Abu Mazen insiste: stop a cooperazione sicurezza con Israele e Cia

Territori occupati. In risposta al piano israeliano di annessione unilaterale di porzioni di Cisgiordania, ieri unità della sicurezza palestinese hanno lasciato le posizioni in quattro sobborghi di Gerusalemme Est dove operavano in coordinamento con l'esercito israeliano. Il governo Netanyahu resta in silenzio
Mahmūd Abbās, detto "Abu Mazen", Presidente dello Stato di Palestina

L’Autorità nazionale palestinese prova, con fatti concreti, di dissipare i dubbi che ancora circondano la decisione annunciata martedì dal presidente Abu Mazen di svincolare i palestinesi dagli accordi firmati con Israele e di mettere fine alla cooperazione di intelligence con lo Stato ebraico. Unità della sicurezza palestinese si sono ritirate ieri da Azzariyah, Abu Dis, Biddu e Beit Iksa. Erano entrate nei quattro sobborghi di Gerusalemme Est – “Zona B” a controllo misto secondo gli Accordi di Oslo – di recente e su autorizzazione israeliana per far rispettare le misure di contenimento del coronavirus. Nulla di drammatico. Comunque il passo indica che i palestinesi non accetteranno passivamente che larghe porzioni di Cisgiordania siano annesse unilateralmente a Israele, come ha promesso di fare il premier israeliano Benyamin Netanyahu. A ciò si aggiungono la comunicazione anche alla Cia dell’interruzione del coordinamento di sicurezza con Israele e il rifiuto degli aiuti inviati dagli Emirati ai palestinesi a bordo di un aereo della Etihad atterrato per la prima volta a Tel Aviv in coordinamento solo con Israele.

«Non mi meraviglia lo scetticismo di molti, stavolta però credo che l’annuncio fatto dal presidente contenga elementi di concretezza maggiori rispetto a dichiarazioni simili fatte in passato» ci spiega l’analista e docente dell’università di Bir Zeit, Ghassan Khatib. «L’Anp non può rimanere inerte – aggiunge – Netanyahu si prepara a muovere un passo di estrema gravità. L’annessione a Israele di porzioni di Cisgiordania con l’approvazione di Donald Trump mette la leadership palestinese in una condizione insostenibile. Pertanto, me lo auguro, l’annuncio del presidente dovrà necessariamente avere riflessi sul terreno».

Il nuovo governo israeliano, nato appena qualche giorno fa, non ha risposto. Ignora i palestinesi, evidentemente li ritiene irrilevanti nel quadro delle valutazioni da fare per l’annessione. Netanyahu resta in silenzio. I suoi nuovi alleati del partito Blu Bianco, il ministro della difesa Benny Gantz e il ministro degli esteri Gabi Askanazi, hanno soltanto cercato di placare le forti preoccupazioni della Giordania e di accorciare la distanza con l’Ue che non esclude (ma è una ipotesi remota) sanzioni contro Israele. Ai palestinesi non si sono rivolti in alcun modo.

Qualche reazione è arrivata dall’esercito e dai servizi di intelligence israeliani. Un ufficiale delle forze di sicurezza ha avvertito che la decisione palestinese comporterà incursioni più frequenti dell’esercito in Cisgiordania «per catturare ricercati» e un impiego maggiore di reparti israeliani. Il ruolo del servizio di intelligence dell’Anp, guidata da Majd Faraj che vanta ottimi rapporti con la Cia e i servizi segreti europei, giordani ed egiziani, è stato fondamentale sin dalla firma di Oslo (1994) per tenere sotto controllo (spesso in cella) oppositori di ogni orientamento politico e i militanti del movimento islamico Hamas. La popolazione, e la base di Fatah, il partito di Abu Mazen, hanno chiesto con forza la fine del coordinamento di sicurezza con Israele considerato una forma di collaborazione attiva con l’occupazione militare.

«Gli effetti delle decisioni annunciate a inizio settimana andranno valutati più avanti» afferma Ghassan Khatib «Israele è in grado di esercitare una pressione enorme sull’Anp, usando ad esempio blocco del trasferimento dei fondi palestinesi derivanti da dazi e tasse (una delle entrate principali per il governo dell’Anp, ndr). La capacità e la volontà di resistere alle pressioni sarà fondamentale».

MICHELE GIORGIO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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