Il 2 giugno e tutte le feste “divisive”

Il termometro politico e sociale per misurare il grado di sensibilità istituzionale della popolazione potrebbe essere proprio quello da inserire nell’ambito delle grandi feste nazionali e internazionali: il 25...

Il termometro politico e sociale per misurare il grado di sensibilità istituzionale della popolazione potrebbe essere proprio quello da inserire nell’ambito delle grandi feste nazionali e internazionali: il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 giugno e il 4 novembre.

Ciascuna di queste occasioni rappresenta per il Paese un momento cruciale della sua storia, della sua vita, anche inserita in contesti che travalicano le Alpi e che inseriscono l’Italia in un mondo già globalizzato nel primo dopoguerra e, oggi, pienamente inserito in un fenomeno strutturale economico a multistrato: mondiale – con i tanti poli capitalistici che si fanno concorrenza spietata – ed europeo anzitutto, dove la narrazione governativa provvede a farci credere che non c’è alternativa all’Europa di Bruxelles e che l’unico modo per tornare ad essere autonomi dalle istituzioni del Vecchio continente è la via del “sovranismo”, quindi quella dell’egoismo nazionalistico, del privilegio attribuito a ciascuna nazione e dunque a nessuno contemporaneamente.

Il 25 aprile è, si dice ormai da un po’ di tempo a questa parte, una festa “divisiva”: proclamarne la ragion d’essere, quindi la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo sarebbe raccontare solo una parte della storia, quella scritta dai vincitori mentre, sostengono moderni revisionisti che si inventano cifre e fatti mai esistiti (come centinaia di migliaia di morti nelle foibe istriane – il tutto è dimostrabile storiograficamente con dati e ricerche alla mano) bisogna “pacificare” la nazione, quindi “condividere” la memoria.

Leggasi in “condividere la memoria”: riabilitare quella dei fucilatori fascisti che schieravano i plotoni di esecuzione contro civili inermi e contro i partigiani, affiancati dai battaglioni delle SS che avevano occupato con le truppe del Terzo Reich il territorio nazionale dopo l’8 settembre 1943.

Tutto nacque, forse, da una – siamo generosi, chiamiamola così… – “ingenua” dichiarazione di Luciano Violante che a suo tempo parlò dei “ragazzi di Salò” come di una generazione smarrita, confusa, che pur stando dalla parte sbagliata meritava un riconoscimento quanto meno storico.

Da quello si è transitati velocemente alla riabilitazione morale di un esercito fantoccio guidato dal criminale di guerra Graziani cui venne consentito anche dopo il conflitto di partecipare alla vita politica del Paese e di diventare persino presidente di un partito politico presente in Parlamento e che avrebbe invece dovuto essere dichiarato fuorilegge e incostituzionale.

E’ evidente che la proposizione secondo cui “l’Italia non ha mai davvero fatto i conti con la propria storia” risulta quanto mai vera se si analizzano ad una ad una le date storiche di cui stiamo parlando, prima fra tutte per importanza e come rappresentanza di uno spartiacque anche sociale del e nel Paese, quella che concerne il 25 aprile 1945.

Il Primo Maggio riesce in qualche modo, come festa internazionale, a smarcarsi dallo stigma di “festa divisiva”: diventerà nuovamente proibitiva qualora i sindacati dovessero tornare ad essere delle corporazioni, emanazione governativa di un sovranismo che nega l’internazionalismo della lotta di classe contro la contraddizione tra capitale e lavoro e che, volando ben più basso ma sempre in stato di ingaggio di attacco contro i valori della Costituzione, tende a delegittimare le parti sociali dei più deboli negando ai lavoratori tutta una serie di tutele e diritti che invece dovrebbero essere la norma di una sovrastruttura istituzionale pur inserita nella struttura economica del capitale.

Valore nuovamente divisivo lo viene ad assumere, anche quest’anno, la Festa della Repubblica: il 2 giugno è sempre la parata militare ad essere al centro di discussioni sacrosante che vogliono riportare la celebrazione della vittoria del regime agognato da Mazzini già oltre 160 anni fa ad una parata militare, per mostrare che la dorsale della Repubblica risiede nella forza; soprattutto nella forza e non nella solidarietà sociale, nella condivisione di un patto che ha rinnovato lo Stato italiano dopo la catastrofe nazifascista nata proprio dalla forza, dal primato imperiale italico sopra popoli e paesi che un tempo facevano parte di una grande civiltà di cui il fascismo di Mussolini nemmeno pallidamente poteva pretendere di somigliare.

Quest’anno la Festa della nostra Repubblica è stata assimilata a concetti come “inclusione” e “accoglienza”: ciò ha fatto prudere il nasino a settori specifici del governo sovranista ed anche ad alcuni dell’opposizione neofascista.

Il Presidente Sergio Mattarella ha messo sul tappeto parole importanti per rafforzare questi concetti: «Libertà e democrazia non sono compatibili con chi fomenta scontri». Il riferimento è evidente anche se non viene citato esplicitamente.

Così, chi è più accostabile e vicino all’insensibilità, chi coltiva quotidianamente l’odio e il disprezzo per i disperati della terra, chi ha fatto dell’Italia (o prova a farne) un Paese ispirato al crudelismo e all’estremizzazione dei peggiori pregiudizi contro tutti coloro che non sono autoctoni e che migrano o che vivono già da anni sul sacro suolo patrio e che oggi assistono ad un mutamento delle condizioni delle relazioni sociali nei loro confronti, oggi probabilmente diserterà la Festa della Repubblica: lo faranno quelli che si tingono di verde i fazzoletti e quattro generali in pensione che credono di vivere in qualche paese sudamericano di fine anni ’80…

Va bene ironizzarne per esprimere una critica dura in merito, ma non bisogna sottovalutare segnali di questa risma: ci parlano di una mutazione antropologica del Paese anche in seno ad ambienti su cui mai ci siamo fatti illusioni in merito ad attaccamento ai princìpi saldamente democratici e social-solidali della Repubblica, ma quanto meno fedeli alla medesima, alla Costituzione e al Quirinale.

Del resto, il governo, che si trova in mezzo ad inchieste giudiziarie, a divisioni della maggioranza su importanti temi come le grandi opere, la tassa piatta e la futura manovra economica, deve pur distrarre la popolazione con qualche polemicuccia che riprenda temi mai veramente sopiti e archiviati e che ogni anno sono buoni da mostrare e gettare in pasto alle chiacchiere da bar come lo sono i ripetitivi palinsesti televisivi nel periodo estivo.

Infine il 4 novembre: qui la “divisività” è sul fronte opposto. Se per il 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno sono i settori sociali e politici progressisti a subire la stigmatizzazione dei nostalgismi del ventennio fascista e i bramosi di una repubblica presidenziale in salsa piduista, il 4 novembre siamo generalmente noi comunisti, noi di sinistra ad essere lontani da una ricorrenza che ci ricorda una immane carneficina di tanti italiani e di tanti uomini che indossavano semplicemente “la divisa di un altro colore” (come avrebbe ben cantato Fabrizio De Andrè).

E’ sempre e solo una questione di umanità: quella che il Presidente della Repubblica ha bene espresso a parole legandola ad una riconversione della politica istituzionale ad un piano di esercizio fondato sul bene comune, sulla solidarietà civile e sociale.

Su una morale condivisa: quella della Costituzione che è la Repubblica. La Repubblica è giustizia sociale e non sovranismo ed egoismo. La Repubblica è antifascismo e non memoria condivisa con chi distrusse il Paese con una dittatura spietata e una guerra mondiale. La Repubblica è l’esatto contrario dei disvalori che oggi avanzano, fanno progressi sulla disperazione della maggioranza della popolazione.

Nel 1831 nei princìpi costituenti l’associazione della “Giovine Italia”, Mazzini scriveva:

“Essa ha per iscopo:
1. La repubblica, una, indivisibile, in tutto il territorio italiano, indipendente, uno e libero.
2. La distruzione di tutta l’alta gerarchia del clero e l’introduzione di un semplice sistema parrocchiale.
3. L’abolizione di ogni aristocrazia e di ogni privilegio, che non dipenda dalla legge eterna della capacità e delle azioni.
4. Una promozione illimitata dell’istruzione pubblica.
5. La più esplicita dichiarazione di diritti dell’uomo e del cittadino. Qualunque forma di governo monarchico, costituzionale od altro, qualunque moderato sistema di religione, che la necessità delle cose ne imponesse accettare, sarebbero sempre accettati e considerati come governi e sistemi di transizione e la Federazione perciò proseguirebbe i suoi lavori.”.

Mazzini sarà un grande avversario del comunismo, di Marx nella Prima Internazionale. Eppure fu proprio il Moro a scrivere, dopo la caduta della Repubblica Romana luglio del 1849, che quell’esperienza si era molto avvicinata a certi fondamentali del socialismo mettendo al centro di tutto l’interesse popolare. Non aboliva la proprietà e l’iniziativa privata in economia ma riconosceva che ogni azione dello Stato doveva essere fatta seguendo come “suprema lex” proprio la “salus publica”.

L’Italia di oggi è l’esatto opposto. Noi ci riconosciamo nella Repubblica, quindi nell’opposto all’opposto di oggi.

La Repubblica, pertanto, siamo noi. Dunque, viva la Repubblica!

MARCO SFERINI

2 giugno 2019

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