Scritta antisemita sulla porta di casa di una partigiana

Come nella Germania nazista. È accaduto a Mondovì, dove viveva Lidia Rolfi deportata a Ravensbruck e morta nel 1996

La «casa di un ebreo» che non è tale, ha una piccola cucina in cui dalla stufa a legna proviene un lieve tepore. Soffitto a cassettoni tenuto in piedi da un trave di quercia secolare, muri spessi e un grosso tavolo intorno al quale si è seduta la storia.

Si entra attraverso una piccola porta, si gira a sinistra ed è come fare un passo in un sacrario: «su quelle due poltrone di pelle, ormai consumata, mamma si sedeva con Primo Levi».

Sono le parole di Aldo Rolfi, figlio della staffetta partigiana e deportata politica Lidia Rolfi. Undici mesi di lager, venduta da una compaesano mentre portava rifornimenti ai partigiani della XI divisione Garibaldi, XV brigata Saluzzo. Sulla porta di casa ieri mattina una anonima mano ha tracciato con una bomboletta spray nera una stella di David sovrastata dalla scritta «Juden hier», locuzione che rimanda direttamente al 9 e 10 novembre, quando nella Germania Nazista si scatenò la Reichkristallnacht.

«Primo Levi telefonava a mamma e le chiedeva se poteva venire a respirare l’aria del campo», scandisce il figlio Aldo mentre il piccolo Ludo, un cane pastore australiano da poco adottato, pietisce carezze saltando intorno al tavolo. «Sedevano lì, dove siete voi, e parlavano per ore».

Mondovì: piccola cittadina che gronda benessere, ieri è finita nel ciclone del tempo. Una via centrale ricca, portici in cui si susseguono boutiques e oreficerie, la parte alta del paese raggiungibile con una spettacolare teleferica: tutto scaraventato dentro una oscura storia di antisemitismo che si mischia ad ignoranza e intolleranza.

Episodi del passato che anticipavano l’esplosione? Un paio di svastiche poco distante dal monumento ai caduti: minimo sindacale di questi tempi. Poi il tran tran di queste colline spettacolari ai piedi del Monviso viene bruscamente interrotto da un articolo scritto da Aldo Rolfi, figlio della partigiana deportata Lidia, morta nel 1996 dopo una vita spesa a diffondere fieramente la voce dell’inferno: mezza pagina pubblicata su un giornale locale, in cui vengono ripresi passi della madre che intrecciano con la lugubre attualità politica.

Parole nette che hanno fatto inferocire qualcuno, offeso da quei ricordi, dalle parole della deportata e staffetta, parole che resistono e diventano sempre più insopportabili. Tanto basta per armare una mano che nella notte tra giovedì e venerdì entra nella piccola via buia e si accosta ad una piccola porta da cui sono passati i giganti della storia.

«Me l’aspettavo, quella scritta. Non è stata una sorpresa: sono tempi così, in cui l’odio viene sparato come formazione permanente dalle televisioni e non solo. Persino la scuola non riesce a resistere a questa spinta», commenta Aldo Rolfi.

Che prosegue: «In fondo siamo di fronte al compimento di quanto scrisse mia mamma nel 1996, in uno dei suoi ultimi articoli riflessione. Diceva: “La violenza non è morta l’otto maggio del 1945, non è morta all’apertura del lager, la violenza continua. E molto spesso certi tipi di violenza, vedi quello che sta avvenendo oggi in Europa e nel mondo, è molto vicina a quella violenza ideologica e fisica del lager. Quindi vuol dire che certe situazione, anche se diverse, possono comunque ripetersi. E allora è bene che la gente sappia come difendersi o ne sappia capire le prime avvisaglie”».

Parole che oggi, dopo quasi trent’anni, sono finite al centro dell’eco mondiale in prossimità dell’anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa nel 1945. Nei bar dove le televisioni al mattino picchiano come fabbri sui tasti della paura e dell’odio, ci si domanda chi possa essere stato: «Una ragazzata, che però è scappata di mano». Nessuno crede che a Mondovì possa esistere un vero rigurgito nazi fascista, ma molti rimandano, come una ridondanza, al clima che si respira ovunque, sopratutto in virtù delle elezioni regionali di domenica prossima. La scritta viene coperta dai carabinieri nel pomeriggio da un grosso cartone marrone che fa pendant con il colore della porta: Juden Hier e la stella di David finiscono sotto una patina di pudore perché la sera, questa la spiegazione ufficiale, è prevista una fiaccolata di solidarietà. «Io l’avrei lasciata», dice Aldo Rolfi

Ma accanto al cartone marrone che paradossalmente fa spiccare ancor più la portata del gesto, qualche mano lascia altre scritte, vergate su post it gialli: «anche io sono ebrea», seguiti dalla firma. Aldo Rolfi li raccoglie e li porta in cucina, poco distante dal tavolo dove i partigiani cantavano canzoni negli del dopo guerra.

MAURIZIO PAGLIASSOTTI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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