Non è così che dalla pandemia si esce a sinistra

Caro Provenzano. Uscire da sinistra dalla pandemia avrebbe voluto dire andare incontro, facilitare, unire e non dividere
Il ministro Giuseppe Provenzano

In un intervista di qualche giorno fa a Repubblica, Peppe Provenzano ha ribadito lo slogan con il quale ai dirigenti Pd piace sciacquarsi la bocca. Perché è più una boutade che un’agenda, dacché nella realtà non sta accadendo nulla che va in quella direzione. Perché «uscire da sinistra» dovrebbe voler dire andare a migliorare la condizione di chi sta peggio e qui non sembra che ciò stia accadendo.

Da quando i contagi hanno ripreso a crescere per poi raggiungere numeri record, il governo non ha fatto nulla per contenerli, se non continuando ad insistere sulle vaccinazioni, per arrivare addirittura all’obbligo vaccinale, pur sapendo che non è il vaccino a contenere il contagio.

Se l’Italia è l’ottavo Paese al mondo per decessi da Covid-19 – siamo a 150.000, ma i giornali non raccontano più le storie dietro a quei numeri, che fanno notizia solo se «no vax» – e tra i primi venti nel numero di morti relativo (peggio di noi, nella UE, i Paesi dell’Est), se il nostro computo dei morti è così (più) tragico è perché la gestione della pandemia è stata affidata a una medicina territoriale disastrata, con i medici di base che non osano proporre una terapia che non sia la «vigile attesa» per poi far ricoverare i contagiati a virus deflagrato, abbandonando i cittadini a se stessi. E soprattutto perché – come gli osservatori ci vanno dicendo da anni – questo è un Paese con malattie croniche diffuse accentuate dalle (povere) condizioni di vita.

I dati dell’ISS – pur sempre scarni di informazione – riportano l’alta correlazione tra mortalità da Covid e altre patologie (solo il 2.9% dei deceduti non ne aveva). La narrazione dominante nasconde che il coronavirus ha colpito i più fragili, di tutte le età ma soprattutto anziani, che vivono in condizioni più disagiate, con diete povere, più affetti da malattie croniche non trasmissibili. Perché da noi si vive forse più a lungo ma si vive, in media, peggio.

«Uscire dalla pandemia a sinistra» avrebbe voluto dire guardare alla drammaticità di quella «sindemia», un rapporto diverso con le big Pharma dei vaccini, in termini di trasparenza – perché non c’è «un» vaccino, ma ce ne poteva essere più d’uno (come rilevava la bella intervista sul manifesto di Capocci a Maria Elena Bottazzi) –, un’attenzione ai temi delle cure precoci e degli effetti avversi. Avrebbe voluto dire non scavare un inutile solco tra vaccinati e non, quando sono le ragioni della fiducia – nello Stato come nell’autorità – a determinarne la cifra. Invece, si è declassata la questione a «mala informazione», facendo di tutta un’erba un fascio, senza tenere in alcun conto dell’evidenza che veniva emergendo e di chi si andava a colpire, emarginando.

No, non è così che si «esce a sinistra dalla pandemia». Non lo si fa con un ministro della salute che non risponde nel merito alle mille osservazioni che in due anni gli sono provenute dal mondo medico e scientifico. Non lo si fa con provvedimenti che si contraddicono, che non vengono spiegati, emessi con paternalismo severo per fustigare. Perché le tabaccherie? Perché la pensione alla Posta? Persino la multa, pensata come «schiaffo» ai cattivi. Per non parlare della scuola e di un ministro che – difficile a dirsi – ha fatto solo peggio di chi l’aveva proceduto (Ciccarelli sul manifesto).

Uscire da sinistra dalla pandemia avrebbe voluto dire andare incontro, facilitare, unire e non dividere. Creare decine di hub per i tamponi nel momento in cui è riesploso il contagio, invece di lasciare il tutto in mano alle farmacie, favorire il tracciamento a scuola per evitare la penalizzante «dad», investire sulle aule e le infrastrutture. Se la preoccupazione è rimasta quella di ospedali «al collasso» o terapie intensive «intasate» (sarà?), è perché in due anni i governi non hanno fatto nulla per aumentare organici e attrezzature, come abbiamo già lamentato.

Il disastro della sindemia è già apparso chiaro nell’aumento delle povertà e delle disuguaglianze. Senza guardare a come quella colpisce, da sinistra si lascia che il governo, con atteggiamento algidamente «tecnico», proceda con i suoi provvedimenti. Fingendo però di non sapere che le politiche pubbliche non hanno cambiato verso, che nel Draghistan d’oggi si farà «whatever it takes» continuando a decurtare sanità e istruzione.

Caro Provenzano, per uscire «da sinistra» ci vorrà una politica che ripensi a chi si vuole rivolgere, che non guarda solo a chi si conforma ma anche a chi è escluso. Se, come dici, serve una «agenda sociale» che venga fuori ora, perché il Paese lo avete già perso per una buona metà e dalla pandemia – e dal Draghistan – si potrà uscire da sinistra solo se cambierete.

PIER GIORGIO ARDENI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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