A ben vedere non ci sono ostacoli “istituzionali” per il proseguimento dell’attività del governo in carica. Esso gode di un’ampia maggioranza in Parlamento: proprio la votazione sul decreto Aiuti, che ha innescato la crisi, ha visto 172 senatori schierarsi a favore del governo, oltre la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea. Le dimissioni presentate al capo dello Stato, ma da questi per ora respinte, sono state una scelta esclusivamente politica di Mario Draghi.

Ora la parola spetta al Parlamento. Bene ha fatto Mattarella a “parlamentarizzare” la crisi, decisione sempre opportuna, tanto più in una situazione confusa ove dominano poco comprensibili tatticismi, e le forze politiche sembrano più attente a posizionarsi in vista delle prossime elezioni che non a definire un coerente indirizzo politico e amministrativo di maggioranza.

In questa situazione mercoledì in Parlamento può succedere di tutto. Se si vuole che l’occasione non venga sprecata si deve auspicare che ciascun attore politico sia in grado di assumersi le proprie responsabilità, non limitandosi a recitare la parte già assegnata dal copione sin qui scritto, ma mettendosi realmente in gioco. Ad iniziare dal presidente del Consiglio.

Mario Draghi dovrebbe evitare di richiamare solo le ragioni già note di dissenso che lo hanno portato a rassegnare le dimissioni, piuttosto dovrebbe presentare un rinnovato programma di fine legislatura, chiarendo l’indirizzo politico e amministrativo di cui intende essere responsabile, così come previsto dall’articolo 95 della nostra Costituzione.

Dovrebbe essere esplicitato (più di quanto non sia stato sino ad ora) come intende affrontare le numerose crisi che si vanno cumulando: quella economica, quella pandemica, quella internazionale collegata alle drammatiche vicende belliche, quella climatica. Un discorso programmatico di alto profilo, rivolto al futuro, che sia dedicato a precisare le concrete misure che il governo intende assumere per affrontare un autunno che si prevede difficile sul piano sociale.

Poi spetterà alle diverse forze politiche valutare i concreti impegni assunti dal governo in carica. Assumendosi la responsabilità – anche davanti ai cittadini – di confermare la fiducia ovvero esprimere un dissenso motivato; evitando di rimanere prigioniere dei reciproci veti o pregiudizi.

La Costituzione e i regolamenti parlamentari indicano qual è lo strumento per giungere ad un’ordinata conclusione della crisi (positiva o meno che sia): al termine del dibattito si metta in votazione una mozione motivata (come si annuncia dalle ultime notizie sul voto di fiducia) che faccia proprio l’indirizzo politico chiaramente espresso nelle comunicazioni del presidente del Consiglio in carica. Si chieda a tutti i parlamentari di esprimersi per appello nominale e si verifichi la sussistenza o meno del presupposto necessario (e sufficiente) per poter proseguire con l’attuale esecutivo.

È possibile che si confermino gli attuali equilibri, se tutte le forze politiche che sino ad oggi hanno sostenuto il governo di larghe intese dovessero ribadire il loro sostegno. Potrà certificarsi la fine di questo governo, per la prima volta nella sede propria del Parlamento, fornendo al capo dello Stato decisive indicazioni su come affrontare il seguito della crisi e legittimare il probabile scioglimento anticipato delle Assemblee parlamentari.

Non può neppure escludersi che, pur venendo confermata la fiducia al governo da parte delle due Camere, alcune forze politiche preferiscano motivare un loro passaggio all’opposizione, ma ciò, dal punto di vista strettamente istituzionale, non precluderebbe al governo di proseguire: in Costituzione non sono previste le “larghe intese”, ma solo la sussistenza di un rapporto di fiducia tra Parlamento ed esecutivo.

Vero è che il Presidente Draghi ha dichiarato più volte che non ritiene di poter proseguire la sua esperienza nel caso del venir meno del sostegno di tutti (del M5S, in particolare). È questa una – legittima e comprensibile – valutazione personale, che non potrà però non fare i conti con la nuova situazione politica e costituzionale che si verrebbe a determinare a seguito di un rinnovata legittimazione parlamentare del governo.

Uno statista come l’attuale presidente del Consiglio saprà dare il giusto peso al cambiamento delle formule politiche ed è possibile ritenere che a fronte di un formalizzato ed esplicito sostegno parlamentare non sarà per lui facile sottrarsi.

S’intende che un’analoga assunzione di responsabilità sarà richiesta anche a tutte le forze politiche che dovranno fare i conti con sé stesse, impegnandosi davanti ai cittadini elettori. Tanto chi rimarrà in maggioranza, quanto chi dovesse decidere di passare all’opposizione non avrà più lo scudo – ovvero la scusa – del governo di “unità nazionale”, non potrà più nascondersi dietro un unanimismo di facciata.

Sarà costretto a sostenere con convinzione o a contestare nel merito le decisioni di una maggioranza politico-parlamentare nel pieno delle sue legittime prerogative, sfuggendo finalmente alla falsa leggenda della buona tecnica che ci salva a fronte della cattiva politica che ci condanna. Recuperando la dimensione propriamente costituzionale del potere del governo, che non può che essere “politico” anche quando è composto da tecnocrati di grande prestigio. Ri-scopriremmo, finalmente, che tutto è politica. Non è detto che sia un male.

GAETANO AZZARITI

da il manifesto.it

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