Maria Antonietta. Una vita involontariamente eroica

Ha il piglio del moderno divulgatore, quello di chi coniuga una forza narrativa davvero efficace nei confronti della più ampia moltitudine di lettori con la profondità delle argomentazioni, delle...
Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena

Ha il piglio del moderno divulgatore, quello di chi coniuga una forza narrativa davvero efficace nei confronti della più ampia moltitudine di lettori con la profondità delle argomentazioni, delle analisi e, soprattutto, della definizione meticolosa di chi sta descrivendo.

Non si tratta di un intellettuale o storico televisivo, di un giornalista divenuto famoso per le sue biografie del passato, bensì di Stefan Zweig che, a suo tempo, fu, senza tema di smentita, l’autore più tradotto dei primi decenni del secolo breve.

E non c’è miglior modo per imbattersi in lui se non andare a leggere (e magari a rileggere con grande piacere) la sua storia della regina di Francia che più di tutte si ricorda per la breve e tragica vita: “Maria Antonietta” (Mondadori, 1984, I ristampa 1988). Zwieg la scrive nel 1932, quando in Europa iniziano ad imperversare i totalitarismi e lui guarda con malinconia a quella Belle Époque che non aveva conosciuto la tragedia della guerra, che pareva ancora una parentesi felice tra il conflitto franco-prussiano e quello mondiale che, di lì a poco, avrebbe insanguinato il Vecchio continente.

Austriaco proprio come la figlia della grande Maria Teresa, Zweig è un fiero oppositore di ogni fascismo, un pacifista un po’ introverso, ma con le idee chiare: assiste con sgomento al passaggio doloroso tra l’epoca ancora erede del solidarismo tra i popoli, dei proclami internazionalisti e operai, a quella dei nazionalismi esasperati. Lui, ebreo, pur apprezzando gli sforzi dei comitati sionisti per dare una terra al popolo scacciato dagli imperatori della dinastia Flavia, preferisce considerarsi “integrato” nella società in cui vive e rifugge all’idea di alimentare nuove tensioni per fondare una patria israelitica.

Tutte le sue opere, dai racconti ai saggi, dalle biografie ai romanzi, vivono questa inquietudine esistenziale, questa sopportazione di un rovesciamento di valori che sembra avere la meglio sulle democrazie più o meno consolidate, sul liberalismo che, quanto meno, garantisce quei diritti civili che Mussolini, Hitler e Franco negheranno ai loro popoli.

E così, quella che è certamente la sua biografia più famosa e più letta (altre ne scrisse su Maria Stuarda, Erasmo da Rotterdam, ecc.) risente piacevolmente di questo carattere di indulgenza che si concede anche ad una icona divenuta nel tempo simbolo di una immoralità congenita alla innaturalità dell’istituto monarchico, ad un retaggio del passato che tuttavia resiste nel tempo e che si perpetua grazie ad una capacità di adattamento non sempre riuscita, ma spesso e volentieri tentata.

Per Zweig, Maria Antonietta è prima di tutto una giovanissima donna data in sposa quasi bambina ad un ragazzone impacciato, timido, solitario, tutto dedito ai suoi studi di meccanica e a sognare viaggi in giro per il mondo. Per scrivere della brevissima vita di quella regina che i francesi, spregiativamente, appellavano come “l’austriaca” per antonomasia, lo storico si affida ad una mole così grande di studi, di fonti e di scritti di prima mano che, come evidenziato nelle note a fine del libro, sono quasi impossibili da elencare tutti.

Così, puntualizza Zweig, è molto più semplice dire a quali fonti non ha fatto riferimento: essenzialmente a tutte quelle lettere di Maria Antonietta spacciate per autografe immediatamente dopo la Rivoluzione e, con un qualche truffaldino accompagnamento di enfasi venduta a buon mercato, nell’800 delle cronache mondane e del ritorno alla storicizzazione del processo rivoluzionario mediante anche mezzucci di bottega, tentativi di un revisionismo più che altro ispirati da una lucrosità certamente poco onesta, ma altrettanto giustificata dalla povertà dilagante.

Maria Antonietta non si firmava quasi mai nelle ben poche lettere che ci ha lasciato. Non è mai stata una grande penna e non le piaceva sedersi allo scrittoio per far scorrere la penna sulle missive da mandare tanto alla corte di Vienna quanto alla Duchessa di Polignac.

Quando l’ha fatto, l’ha dovuto fare, perché gli eventi politici e sociali precipitavano e a Versailles, più che delle commedie sovversive di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais e dei teatrini rococò del Trianon, o del gioco d’azzardo e dei pettegolezzi di corte, si parla di diritti dell’uomo e del cittadino prima e di Costituzione civile del clero poi. Le lettere della regina arrivate fino a noi sono corrispondenze che servono soprattutto a capire lo stato d’animo della sovrana soprattutto durante i fatti rivoluzionari.

Della sua vita antecedente, di principessa e di regina, nella grande reggia fatta costruire da Luigi XIV, sappiamo ben poco dalla sua stessa mano. Il ritrovamento delle missive segretamente inviate al bel Conte di Fersen aiuterà a ricostruire, più che altro, i tormenti di una giovanissima donna alle prese con le maldicenze di una nobiltà che tenterà di infangarla se non altrettanto, almeno alla pari del regime repubblicano.

Zweig smonta tutta una serie di preconcetti e di vere e proprie “fake news” dell’Ancien Régime, nonché di quello nuovo che pretende – anche con qualche ragione – di essere migliore del precedente. E’ vero spende ingenti cifre per sedere al tavolo da gioco: si annoia, è lontana dalla sua patria, dai suoi familiari, data in moglie a quel ragazzo che, abbastanza presto, grazie al vaiolo che colpirà il vecchio Luigi XV, diventerà l’ultimo dei Capetingi a sedere sul trono del millenario Regno di Francia.

Così la regina perde, perde tanto ai tavoli verdi e, più ancora, fa costruire quel teatrino già citato in stile rococò: il Trianon diventa il suo rifugio pubblico, dentro e fuori Versailles al tempo stesso. E’ abbastanza lontana dalla cricca di corte e rimane vicina al re. Non è una ribelle, non sogna di essere altro e non immagina, perché non vuole immaginarlo, non vuole saperlo, in che condizioni viva il popolo francese. La miseria della nazione cresce ogni anno di più: i raccolti saranno sempre meno sostanziosi e le tasse continuano ad essere pagate soltanto dal Terzo Stato.

La rivoluzione della borghesia sta per affacciarsi alla fine del secolo, sta per rovesciare, sull’onda della spinta illuministica, un istituto monarchico che pretende, a differenza dell’Inghilterra costituzionale, di essere ancora – al pari delle altre case reali europee – completamente assoluto e legato indissolubilmente alla Chiesa di Roma.

Quella ragazza un po’ frivola ma non sciocca, e neppure un grande genio in quasi nulla, sa comunque muoversi nei meandri della corte, dribblando le congiure che si tenta di costruirle attorno, proteggendo anche il re stesso dai suoi nemici e affrontando con coraggio scandali eccellenti per l’epoca, di cui tutta la Francia e l’Europa finiscono per parlare oltre le mura del castello e oltre quelle di Parigi: la famosa collana della contessa de la Motte, la truffa che ne derivò, l’ingenuità conclamata del cardinale di Rohan (che portava il pomposo titolo di “Grande elemosiniere di Francia“) sono stati tema di traduzioni romanzate, persino di sceneggiature teatrali e cinematografiche.

E’ da quel momento che la regina perde l’amore popolare o, quanto meno, non riesce più a mantenere un equilibrio tra le maldicenze di corte e quelle che serpeggiano nelle vie delle città di Francia.

Zweig ci introduce a tutti questi eventi della vita di Maria Antonietta con la stessa passione con cui descrive gli eventi rivoluzionari: il metodo storico si unisce ad una capacità espressiva che fa del racconto un romanzo e al tempo stesso una biografia molto dettagliata di ogni giorno di vita della regina. La divulgazione culturale ante litteram si esprime qui, veramente, in un esempio di rara pregevolezza.

Come già accennato prima, i documenti e i testi consultati dallo storico sono talmente tanti da permettergli di entrare nei minimi particolari senza perdere di vista il filo del racconto e senza tralasciare nemmeno quel punto di vista critico che fa capolino ogni qual volta sia necessario mettere accanto alla narrazione elementi di necessaria contraddizione per sottolineare le ambiguità di certe fonti, le consolidate ed errate certezze che, inevitabilmente, ogni storia si trascina appresso.

La biografia scritta da Zweig potrebbe, come esempio di divulgazione storica riuscita perfettamente, essere letta anche da chi ha una modesta conoscenza dei fatti di Francia dal 1750 in avanti. Tuttavia, come per ogni testo che approfondisce un determinato tema, un preciso periodo storico o, come nel nostro caso, la singola vita di un pure famosissimo personaggio, sarebbe bene avvicinarvisi dopo aver seguito diversi fili narrativi della straordinaria epopea della Rivoluzione francese.

Ogni evento che opera una cesura col passato, di per sé, è complesso ma non necessariamente complicato. Opere come quella di Zweig ci servono proprio per rivivere con nettezza il passato, per viaggiarvi dentro senza possedere alcuna macchina del tempo, per disarticolare con grande acutezza e senso critico enigmi del cammino umano che si avviluppano attorno a figure tendenti al mito, pericolosamente sul burrone dell’antistoricismo, del chiacchiericcio inconcludente ma così piacevole per chi preferisce una serie di inesattezze frivolissime rispetto alla verità un po’ gelida, molto ingombrante ma necessaria per interpretare soprattutto l’oggi.

E’ probabile che ai nobili di Versailles sarebbe piaciuto un racconto antistorico, immersi come si trovavano nella compiacenza di sé stessi, tanto alta a sproporzionata alla loro misura etica da essere inversamente proporzionale alla capacità di comprendere persino le più opportunamente sfacciate opere che circolavano alla fine del ‘700 per screditare un regime già abbondantemente autoscreditatosi presso quello che oggi definiremo il “ceto medio” e presso, ovviamente, la grande massa popolare.

Quando la regina fa mettere in scena, contrariamente al volere di Luigi XVI, che sarà pure un po’ d’animo sempliciotto ma che è in grado di subodorare l’eversività di certi scritti, l’opera di BeaumarchaisLe mariage de Figaro“, sia lei stessa sia i suoi più reverendi amici non immaginano che stanno interpretando di persona quel prologo di un cambiamento sociale che li costringerà, a breve, ad abbandonare Versailles per rifugiarsi a Parigi sotto la “protezione” dell’Assemblea nazionale e della Guardia capitanata da La Fayette.

Dietro ai cancelli dorati della grande reggia l’assolutismo regna sovrano, il vecchio ovattato mondo pensa di perpetuarsi ancora grazie all’intervento di economisti e banchieri svizzeri sulle finanze della Francia, mentre il debito pubblico è arrivato a toccare cifre da vero e proprio capogiro.

La rivoluzione sta per mettersi in marcia e la vita di Maria Antonietta ne sarà travolta inevitabilmente. Conoscerla attraverso le parole di Stefan Zweig è un modo per iniziare a comprendere, logicamente e cronologicamente, uno dei più grandi eventi che l’umanità abbia conosciuto.

MARIA ANTONIETTA
STEFAN ZWEIG
CASTELVECCHI EDITORE / MONDADORI
€ 16.50

MARCO SFERINI

20 luglio 2022

foto: particolare della copertina del libro, dal ritratto di Louise Elisabeth Vigée-Lebrun – “Ritratto di Maria Antonietta con la rosa” (1783, Reggia di Versailles)

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