La Rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin (1917-1929)

Edward Hallett Carr ci ha lasciato non solo una (incompiuta) enciclopedica (ma sarebbe più giusto dire “ciclopica“) storia dell’Unione Sovietica (ben 14 volumi), ma anche e soprattutto un nuovo...
Lenin sulla Piazza Rossa

Edward Hallett Carr ci ha lasciato non solo una (incompiuta) enciclopedica (ma sarebbe più giusto dire “ciclopica“) storia dell’Unione Sovietica (ben 14 volumi), ma anche e soprattutto un nuovo modo di affrontare i fatti storici e, quindi, ha implicitamente rivoluzionato – per quanto possibile – la ricerca, l’analisi e la sintesi che lo studioso deve mettere in pratica quanto si tratta di trattare gli accadimenti di un certo tempo, in un certo contesto che, lo si voglia o meno, non può prescindere tanto dal particolare quanto dall’universale.

Seguendo questo viatico mezzano tra empirismo e idealismo, Carr scrive, nella sua lunga vita, una serie di approfondimenti su singoli aspetti che riguardano fondamentalmente il metodo storico con cui approccia prima e tratta poi con dovizia di particolari e meticolosa indagine l’oggetto su cui si è focalizzata la sua attenzione.

Prima liberale e poi marxista, il suo punto di vista sulla grande epopea del dramma sovietico è importante tanto quanto la monumentalità della sua opera.

Per poterla meglio affrontare, è utile avvicinarvisi a piccoli passi iniziado da alcuni volumi che scrisse per una più larga diffusione, per una divulgazione anche scolastica sui principali passaggi che interessarano la Rivoluzione russa prima, il leninismo poi e, come forca caudina inevitabile per comprendere tutta la vicenda dell’URSS post-staliniana, proprio il principio del potere di Iosif Vissarionovič Džugašvili.

Su questo binario viaggia “La rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin (1917 – 1929)“, edito da Einaudi la prima volta nel 1979 e tradotto da Franco Salvatorelli. La peculiarità del libro sta nella coniugazione tra storicità dei fatti e critica degli eventi.

Operare una scissione di questo tipo potrebbe sembrare un calembour, un artifizio retorico: invece, se si legge attentamente la biografia di Carr e la si mette a confronto con le sue famose “Sei lezioni sulla storia” del 1961, se ne trae la conclusione (o almeno lo spunto, il parere, l’intuizione) che i fatti sono legati proprio alla chiave di volta empirica che si dà di ciò che avviene, mentre gli eventi sono sempre frutto di una interpretazione soggettiva.

Quando la rivoluzione proletaria per antonomasia si fa potere statale e deve governare un territorio tanto vasto quanto impenetrabile fino in fondo, Carr vede in questa prospettiva tutti i pericoli di una involuzione che, nei fatti, si palesa proprio con la morte di Lenin e, anzi, già prima della sua dipartita.

E’ la fine dell’indiscutibilità del leaderismo, del rapporto tra il potere dei soviet e l’apparato di governo: la dialettica tra popolo e partito si fa più aspra nel momento in cui l'”opposizione unita” di Trotzkj, Zinov’ev e Kamenev si sfracella contro il muro di autoritarismo che via via avanza, che diventa l’asse portante dell’URSS, che contraddice apertamente i più elementari princìpi del socialismo.

La lettura che Carr dà di questa fase incontrollabile di capovolgimenti veramente storici, epocali tanto quanto la straordinarietà della rivoluzione bolscevica, è criticamente affidata ad una descrizione precisa dei rapporti interni al partito e, allo stesso tempo, di quello che circonda i confini dello Stato sovietico.

Una ambivalenza sufficientemente chiara per lo storico britannico, che ha sempre condotto le sue ricerche sulla base del principio che è la realtà ad influenzare qualunque teoria e qualunque interpretazione, senza dimenticare che un tasso di soggettivismo, una punta di unilateralità è umanamente comprensibile nella valutazione complessiva della Storia stessa.

Tutto è enorme nella storia russa: a cominciare dal territorio dell’Unione ma, prima di tutto, dal salto che la società contadina, soltanto apparentemente progredita sotto l’egida dello zarismo ottocentesco, fa verso un capovolgimento dirompente, che scompagina le previsioni tanto dei politici dell’epoca, dei circoli intellettuali, quanto quelle dell’analisi marxiana sull’ineluttabilità della fine del capitalismo e del confronto del movimento socialista e comunista con questa rivoluzione indescrivibile.

Marx ha sempre, infatti, rigettato ogni pronostico, ogni pensiero quasi magico sull’avvenire. Ha preferito affidare timide prolusioni ai dati in cui era in possesso, alla grande mole di studi che aveva condotto, individuando come punto di rottura del sistema delle merci e del profitto nell’accumulazione sempre maggiore di capitali nelle mani di un numero sempre più ristretto di sfruttatori del lavoro altrui.

La tentazione di alcuni studiosi di affermare, proprio grazie alle incongruenze tra realizzazione della rivoluzione in Russia e previsione marxiana del cammino vittorioso del proletariato moderno, che erano falliti entrambi, tanto l'”assalto al cielo” novecentesco, il primo grande confronto – scontro con il capitalismo da parte delle masse, quanto la scientificità marxiana dei processi di mutamento socio-economico, è sempre la madre delle tentazioni in questo caso.

Carr se ne guarda bene. Da marxista, da critico dell’URSS, del suo precipitare nell’involuzione dittatoriale staliniana, della vicinanza che comunque sente nei confronti di qualcosa di grande che, nonostante tutto, è avvenuto e ha determinato uno dei mutamenti più rilevanti nella storia dell’intera umanità.

A questo proposito, il Nostro scrive: «Sarebbe sciocco negare il titolo di ‘socialista‘ a questa impresa, ma sarebbe altrettanto ingannevole pretendere che essa rappresentasse una realizzazione della ‘libera associazione di produttori‘ o della dittatura del proletariato di Marx, o della transitoria ‘dittatura democratica degli operai e dei contadini‘ di Lenin. Né essa rispondeva all’esigenza di Marx per cui l’emancipazione dei lavoratori fosse compito dei lavoratori stessi».

La ricerca delle colpe è un gioco antistorico e, non di meno, molto antipolitico: serve solamente ad individuare qualche capro espiatorio o a dare troppo risalto ad inettitudini di governo di questo o quel funzionario, quando non anche al capo dei capi, a quello Stalin certamente intelligente e cinicamente sagace quando si tratta di epurazioni e controllo del dissenso, ma anche molto sprovveduto e improvvisatore nel momento in cui la guerra gli piomba addosso e i vertici dell’Armata Rossa sono praticamente azzerati a causa delle esecuzioni dei principali comandanti.

La rozzezza staliniana, di cui Lenin si lamenta nel suo testamento, è un elemento che va contestualizzato e che, tuttavia, non deve essere dimenticato: può sembrare un giudizio dato da un un uomo ormai malato, prossimo alla morte, in uno scritto un poco posticcio. Ed invece è una evidenziazione lucida di un tratto caratteriale di un prossimo leader che, tra la conservazione del potere e il benessere del proletariato, sceglie senza ombra di dubbio la prima.

Carr mette in luce più e più volte come sia stato possibile, grazie anche alla preparazione teorica di Stalin, trasformare le baruffe interne al Partito bolscevico in una resa dei conti feroce: lo scontro frontale con Trotzkj è da parte di questi una rivendicazione di un diverso ruolo del proletariato nel contesto formativo dello Stato dei lavoratori, mentre per il georgiano è solamente un viatico alla stabilizzazione della sua ascesa.

Quando, in netta antitesi con la proposta di “rivoluzione permamente“, Stalin fa avanzare il concetto di “socialismo in un solo paese“, negando il valore universale della rivoluzione, minando alle fondamenta l’ispirazione internazionalista del marxismo stesso, l’operazione che si fa sempre più concreta, in un momento di scompensi economici e di riconsiderazione della NEP leninista, è quella di una burocratizzazione del potere, di una standardizzazione meccanicistica dello sviluppo sociale.

Invece che nascere da un progressivo logoramento della borghesia russa, che per la maggiore è inesistente nella sua accezione prettamente europea e, quindi, anche marxista, il potere dei soviet oltrepassa questa casella del gioco di una attualità imprecisa, di un confronto con il futuro troppo accelerato.

Il processo rivoluzionario stesso si sbilancia verso l’altudine di un verticismo che nega le ragioni del controllo operaio, che relega la partecipazione delle masse ad un comprimarismo mai veranmente tale, perché il potere del proletariato diverrà presto un potere “sul” proletariato stesso e senza che vi sia una borghesia industriale che lo incarni e ne faccia regime politico.

Enormi masse analfabete e prive di una sussistenza giornaliera che potesse permetterne una vita degna, del resto, andavanano in qualche modo governate. E – scrive Carr – «là dove [le masse] non avevano ancora raggiunto lo stadio della coscienza rivoluzionaria, la rivoluzione dall’alto era meglio della mancanza di una qualsiasi rivoluzione».

Nel mondo capitalistico questo sovietismo impeferfetto (e forse proprio per questo rimasto “solamente” sovietismo e non evolutosi in un vero e proprio capovolgimento mondiale del sistema) diede adito ad una simbolizzazione mitologizzante, ad una iconografia permamente che ispirò i movimenti e i partiti verso rivolte e lotte che, strabicamente, guardavano al socialismo guardando alla Russia di Stalin.

Non che tutti gli esperimenti sociali e anticapitalisti del ‘900 siano diretta responsabilità del “socialismo reale” sovietico, ma di sicuro senza l’involuzione statalistico-burocratica dell’URSS stalinista, anche la prosecuzione dell’analisi dei fenomeni locali e mondali avrebbe preso certamente una diversa direzione: meno dogmatica, meno iconica, forse più aderente alla concretezza dei rapporti di forza di ciascun paese.

La conclusione di Carr sulla Rivoluzione russa è tutt’altro che moralistica. Per quanto a metà tra empirismo ed idealismo, lo storico non può abbandonarsi a giudizi così trancianti e parziali. L’oggettività ci dice, e fa dire al Nostro, che l’Ottobre, con tutte le sue ombre (e le sue luci), pur non avendo raggiunto gli scopi che si prefiggeva ha «avuto ripercussioni più profonde e durevoli di qualsiasi altro avvenimento dei tempi moderni». E questa, seppure apparentemente scontata come considerazione, si può considerare di per sé già una specie, una qualche forma di rivoluzione.

LA RIVOLUZIONE RUSSA
DA LENIN A STALIN (1917-1929)
EDWARD HALLETT CARR
EINAUDI
DOVE TROVARLO SU GOOGLE

MARCO SFERINI

7 dicembre 2022

foto: Wikipedia

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