Sepúlveda, una lumaca e le mascherine abbandonate per strada

“Io difendo il ritmo umano: il tempo preciso, né più né meno, che serve per fare le cose per bene. Per pensare, per riflettere, per non dimenticare chi siamo.“....
Luis Sepúlveda

Io difendo il ritmo umano: il tempo preciso, né più né meno, che serve per fare le cose per bene. Per pensare, per riflettere, per non dimenticare chi siamo.“.

Il Coronavirus se l’è portato via all’età di 70 anni, ma Luis Sepúlveda, nemmeno poche ore dopo il suo volo via dal mondo che ha amato insieme ad una umanità per cui si è battuto, essendo un costante avversario del capitalismo e di tutte le sue contraddizioni disumane e devastatrici dell’ambiente, ci regala fin da subito spunti per poter discutere ancora dell’oggi, anzi del qui ed ora, come se fosse tra noi.

Sfogliando i quotidiani e guardando qualche sito su Internet, ascoltando la sequela interminabile di telegiornali e di programmi che incessantemente parlano della pandemia, viene fuori in questi gironi un concetto: “Fare presto!“, con tanto di punto esclamativo, si intende.

Il che si può sintetizzare nell’unica parola: “Velocità“. Tutto deve riaprire quanto prima, perché la spinta economica si è fermata, le industrie – dicono dalle parti della Confindustria – sono tutte bloccate, salvo poi scoprire – dati alla mano – che oltre la metà dei lavoratori italiani si reca ogni giorno sul suo posto di lavoro e quindi è pure improprio parlare di “lockdown” (“chiusura totale“) che destabilizza l’economia padronale così verticalmente.

Ma il “fare presto!” è un imperativo categorico ormai, quasi fosse un antidoto contro il Covid-19. Forse lo è, se ad assumere una adeguata velocità è la ricerca che, comunque sia, ha bisogno dei suoi tempi: tutti vorremmo magicamente pronto l’elisir salvifico, la pozione che ci rendesse immuni dal virus e che ci permetterebbe  così di tornare alla cosiddetta “normalità” ancora sopravvivibile tre mesi fa circa.

C’è, dunque velocità e velocità. Sepúlveda lo aveva straordinariamente intuito, da attento indagatore della socialità e dell’individualità umana nel contesto dello sviluppo moderno. Ne “La storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza“, sono proprio collettività e unicità del soggetto che si compenetrano e creano una armonia che è esaltata dal ritmo che la vita prende.

Ritmo. Concetto fondamentale della storia-favola che lo scrittore cileno racconta è il tempo legato ai luoghi e alla vita di ciascuno di noi. La lumaca anticonformista vaga per un mondo che vuole scoprire, cerca di distanziarsi dal gruppo, prova ad adattarsi al mondo oltre il prato dove ha sempre vissuto. La sua è una voglia di conoscenza, di acquisizione di una identità che non ha mai avuto: non ha, infatti, nemmeno un nome e per sua natura la lentezza le è propria e contrasta con la velocità di una esistenza che è pronta ad asfaltare quel prato, quello che ha abbandonato e nel quale ritorna per proteggere l’intera “lumachità” che lo abita.

La favola è metafora, ma è soprattutto una palingenesi mentale, una riealborazione psicoanalitica delle nostre nevrosi, dei nostri dubbi sulla vita tanto personale quanto di massa. Come in Esopo e in Fedro, nelle favole di Sepúlveda c’è la morale non moraleggiante, ma una spiegazione di complessità globali che si ripercuotono ogni giorno nel nostro più intimo vivere e che nel vissuto che ci lasciamo alle spalle rischiano di diventare incrostazioni pericolose che sedimentano pregiudizi, odi, razzismi e sensi di superiorità che costruiscono la scala del potere su terreni viscosi, scivolosi che trascinano l’umanità in nuove guerre, conflitti e contrapposizioni tanto veloci quanto innaturali, inumane e per questo molto capitalistiche, molto liberiste.

La favola della nostra lumaca è, in fondo, realtà tradotta in acuta metafora per spiegare come esistano tanti anticonformisti oggi che non hanno nessuna puzza sotto al naso e che non si sentono superiori alla massa incolta, incolore, incapace di passione e militanza politica. Quella militanza cui Sepúlveda era abituato fin da piccolo, fin dai racconti del nonno anarchico, passando per le giovanili esperienze comuniste e poi per la guardia presidenziale di Salvador Allende.

Lui, che aveva visto capovolgersi nel giro di una notte i destini del suo Cile, che la velocità del cambiamento reazionario e golpista di Pinochet aveva travolto, fagocitato nell’angusto buio del nuovo regime delle torture e delle sevizie per comunisti e socialisti, lui che era stato un errante della libertà, un comunista prestato a tante declinazioni del libertarismo, nell’elogio della lentezza aveva trovato il recupero della dimensione umana che rispetta tutte le altre. Compresa quella ambientale, di cui, per l’appunto, fa parte la lumaca ma fa parte anche tutta la diversità di Fortunata, la gabbianella che impara a volare quando arriva sull’orlo del baratro e osa, osa farlo; osa spingersi oltre, andare controvento e gettarsi nel vuoto.

Ciò può voler dire fare tanto un salto nel buio, come questa umanità che che sembra non riuscire ad imparare nemmeno dalla pandemia del Coronavirus un recupero della lentezza umana da adeguare alla calma spontanea della natura e della Terra; quanto, invece, un salto verso la nuova vita, verso una nuova umanità, un’altra umanità, quella capace di una critica spietata, dura – e per questo la più veritiera possibile – nei confronti di un sistema economico che non può per sua natura tenere in considerazione i diritti umani, i diritti di Gaia, il pianeta che nemmeno troppo lentamente muore e per cui milioni di giovani sono scesi in piazza lo scorso anno per rivendicarlo come unica casa possibile, da salvaguardare e tutelare in ogni sua forma di vita.

L’elogio della lentezza è, dunque, non l’elogio dell’ozio, come vorrebbe dimostrare una certa critica liberista sempre tesa ad interpretare la velocità al solo parametro del ritmo produttivo di fabbrica, di azienda. L’elogio della lentezza è il primo punto da cui ripartire, come la lumaca, per scoprire i veri valori su cui siamo seduti e di cui non ci accorgiamo: il prato da salvare è sotto i nostri piedi. Si chiami salute, si chiami ambiente, si chiami scuola, si chiami diritti civili e sociali, è sempre un luogo su cui tocca camminare se si vuole veramente evolvere e non portare l’umanità al disastro, battendosi il petto, facendo ricorso a patriottismi e sensi di nazional appartenenza di una comunità che, ipocrita, egoista e priva di una cultura civica, non riesce nemmeno a gettare i guanti e le mascherine in appositi bidoni dell’indifferenziata e lascia il tutto abbandonato per le strade…

Sono i nuovi rifiuti, appartengono dunque a tutti. Perché il rifiuto, lo dice la parola, è rifiutato, quindi è espulso da noi e può essere abbandonato, lasciato lì sul ciglio del marciapiede. Qualcuno lo raccoglierà… Questi gesti li compivamo prima del Coronavirus e li compiremo anche dopo, visto che lo stiamo già facendo: quante volte abbiamo preso qualcosa e non l’abbiamo rimessa nel posto in cui stava prima che la prendessimo? Qualunque cosa: dal libro alla matita, dalla sedia spostata al bicchiere lasciato in completa solitudine su un tavolo, lì… obliato. Intanto qualcuno lo prenderà, lo sciacquerà e lo riporrà al suo posto.

Nevrosi dei meticolosi perfezionisti o menefreghismo dei cosiddetti furbi? Buona o cattiva fede? Un po’ di tutto. Ma prevalentemente mancanza di morale, di rispetto per l’altro da noi, per tutto quanto ci circonda: dalla nostra abitazione fino alla foresta amazzonica. Probabilmente qualcuno si sente proprio “anticonformista” nel trattare così i beni comuni, primo fra tutti l’ambiente. Che volete che sia gettare sul ciglio di una via un paio di guanti, una mascherina appena utilizzata: è un rifiuto. E se lo si lascia agli altri, vuol dire che li si considera al pari del rifiuto. Rifiuti anche loro.

La lumaca ritorna nel prato. Non lo lascia asfaltare: il suo anticonformismo non involve in egoismo. E’ questa la lezione morale di Sepúlveda. Una delle tante, perché, leggendo e rileggendo i suoi libri, l’umanità emerge come peculiarità naturale di ciascuno di noi e allontana tutte quelle tentazioni egoistiche che ci hanno portato fino al disastro in cui oggi ancora con troppa saccenteria e spavalderia sopravviviamo.

A proposito della favola che abbiamo citato, lo scrittore cileno ebbe a dire in una intervista a “L’Espresso”: “…posso dire che la lumaca della mia storia la pensa come Rosa Luxemburg: che vale la pena vivere in un mondo socialmente giusto, umanamente vario e in cui la libertà è la massima espressione della giustizia sociale“.

Speriamo un giorno di imparare tutti a volare…

MARCO SFERINI

17 aprile 2020

foto: screenshot

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