salario e aumentando i rischi per i lavoratori costretti a ritmi da schiavismo, per cui il tempo diventa uno degli alleati migliori degli errori fatali che vengono poi, ironia della sorte, attribuiti non a chi ha creato quelle condizioni per il lavoratore, ma al lavoratore stesso.

Se crepi mentre lavori, è colpa tua…

Vediamo dunque i dati “planetari” su infortuni e morti di lavoro. I dati dell’ILO (Organizzazione internazionale del lavoro) riguardanti l’anno 2019, ci dicono che quasi 2.800.000 di lavoratori muoiono ogni anno a causa della mancata sicurezza nelle aziende, nelle fabbriche e nei cantieri dove sono impiegati (sarebbe meglio dire: dove sono sfruttati come “forza-lavoro“); altri 160 milioni di lavoratori contraggono malattie professionali anche se non mortali.

Il mutamento della produzione tramite le innovazioni tecnologiche e le ricerche scientifiche non ha portato sostanziali progressi anche sul piano dell’adeguamento salariale agli standard di vita nei vari paesi del mondo e, tanto meno, in Italia dove la precarietà è divenuta un modello anti-contrattuale da seguire per la maggior parte del padronato, consentendo un recupero di profitti ingente, sostenuto anche dalla mancata riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario che da tanti decenni è una delle principali rivendicazioni del sindacalismo e del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici.

Ed è proprio qui che interessa incrociare modi e tempi di vita dei salariati: se le modalità di espressione della forza-lavoro nei diversi contesti produttivi sono sempre più sottoposte ad una meccanizzazione che dovrebbe consentire all’operaio di poter godere di maggior tempo libero rispetto a quello che gli occupa il lavoro, e che invece si rivela essere l’esatto opposto come risultato, ecco che proprio le tempistiche diventano l’alleato necessario e quindi migliore dell’imprenditore per ottenere sempre maggiore quantità di merci da far circolare sul mercato mondiale con il massimo sfruttamento delle potenzialità del singolo lavoratore.

In pratica, la mancata riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il mantenimento dei livelli produttivi su standard di monte-ore per singolo lavoratore invariati e una tendenza al pensionamento non ridotto negli anni e, normato dalla Legge Dini prima e da quella Fornero successivamente, penalizzante le categorie più usuranti del mondo salariato, non creano certo le condizioni per poter affermare che in Italia esiste un nuovo “stato-sociale”.

Semmai, in tutti questi lustri, si sono venute sommando caratteri di un liberismo sfrenato, di privilegi fiscali per le aziende e per gran parte del padronato, tali da poter affermare che al posto della vecchia rete di garanzie per i lavoratori e per i disoccupati, per i precari e per i pensionati, si è sostituito uno “stato anti-sociale” spacciato come insieme di moderne riforme a vantaggio dei più deboli strati della popolazione.

Il grande inganno esiste, viene solo ritoccato leggermente dai governi che si succedono, siano essi sovranisti, populisti o presuntamente progressisti perché composti da forze di centrosinistra votate comunque al riconoscimento del mercato come regolatore degli indici di vivibilità generale.

Se si vuole invertire la tendenza olocaustica delle morti quotidiane sul posto di lavoro, qualunque esso sia, bisogna ridisegnare complessivamente il mondo del lavoro stesso, riconquistare alla causa dei salariati, quindi degli sfruttati, un sindacato che davanti a tutto ciò promuova uno sciopero generale e non singoli, isolati e praticamente inefficaci presìdi di protesta davanti al Parlamento.

Se si vuole invertire la tendenza omicida delle morti sul lavoro serve però anche una sinistra comunista, di opposizione che diventi nuovamente il “motore” che più spinge per avanzare e che la smetta di calcolare la sua efficacia soltanto nei momenti che riguardano la rappresentanza istituzionale dimenticando un radicamento sociale che deriva da una nuova alfabetizzazione sociale di massa, una diffusione di una coscienza critica senza la quale non è possibile rimettere in moto nessun processo di rinascita del vero anticapitalismo in Italia. E non solo.

MARCO SFERINI

6 febbraio 2020

Foto di bridgesward da Pixabay

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