Gianfranco Pancino ha avuto la sorte di vivere molte vite: militante politico e poi latitante, esiliato in Messico e poi in Francia, ricercatore di prestigio e infine parte dell’equipe di lavoro di Françoise Barré-Sinoussi – Nobel per la medicina 2008. Proprio nel 2008, Pancino è potuto tornare in Italia da uomo libero, 31 anni dopo i processi del 7 aprile 1979.

Oggi possiamo leggere della sua vita nei Ricordi a piede libero (Mimesis, pp. 468, euro 28). Sono memorie sofferte – quelle di una vita in fuga. Eppure, sono anche storie di vita intensa. Il 900, accanto ai suoi orrori, è stato anche questo. Il secolo in cui un giovane laureato avviato alla carriera medica abbandona la professione e sceglie la rivolta, senza rimorsi. Prima a Marghera, poi a Milano, dove l’ala operaista di Negri si trova a riorganizzare una presenza politica dopo la crisi di Potere operaio (maggio ’73).

Pancino non segue i «romani» (Piperno e Scalzone), convinto della necessità di fondersi con il movimento operaio – in quella fase al suo apice – piuttosto che irrigidirsi in una soluzione partitica leninista. A Milano, però, per Negri e compagni si tratta di riorganizzarsi daccapo. Ci provano con Controinformazione rivista «coordinata» con le Br. La cosa non dura. Nella tarda primavera incrociano il Gruppo Gramsci, nato a Varese ma ben presente nelle fabbriche milanesi.

Soprattutto, il collettivo pubblica da poco una rivista – Rosso – che diviene lo strumento attraverso cui si coagula l’area dell’autonomia milanese, di cui Pancino sarà uno dei dirigenti fino al ’77 – anno in cui verrà raggiunto da diversi mandati di cattura e sarà costretto alla latitanza. Due anni di clandestinità in Italia, poi l’espatrio in Messico. La rete di solidarietà politica, anche dall’altra parte del mondo, lo aiuta a ricostruirsi una vita dignitosa. Nel 1982 – grazie alle garanzie mitterrandiane – lui e famiglia tornano in Europa, in Francia.

Qui Pancino non è più solo, c’è una comunità di esiliati italiani e una vasta rete di solidarietà politica francese ad alleviare le pene dell’irregolarità amministrativa ed economica. Pancino ricomincia da capo. Fino al «lieto fine» accademico – nel ’95 è nominato direttore di ricerca presso l’Istituto nazionale di sanità e ricerca medica a Parigi.

Sono dunque memorie drammatiche, ma non reticenti. Il tema della violenza politica è affrontato con equilibrio. Il ’73 è l’anno in cui tutte le forze del movimento operaio, dal Pci all’estrema sinistra, si convincono dell’impossibilità di raggiungere il potere politico in una condizione di legalità.

Lo stallo rafforza, nel Pci, la soluzione del «compromesso storico» – già avanzata da Berlinguer nell’autunno del ’72; nell’estrema sinistra il dibattito spinge verso le varie declinazioni armate. L’autore giudica oggi «impraticabile» quella soluzione. Eppure, indica ancora Pancino, tra il ’73 e il ’78 si è avuta una continua escalation di partecipazione e violenza che obbligava alla presa d’atto, se non di una possibilità reale, di una disponibilità effettiva di un pezzo di proletariato urbano ad un qualche tentativo rivoluzionario.

Un progetto «anomalo», lo definisce giustamente Pancino, perché non guidato «da un partito né da un Lenin o un Mao» in grado di tenere le fila.

La storiografia ci svela l’illusione collettiva, e va bene. Ma per completare il quadro, una testimonianza come quella di Pancino è ancora utile, come fonte, come interpretazione e anche, perché no, come esempio.

ALESSANDRO BARILE

da il manifesto.it

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