Legge elettorale: come volevasi dimostrare

Il “progetto” di legge elettorale blindato dall’accordo dei 4 sembra già saltato e comunque, dopo l’agguato dei franchi tiratori di questa mattina (oggetto del contendere: i confini dei collegi...

Il “progetto” di legge elettorale blindato dall’accordo dei 4 sembra già saltato e comunque, dopo l’agguato dei franchi tiratori di questa mattina (oggetto del contendere: i confini dei collegi del Trentino – Alto Adige, sia ben chiaro, non certo una questione dirimente), ritorna in Commissione in attesa di decidere se sarà o meno affossato totalmente.

Questa vicenda così come si sta svolgendo rappresenta un monumento all’incapacità politica dell’intera classe parlamentare: un’incapacità già ben nota ed emersa con grande chiarezza in quest’ occasione.

Il punto non risiede, però, nell’apparente realtà di questi fatti bensì nell’evidenza di profili di incostituzionalità che la legge in discussione presentava.

Profili di incostituzionalità evidenti sotto due aspetti: quello riguardante il disegno dei collegi, al riguardo del quale è necessario fare riferimento ai dati del censimento 2011 come prescrive l’articolo 56 della Costituzione e quello relativo ai “nominati”. Perché è vero che la Corte Costituzionale, nell’ultima sentenza, ha stabilito la legittimità delle liste bloccate”corte” ma è anche vero che con il sistema in discussione matematicamente il Parlamento, nei suoi due rami, sarebbe stato composto per il 63% da nominati (fermo restando il gioco delle doppie candidature tra uninominale e proporzionale, da valutare nella sua entità). Una percentuale rilevante al punto da essere insopportabile dal punto di vista di un’espressione di voto personale, libera e segreta.

In realtà in questa vicenda stanno giocando fattori che ci eravamo permessi di evidenziare da tempo: quello dell’assoluto “non cale” di una prospettiva strategica legata alla realtà del sistema politico nel lungo periodo, quello del prevalere degli interessi diretti delle forze politiche in campo e dei loro ristretti gruppi dirigenti, quello di una concezione perlomeno distorta (ma così siamo nel campo degli eufemismi) del ruolo del Parlamento. Ruolo considerato del tutto secondario così come era considerato nel testo della deforma costituzionale bocciata dal voto popolare il 4 dicembre scorso.

Il Parlamento, nella concezione di lor signori, deve rappresentare semplicemente una coorte di clienti al servizio di vecchi e nuovi princeps: ma capita che i clientes, in gran parte sul punto di essere congedati per far posto a nuovi e più affidabili fedeli, disponendo dell’arma del voto segreto si ribellino. Così sta accadendo.

La democrazia italiana, nata dalla Resistenza e sulle basi della Costituzione Antifascista, versa in una sorta di crisi irreversibile.

Una democrazia corrosa dal tarlo della personalizzazione della politica, dalla logica del “partito personale”, dall’individualismo competitivo che rappresenta quasi un marchio di fabbrica di queste che è molto difficile definire “forze politiche”.

Difficilmente questa classe politica potrà porvi rimedio: per intanto l’unica strada è quella di andare al voto, in tempi ragionevoli e non certo sulla battigia (“bagnasciuga” fu il termine sbagliato usato da Colui in altri tempi) con la legge uscita dalla sentenza della Consulta corretta con l’introduzione della preferenza.

Questo però è un dettaglio tecnico: la realtà risiede invece che restiamo incerti sul paragone da adottare per questo stato di cose. Caporetto o 8 Settembre?

FRANCO ASTENGO

foto tratta da Pixabay

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