Lo studente “che studia” e che si deve prendere una “laura”

La famosa “lettera” dettata da Totò nel film “Totò, Peppino e la malafemmina“, è diventata una delle tantissime scene storiche del cinema italiano che si burlava benevolmente di quella...

La famosa “lettera” dettata da Totò nel film “Totò, Peppino e la malafemmina“, è diventata una delle tantissime scene storiche del cinema italiano che si burlava benevolmente di quella che un tempo era la “cafoneria” dei braccianti, dei lavoratori della terra. Per gli operai esistevano altri generi di prese in giro. Mentre per la borghesia, cinema comico, e anche tragi-comico, hanno tracciato profili più taglienti che esulavano dalla semplice ripetizione dell’accento dialettale milanese o torinese.

La cosiddetta “gente semplice” partiva dall’umiltà dell’inconoscenza dello scrivere, del leggere e “far di conto” per arrivare a superare il proprio analfabetismo che, nell’Italia del secondo dopoguerra, era ancora molto diffuso, specialmente nelle regioni meridionali del Paese. Il maestro Manzi, poi, in televisione aiutò milioni di cittadini, con altrettanta umiltà, avvicinandosi alle difficoltà di chi magari a settant’anni mai aveva scritto il proprio nome o letto un giornale, a prendere una matita a posarne la punta su un foglio e a iniziare a scrivere le prime lettere dell’alfabeto. Di seguito a leggerle, ad imparare i suoni, a riconoscere quindi segno e suono, punteggiatura e ritmo, discorso e periodo testuale.

La differenza tra lingua scritta e lingua parlata esisteva allora, non tanto quanto separazione tra due modi di utilizzo dell’idioma italiano, quanto della naturale capacità di comunicazione verbale rispetto alla più difficile messa in pratica della medesima con quaderni, penne e matite.

Ciò che ieri risultava, però, molto differente rispetto all’oggi è proprio questa divaricazione: se settant’anni fa era comprensibile che chi aveva per una vita soltanto parlato in italiano potesse imparare velocemente a scriverne e a comprendere i testi che produceva e che gli venivano messi innanzi, oggi appare straordinario (negativamente intendendo tale concetto) che i giovani, che hanno a disposizione tantissimi mezzi di apprendimento e di sviluppo della lingua sia parlata sia scritta, si trovino in palese difficoltà proprio nel comprendere un testo, nel disarticolarlo ed individuare la frase principale e in essa gli elementi della “frase semplice”: soggetto, verbo e complemento oggetto.

In sostanza, dal rapporto OCSE di pochi giorni fa, emerge una Italia dove, forse anche per qualche retaggio classista (più che altro da declinare rispetto all’utilizzo delle risorse che vengono erogate alla scuola pubblica), uno studente su quattro – nella media nazionale che vede le regioni del Nord riscontrare dati più incoraggianti rispetto al Centro-sud – ha serie difficoltà tanto nel comprendere quanto legge quanto nell’esercizio di lettura vero e proprio.

Un dato allarmante, se si considera il crescente fenomeno di abbandono delle terminologie italiane e l’utilizzo di inglesismi nella parlata quotidiana: dalle televisioni ai giornali, da Internet alla radio stessa (a parte programmi di grande livello come “Fahrenheit” di Rai Radio 3) e l’abbreviazione costante di moltissimi termini che l’urgenza di rispondere mediante telefonino si ha nella “chattate” che tutti, nel bene e nel male, facciamo ogni giorno.

Si apprende ormai tramite istantanee del discorso: si leggono solo i titoli, piccole frasi e sovente si storpia la lingua del Padre Dante perché più del rispetto della grammatica (delle regole quindi che armonizzano il nostro scrivere) e della fonetica (delle regole quindi che armonizzano il nostro esprimerci a parole) ha importanza la comunicazione istantanea e adeguata ai tempi.

Se si scrive su Whatsapp un messaggio redatto con l’opportuna punteggiatura si viene stigmatizzati come dei saccenti parrucconi: bisogna invece abbreviare il più possibile, magari lasciare alla libera interpretazione dell’altro ciò che vogliamo significare tramite le “emoticon“, le faccine gialle con mille espressioni che sostituiscono le nostre emozioni che potremmo invece tradurre in belle parole.

L’immagine, poi, si è venuta sostituendo alla lettura in tantissimi casi: si pensi ad Instagram e all’utilizzo delle foto come mezzo di espressione di concetti e di pensieri. Bene che si sviluppi l’arte della fotografia, ma quando si fotografa il piatto di pasta che si sta consumando a casa o al ristorante, ciò vuol dire che si è andati oltre il concetto di “arte” e anche di “fotografia“; sembra quasi che la compulsione sia una regola da rispettare per non sentirsi fuori dal contesto moderno della condivisione, dello stare “in rete“, dello scambiarsi informazioni superficiali per rimanere “connessi” ad un mondo che legge sempre meno, capisce ancora meno e si esprime con enorme difficoltà nel dialogo con gli altri.

Se anni fa era imputabile al refuso da velocità di scrittura l’errore grammaticale abnorme, quello classico del verbo avere senza la acca, oggi l’estensione di tali macroscopici inciampi è così ampia e diffusa da far ritenere che ci trova davanti ad un analfabetismo davvero funzionale, di ritorno in tanti casi.

Ora, occorre comprendere se il fenomeno è stato trasmesso dalle vecchie generazioni alle più giovani, oppure se fa parte di un complessivo adattamento di cinquantenni e quindicenni ad uno stile di disapprendimento culturale quasi endemico che riunisce in sé comportamenti seguiti tanto dentro quanto fuori dall’ambiente scolastico.

Del resto, è venuta anche meno l’alibi delle differenze “di classe” tra licei e istituti tecnici, visto che la maggior parte dei quindicenni che non sanno comprendere un testo è proprio riscontrabile tra gli alunni di istituti che poco hanno a che vedere con materie scientifiche, ma che dovrebbero invece apprendere lingue antiche e farne tesoro, insieme allo studio del pensiero e del cammino umano, per sviluppare un adeguato senso critico in seno alla moderna società della ragione (con buona pace dell’Illuminismo…).

Non si tratta solamente di incapacità meccanica nel leggere, di dislessia, di disortografia, di patologie che possono essere seguite e curate. Si tratta di pigrizia mentale, di adeguamento alla faciloneria di una vita dedicata a tanti piccoli egoismi che esaltano la materialità delle cose e la voglia di averle tutte per ricoprire un determinato status sociale, trascurando la cura della propria mente e dando, magari, tanta cura al proprio corpo: l’esteriorità a discapito dell’interiorità.

Si possono coltivare invece tanto la “mens sana” quanto il “corpore sano” e farli convivere nella formazione di una completezza di cittadinanza che renda ciascuno consapevole di quanto lo circonda e che non si affidi alle apparenze ma che si dedichi all’approfondimento, per puro piacere del sapere, della conoscenza ed anche per necessità di recuperare un contesto di vita in cui la complessità non sia vista al pari della fatica e dello sforzo, ma sia invece una vera e propria gioia in cui immergersi.

Invece, a partire dai “social network“, tutto è improvvisazione, recupero di false notizie, nessuna verifica delle fonti: ci si affida ad una intuizione che viene tradita a monte, da chi produce tutta una serie di trabocchetti per aumentare consensi, visualizzazioni, “likes” e quanto d’altro possa generare profitti di vario genere.

Seguaci di diete tanto improbabili quanto più possibili sono; seguaci di capi politici che promettono con “pieni poteri” di garantire al Paese una nuova età di Saturno; seguaci di teorie complottiste, di terre piatte, di apparizioni mariane, di apparizioni ufologiche, di nuovi fascismi e nazismi nel nome dell'”ordine” e della “sicurezza“.

Questo analfabetismo funzionale non è, purtroppo, un dato riscontrato solamente in Italia: colpisce un po’ tutto il mondo, ma con livelli di incidenza maggiori da noi che ci vantiamo d’essere una nazione democratica, sviluppata, addirittura la settima o ottava potenza del mondo sul piano economico.

Rimediare è possibile, ma occorre mettere insieme più modificazioni dei comportamenti di vita che abbiamo via via, nel tempo, imparato ad amare e che ci stanno devastando la mente e ci stanno portando nelle braccia di chi se ne è accorto e utilizza tutto questo per gestire grandi affari economici e perpetrare esponenzialmente le disuguaglianze e la lotta fra i poveri piuttosto della lotta fra le classi sociali.

La coscienza critica viene meno anche grazie al disinteresse che si ha verso la vita, verso il mistero che la circonda e ci si astrae dall’universo, ci si proietta nel microcosmo terrestre e, ancora di più, in quello personale, ritenendolo la misura di tutte le cose: il particolare e l’universale… Ma non nel senso guicciardiniano del termine, bensì semmai in quello socratico.

Se non sapete di cosa si tratta, leggete e lo saprete.

MARCO SFERINI

4 dicembre 2019

 Foto di uğur urlu da Pixabay

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