Stendhal, in La certosa di Parma, proietta Fabrizio del Dongo nel gorgo della battaglia per eccellenza: Waterloo. Tuttavia, al protagonista del romanzo, l’evento nel suo complesso risulta impossibile da cogliere. Il suo punto di vista, a livello del suolo, inevitabilmente periferico, riesce a percepire solo singoli frammenti, per lo più raccapriccianti.

Anche in La fiera delle vanità di Thackeray, quella stessa battaglia, pur cruciale nell’intreccio, non è oggetto di narrazione diretta e le informazioni frammentarie e contraddittorie che la riguardano derivano solo da voci di seconda o terza mano. La guerra è qualcosa di difficile da afferrare. E non solo per la letteratura. Anche le scienze sociali hanno manifestato problemi con essa, tendendo in genere a ignorarla.

Le motivazioni di tale rimozione possono essere diverse. L’idea implicita, per esempio, secondo cui la guerra sarebbe un momento eminentemente negativo, un’interruzione della regolarità dell’ordine sociale, una situazione emergenziale interamente consegnata alla dimensione dell’evento che, in quanto tale, non si presterebbe a un’analisi strutturale.

Oppure il perdurare di una sorta di inconscio positivista, che vede nella dimensione bellica un arcaismo, destinato a essere superato dall’affermazione delle società liberali e da relazioni economiche di tipo capitalistico. Se poi la guerra è assunta come una manifestazione di asocialità è conseguenziale che la sociologia non la giudichi di propria pertinenza. Di conseguenza, in ambito sociologico, il tema della guerra come modalità specifica di azione e relazione è stato sostanzialmente ignorato, mentre un notevole sviluppo ha avuto la sociologia militare intesa come sociologia delle professioni militari.

La storia militare, da parte sua, ha una consolidata tradizione e tuttavia, a lungo, è stata storia dei militari, nel senso di storia scritta da militari, che insegnavano nelle accademie o nella scuole di guerra. Oppure da amatori, in genere di estrema destra, inclini al feticismo per date, personaggi, armi e memorabilia. Da qui la diffidenza nei suoi confronti manifestata dagli storici «accademici». Non a caso, nei decenni centrali del secolo scorso, quando si affermano orientamenti ricettivi nei confronti delle scienze sociali e interessati ad andare oltre la narrazione degli eventi per giungere alle strutture e ai soggetti collettivi, il termine «histoire bataille» verrà utilizzato per stigmatizzare i modelli da cui si voleva prendere congedo.

Nel corso del tempo, tuttavia, le cose sono mutate, anche storici «civili» hanno in maniera crescente occupato il campo, uscendo dalle angustie di ricostruzioni incentrate sulla narrazione di campagne e battaglie, reintegrando la dimensione bellica all’interno delle dinamiche politiche, sociali ed economiche. A riprova di tale tendenza si può citare l’opera in più volumi, diretta da Nicola Labanca, Guerra ed eserciti nella storia, che si completa con la recente uscita di Guerre ed eserciti nell’età contemporanea (il Mulino, pp. 530, euro 32).

Un appunto potrebbe essere mosso al titolo, che risulta incompleto, in quanto il progetto editoriale assume come cornice geografica e istituzionale l’Italia, presentandosi come un tentativo di ricostruzione, in senso ampio, della storia militare delle diverse unità politiche che si sono susseguite nella Penisola, colmando in questo un significativo vuoto.

Nella prima parte il volume è scandito cronologicamente, a partire dalle guerre di unificazione fino al post Guerra fredda. I saggi della seconda parte, invece, hanno un taglio tematico ed analizzano le dimensioni terrestre, marittima e aerea, il ricorso ai militari per la sicurezza interna, i servizi segreti e le attività coperte, le missioni di peace enforcement o peace keeping che hanno rappresentato, nel post Guerra fredda, la modalità di proiezione militare dell’Italia al di là dei propri confini.

Nonostante si tratti di un libro di storia, è inevitabile leggere molte pagine del volume di Labanca alla luce della cronaca. Le vicende ucraine, infatti, hanno riportato la guerra al centro dell’attenzione. Non che nei decenni precedenti fossero mancati i conflitti armati, dall’Iraq all’Afghanistan, dalla ex Jugoslavia alla Siria o allo Yemen, per non parlare delle «guerre a bassa intensità» disseminate a varie latitudini.

Tuttavia, quei conflitti, per motivi diversi, non coincidevano con la forma assunta dalla guerra nella modernità, come scontro interstatale di eserciti che si contendono palmo a palmo il territorio. Per rendere conto di tale scarto erano proliferate le definizioni: «nuove guerre», «stati di violenza», «guerre asimmetriche», «guerre non clausewitziane», «guerre di quarta generazione».

Al di là delle differenti chiavi di lettura, l’accento cadeva sulla perdita, da parte dello stato, del «monopolio» della guerra, con l’irruzione sulla scena di milizie ed attori privati, il non riconoscimento reciproco fra i combattenti, l’ibridazione fra guerra e polizia, con guerre che si presentavano come «operazioni di polizia internazionale» o si indirizzavano contro fattispecie criminali (la war on terror) mentre l’ordine pubblico assumeva il linguaggio e le forme dell’intervento militare con la guerra alla droga, alle migrazioni e via dicendo.

Centrale, poi, era stato il dibattito sull’esigenza di una Revolution in military affairs (Rma), i cui fautori si proponevano di trasferire in ambito militare i dettami della lean production e dell’ideologia cyber californiana. Alla guerra fordista, caratterizzata dagli scontri degli eserciti di massa e dal prevalere della dimensione quantitativa, si contrapponeva l’esigenza di un dispositivo militare qualitativo, incentrato sull’uso di armi di precisione e sulla mobilitazione di piccole unità in grado di coordinarsi in tempo reale grazie alle tecnologie di osservazione e comunicazione (lo swarming).

In apparenza, il conflitto ucraino sembra riportarci a una grammatica della guerra più tradizionale, per le forme che assume sul terreno e le dinamiche politiche che lo caratterizzano. Tuttavia, dalla nebbia di un campo di battaglia, si intravvedono gli elementi di cambiamento che, magari peccando di unilateralismo, erano stati evidenziati negli ultimi decenni: il protagonismo del mercenariato, la capacità delle corporation private di trasformare in maniera immediata il denaro in efficacia militare, la centralità della dimensione informativa, il ricorso a forme di controllo remoto che deterritorializzano gli schieramenti, l’importanza della cyberwar.

Del tutto mutata, invece, appare la congiuntura politico-diplomatica. Dopo la crisi del 2008 i conflitti interstatali si sono fatti più aspri, la guerra non riguarda più solo spedizioni contro «stati canaglia» o interventi in failed state ma diviene plausibile lo scontro militare fra grandi o medie potenze, la Nato riacquisisce vigore, si riparla di uso delle armi nucleari, pressoché tutti i paesi procedono a programmi di riarmo. E così, quello che vuole essere un libro di storia, finisce per esserlo pienamente anche nelle sue parti più a ridosso dell’attualità, che ci paiono collocate al di qua di una soglia che è stata varcata. Come non immaginare, fra qualche anno, un ulteriore volume?

MASSIMILIANO GUARESCHI

da il manifesto.it

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