Fate figli per la nuova patria del liberismo

La perfetta sintonia tra Draghi e papa Francesco sui temi che riguardano la famiglia e, soprattutto, il calo della natalità sfavilla meglio del Concordato tra lo Stato italiano e...
Papa Francesco e Mario Draghi agli "Stati generali della natalità"

La perfetta sintonia tra Draghi e papa Francesco sui temi che riguardano la famiglia e, soprattutto, il calo della natalità sfavilla meglio del Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica nel definire una politica comune su questioni che includono una serie di problematiche che spaziano dal sociale all’economia passando per tutti i risvolti etici ed ideologici del caso.

La crisi delle nascite non diventa un problema della donna italiana forse perché travalica i confini del Bel Paese e viene riconosciuta come strutturale nel contesto continentale europeo e, trasvolando gli oceani, anche in molti altri paesi del mondo. L’individuazione dei motivi è chiara tanto ad un economista come Draghi quanto ad un uomo di cultura come il papa.

Visto anche un recente passato, visti i Family day fondati sulla sacralità della famiglia tradizionalmente cattolica, visti tutti gli attacchi subiti da chi non rientrava (e tutt’ora non rientra) nei cliché pseudo-teologici della curia romana e dei suoi sostenitori di centro e di destra (ma pure di centrosinistra) in seno alla politica italiana, pare già un mezzo miracolo che agli “Stati generali della natalità” si sia parlato “solo” di famiglia e di figli, senza scivolare su anatemi più o meno velati contro l’autodeterminazione individuale (sia femminile sia maschile), la scelta di amare chi si vuole, nonché quella di abortire.

Questi “stati generali” sembrano improntati alla praticità dei dati, alla crudezza delle cifre che lanciano l’allarme spopolamento: un po’ tanto enfatizzato, visto che non siamo ancora alle soglie dell’estinzione dell’italica gens e nemmeno di altri popoli europei. Il livello culturale della discussione, condivisibile o meno che possa essere risultato, ci ha risparmiato almeno le solite recriminazioni sovraniste (un tempo si sarebbe detto “clerico-fasciste“) improntate alla stigmatizzazione dei fenomeni migratori e alla cultura femminista accentuata che vengono spesso individuati come cause comprimarie della crisi delle nascite.

Il papa, nel fare il suo mestiere, puntualizza la centralità della famiglia come elemento cardine di una società che, ovviamente secondo la sua persuasione morale, deve ruotare attorno al desiderio della filiazione e della conseguente genitorialità. Draghi lo supporta sul piano laico, istituzionale: una Italia che fa sempre meno figli, rischia di scomparire. Dal 1860 ad oggi, il 2020 è l’annus horribilis per i nuovi nati: soltanto 404.000 rispetto al milione di pargoli che venivano al mondo sul suolo patrio solitamente.

La pandemia gioca un effetto peggiorativo che va pienamente considerato, ma la tendenza ormai consolidata negli ultimi lustri è legata a doppio filo ad una denatalità che è proporzionale alla discesa economica, alla crisi sociale che Draghi non elude nel suo discorso ma per la quale non offre soluzioni strutturali ma la promessa dell’elargizione di un assegno unico che viene definito “universale“, attribuendo a questa misura un carattere ecumenico che potrà piacere al pontefice perché richiama il concetto di “cattolicesimo“, ma che nella realtà è tutto fuorché un provvedimento che riguarderà in maniera egualitaria le tante diverse anime della popolazione italiana.

La magniloquenza può sostenere gli animi dei cittadini nella credenza di un impegno dello Stato nell’aiuto indiscriminato, nell’elargizione di soldi miratamente al reddito familiare, comprendente ovviamente il numero di figli a carico. Ma nella dura realtà tanto sociale quanto burocratica del nostro Paese, se si scava un po’ a fondo si può evincere con facilità che le promesse di Draghi sono annunci altisonanti che rischiano di infrangersi ben presto contro il muro della finitezza delle risorse.

Si fanno paragoni con la Germania, sostenendo che anche dalle parti di Berlino si è adottato un assegno unico universale per ogni figlio nato e per ogni famiglia che ne ha diritto (solitamente quelle al di sotto di una certa soglia di reddito), ma si dimentica spesso di dire che i miliardi di euro che il governo di Angela Merkel impiega per sostenere questi provvedimenti è cinque volte tanto quello previsto dall’esecutivo italiano: 100 miliardi di euro contro 20 soltanto.

Cifre tutte importanti, non c’è dubbio, e va se non altro apprezzato lo sforzo (ammesso che sia davvero tale) di uniformare le legislazioni, di mettere insomma un po’ d’ordine in una guazzabuglio ginepraico di norme che penalizzano le differenze invece di tutelarle. Ma le buone notizie si fermano a questo stadio della discussione e della prospettiva di elaborazione politica dell’assegno unico universale per le famiglie impegnate a dare figli alla patria.

La crisi demografica, come problema dell’oggi per il domani, viene risparmiata da qualunque demagogia possibile perché è riconosciuta come effetto della causa delle cause: il dramma sociale che vive l’Italia insieme ad una Europa costretta dalla pandemia a fare i conti con le ineguaglianze diffuse ma anche con un livello di coscienza civile e sociale delle persone tale da impedire loro di oltrepassare la linea della coscienza, pensando di poter mettere al mondo i figli desiderati per non poterli poi adeguatamente mantenere e crescere.

La natalità non è di per sé un valore di natura sociale se diventa un espediente politico per rimediare ai disastri dell’economia globale: se la spinta a far nascere più bebè è la riconsiderazione anche etica di un ruolo femminile di madre, negato alla donna dalle ingiustizie antisociali che la costringono a non poter lavorare, a sacrificarsi per la famiglia, a reprimere il proprio ruolo nella comunità, allora ben venga qualunque misura che espande questi diritti.

Ma se dietro tutto ciò stanno, invisibilmente legati, un principio di riproposizione della concezione etica della famiglia secondo il dettato cattolico e la necessaria spinta da ridare ad una economia liberista fallimentare, allora anche il più beneaugurante e sostanzioso assegno universale diventa non un mattone di costruzione di un nuovo sviluppo individuale e sociale, bensì il primo abbozzo di un disegno di cui si conosce già la trama.

Altrimenti detto, la misura elogiata da Draghi, se non viene inserita in un vasto piano di rimodulazione dei diritti dei lavoratori, degli studenti, delle donne e persino dei pensionati, in una nuova stagione di espansione di uno stato-sociale simil nordico (diciamo “scandinavo“), finirà per avere una scadenza che, se non data esplicitamente, arriverà nel momento in cui vi sarà da decidere dove destinare le risorse pubbliche per sostenere qualche comparto privato.

MARCO SFERINI

15 maggio 2021

foto: screenshot tv

categorie
Marco Sferini

altri articoli