Il pettirosso che non riesce a farsi sentire

Ogni accadimento di questo mondo, gira che rigira, proviene da rapporti economici, quindi da una incessante lotta per la sopravvivenza e, magari, per il raggiungimento di uno standard di...

Ogni accadimento di questo mondo, gira che rigira, proviene da rapporti economici, quindi da una incessante lotta per la sopravvivenza e, magari, per il raggiungimento di uno standard di vita decoroso se non propriamente “umano” come così invece dovrebbe essere.

Dunque, a dar retta ancora una volta allo scienziato di Treviri, anche il risultato delle elezioni in Sardegna è frutto di una serie di concomitanze dialettiche di processi industriali, di scontri di classe – più o meno coscienti e più o meno percepiti dalle classi stesse che sono in lotta – che, del resto, si sono potuti evidenziare con grande accompagnamento mediatico al seguito proprio nella recente protesta dei pastori e nei quintali di latte riversato per le strade dell’isola.

Una lotta estrema, che colpisce non solo per tutto quel bianco che copre l’asfalto, ma perché quel bianco è cibo e viene sprecato proprio in una società dove il cibo costa e spesso manca alle bocche più povere e derelitte anche di questa Italia in cui i poverissimi sono milioni e milioni.

Una lotta che con tutta evidenza non ha avuto il tempo di farsi imbrigliare tra le parole di Salvini che si ferma ad un importante ma tuttavia modestro 11% e non ottiene il primato di primo partito votato in Sardegna nonostante lo schianto del Movimento 5 Stelle (che si ferma ad un deprimente 9% e perde in cifre assolute 270.000 consensi, se si fa il raffronto con le politiche dello scorso anno) e il dimezzamento di Forza Italia.

Il centrodestra vince e vincerebbe anche senza la Lega questa volta: a sorreggerlo sono il tradizionale Partito Sardo d’Azione, che si è allontanato definitivamente dall’originarietà consegnatagli da Emilio Lussu, e le tante piccole liste a sostegno di Solinas che tuttavia raccolgono percentuali non da prefisso telefonico.

Il centrosinistra di Zedda perde dignitosamente, mentre il PD conquista, con un pure non esaltante 13%, il primato di primo partito votato da un 53% di sardi che si sono recati alle urne: altissima la percentuale di schede nulle (forse per via del voto disgiunto) e anche di quelle bianche. Resta il fatto metà degli italiani continua a non andare a votare e che la percentuale di astensionismo nelle consultazioni locali aumenta rispetto al passato: sono circa dieci i punti in percentuali persi nella partecipazione dal 2014 ad oggi.

Chi invece si sfracella proprio al suolo è la Sinistra sarda formata da Rifondazione Comunista e Partito Comunista Italiano: su 790.709 votanti, raccoglie soltanto 4.267 croci apposte sul simbolo storico del PCI. Tenendo conto del fatto che le sezioni erano 1.840, facendo una media ne viene fuori il dato che meno di tre elettori su 100 in ogni singolo seggio si sono espressi a favore della lista dei comunisti uniti.

Indubbiamente vi saranno comuni con percentuali più considerevoli e altri senza nemmeno un voto per la Sinistra sarda, ma rimane il fatto che otteniamo lo 0,6% e che non possiamo considerare questo risultato un risultato ma soltanto un disastro elettorale, quindi una totale sconnessione tra noi e la popolazione.

Una scissione che non è soltanto frutto di un’era dove le cosiddette “ideologie” sono state archiviate, ma frutto di una manchevole capacità di analisi sociale da parte delle forze della sinistra di alternativa e proprio dei rapporti di forza.

Tutto fa gioco e brodo: il voto impropriamente chiamato “utile” ha fuori da ogni dubbio attratto consenso verso coalizzate con il PD come Campo progressista e LeU. Quindi alcuni piccoli alibi li possiamo ancora invocare per sentirci un meno piccini. Ma poi siamo al palo. E al palo rimaniamo se non decidiamo di venire fuori da una condizione di minoritarismo che non significa sposare l’idea di un nuovo centrosinistra o di alleanze con i democratici.

Semmai significa l’opposto: adoperarsi per diventare un elemento attrattivo che consumi il centrosinistra e che ristabilisca in Italia un equilibrio da sinistra comunista, di alternativa in generale, e sinistra moderata, socialdemocratica: così come avviene ancora in alcuni paesi europei d’una certa importanza.

Risulta ancora evidente il presupposto per cui la ricostruzione di una sinistra degna di questo nome passi attraverso una riappropriazione di una specifica autonomia politica, organizzativa e rappresentativa: detto in altri termini, le alleanze sono necessarie ma non quelle che puntano a trasformarci in stampelle a sostegno di tutt’altri programmi sociali, portandoci sempre e solo sulla via del governismo a tutti i costi e di una unità fine a sé stessa che paga certamente in termini di seggi ottenuti in un Consiglio regionale o al Parlamento ma che finisce col farci perdere l’anima.

Del resto, l’anima la stiamo perdendo da tempo perché, sconfitta dopo sconfitta, considerando soltanto il piano elettorale e la funzione parlamentarista di un partito costituzionale, il proprio orizzonte viene sempre meno, prevale lo scoramento e ci si sente circondati da una tendenza assolutamente opposta a quella che proponiamo con le nostre piattaforme.

Continua ad essere invisibile, impalpabile e priva di qualunque rigurgito di coscienza popolare la domanda di una sinistra che si deve necessariamente fondare su una domanda di uguaglianza sociale, civile, morale. Il Paese è in preda ad una isteria di massa, pervaso da sentimenti di revanchismo italico, da ventennio fascista ma sotto altre forme, mascherato da “sovranismo”, pieno di un orgoglio che è egoismo e crudeltà.

C’è dunque spazio per una proposta politica di sinistra che trovi il suo fulcro nell’uguaglianza sociale e civile, nel rimettere al centro di ogni questione il lavoro e tutte le sue declinazioni? Contratti, nuovo schiavismo, precarietà giovanile, morti nei cantieri, nelle fabbriche, ovunque uno stillicidio che non si ferma un giorno.

C’è spazio per una proposta politica di sinistra che evidenzi l’importanza di una connessione stretta tra bisogni sociali e bisogni individuali, eliminando così la contrapposizione tra singolo e comunità, tra egoismo e bene comune?

Lo spazio se non c’è, bisogna trovarlo, recuperarlo, riconsegnarlo ad un referente politico che si distingua dal resto delle forze in campo: anzitutto da quel PD che, a maggior ragione se a prevalere sarà Zingaretti, tenterà la carta del popolarismo come nuova ragione fondante di una verginità ritrovata nella stagione dell’opposizione al governo giallo-verde.

Ma per ricostruire una sinistra di alternativa serve l’alternativa.

Serve una cultura che prima di tutto parta da noi che ogni giorno pratichiamo l’arte della politica mediante i mezzi che ci sono dati e che sono, spesso, inefficaci per una comunicazione adeguata delle nostre idee e proposte.

Ma se siamo per primi noi a non conoscere a fondo le motivazioni finali della nostra lotta, questa sarà ridotta alla mortificazione dell’espediente e non sarà la ragione del raggiungimento di uno scopo preciso.

I rapporti di forza esterni a noi, che ci condizionano e che ci fanno oggi dire nuovamente che abbiamo subito una sconfitta schiantante in Sardegna, non possono avere il peso evidente che dovrebbero nella nostra analisi se non soppesiamo anzitutto la nostra insufficienza e, quindi se non mettiamo a confronto le nostre debolezze rispetto alle forze altrui.

Non è il momento di tirate sulla “falce e martello”, tra chi la considera un valore aggiunto a prescindere e chi una maledizione del passato.

Forse nemmeno la parola “sinistra” oggi ha più un significato preciso per la lotta di liberazione degli sfruttati: la sinistra è diventata come la parola “libertà”; tutti la usano, pochi propriamente e si svilisce, si rinsecchisce e perde la sua connotazione di classe.

I numeri della consultazione elettorale sarda sono importanti ma non ci dicono molto di nuovo su noi comunisti e sulla sinistra di alternativa.

Noi siamo il pettirosso che tenta di farsi sentire ma il cui canto è sovrastato dal rumore di tante ipocrisie che vincono sulla ragionevolezza di analisi soppiantate dalla disperazione della paura e dalla paura di nuova disperazione.

Dobbiamo evitare scoramenti e rassegnazioni: ma per poterlo fare dobbiamo uscire dal settarismo mentale e politico in cui siamo rimasti imbrigliati, pensandoci bastevoli rispetto ad una lotta di lungo corso, di cui noi siamo un piccolo tragitto.

Permettete che, volendo essere attuale sembri – anzi sia! – rigorosamente retrò, citando il Moro:
Il proletariato deve marciare con il grande esercito democratico alla punta dell’ala sinistra, ma guardandosi bene dal rompere ogni legame con il grosso dell’esercito. Il proletariato non ha il diritto di isolarsi, ma esso deve, per quanto ciò possa sembrare duro, respingere quanto potrebbe separarlo dagli alleati.“.

E per carità, provate pure orrore per le parole desuete, anacronistiche e prive di “senso” che ho fatto pronunciare a Marx ancora una volta…

Mea culpa!

MARCO SFERINI

26 febbraio 2019

foto tratta da Pixabay

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