25 aprile. Tutta la voglia di libertà nella musica di Ermal Meta

Durante le celebrazioni del 25 aprile alla Camera dei Deputati, i gruppi parlamentari di Lega e Fratelli d’Italia sono rimasti seduti quando si è trattato di rendere omaggio alla...
Ermal Meta

Durante le celebrazioni del 25 aprile alla Camera dei Deputati, i gruppi parlamentari di Lega e Fratelli d’Italia sono rimasti seduti quando si è trattato di rendere omaggio alla Resistenza e alla Festa della Liberazione. Non è certo la prima volta che questo accade e, se non fosse rimarchevole nei confronti dei valori che uniformano la nostra Repubblica e la storia d’Italia da quasi ottant’anni a questa parte, si potrebbe persino dire che c’è una certa coerenza nel rifiutare di tributare un applauso, di alzarsi in piedi o di manifestare per eventi che nel migliore dei casi sono fintamente indifferenti alle destre leghiste e neofasciste; nel peggiore dei casi ancora li stigmatizza e ci si proclama “democratici” nel nome del “superamento delle ideologie“.

Ciò nonostante, colpisce il fatto che dei deputati della Repubblica non ritengano opportuno rendere gli onori alla Resistenza, ai partigiani e a tutte e tutti coloro che si spesero per mettere fine alla dittatura nazifascista e provare a costruire in Italia qualcosa che il Paese non aveva mai conosciuto dalla sua unità alla fine della Seconda guerra mondiale: una democrazia quanto più aderente possibile a princìpi di uguaglianza sociale, civile e morale.

L’esperimento democratico è riuscito molto bene nella scrittura della Costituzione: un po’ meno nella sua applicazione e nella tenuta delle istituzioni, nel bilanciamento dei poteri, nella piena applicazione di quei diritti fondamentali che erano ispirati in parte a valori egualitaristi provenienti dalla tradizione socialista e comunista e in parte a dettami liberali nella convivenza della proprietà privata dei mezzi di produzione con la proprietà e il vantaggio pubblico nei settori strategici, garanzia del bene comune.

Sappiamo che non è andata così, ma sappiamo anche che, pur con tutte le sue lacune ed imperfezioni, la Costituzione della Repubblica Italiana rimana un monumento di civiltà, un passaggio epocale dallo Statuto Albertino ad un testo fondamentale che costruiva un nuovo Stato, differente per forma e per sostanza dal precedente.

Riconoscere la storia della Resistenza, la lotta di Liberazione come fonte dei valori in cui viviamo e proviamo a migliorare questa vita, soprattutto per le fasce più fragili della popolazione, è naturale per qualunque deputato o senatore che abbia davvero a cuore il bene del Paese. Chi disconosce una connessione con quegli intendimenti divenuti vittoria sulla dittatura e apertura della fase costituente di una nuova Italia democratica e antifascista, dovrebbe essere, oggi come ieri, fuori dal patto costituzionale, fuori da un “arco costituzionale, come lo fu a suo tempo il Movimento Sociale Italiano che pure, grazie alla democrazia che disprezzava, sedeva in Parlamento.

Restituire oggi all’Italia un nuovo arco costituzionale, significherebbe delimitare i confini proprio politici (ed anche ideologici) tra forze che si dicono sovraniste e che rifiutano l’origine e l’originalità antifascista dello Stato e tutte le altre forze che, pur nelle sostanziali differenze programmatiche, tattiche e strategiche, non sono indifferenti al patrimonio genetico di una nazione che il 25 aprile festeggia tanto un cambio di passo politico quanto la fine delle discriminazioni erette in nome del totalitarismo mussoliniano.

Non esistono mezzi termini, parole interpretabili e discorsi tronchi o bizantineggianti per definire lo status dei propri sentimenti (morali e politici) nei confronti della Resistenza e della Lotta di Liberazione: o si è antifascisti o non lo si è. Il non esserlo non può trovare alibi nell’apoliticismo, nell’apatia di sentimenti verso i valori del partigianato.

Vale per il mondo cosiddetto (spregiativamente da populisti e sovranisti moderni) “della politica” quanto per quello sociale, quello della cultura. A questo proposito, proprio ieri, molti attori, scrittori, artisti, musicisti e cantautori hanno preso parte, ognuno a modo suo, al ricordo della lotta partigiana. Non solo in Italia, ma anche nel resto d’Europa dove la Resistenza nei confronti dei regimi dell’Asse fu efficace tanto come “quinta colonna” quanto come vero e proprio esercito di liberazione dall’occupante nazista e fascista. Basti ricordare il tributo di sangue versato dai partigiani sovietici, da quelli greci, dai nostri italiani, da quelli francesi e da quelli polacchi nella lotta per liberare contestualmente o prima dell’arrivo delle truppe alleate terre che conoscevano i bombardamenti, le violenze singole e le deportazioni di massa, il terrore delle SS e della Gestapo da anni e anni.

In questo contesto fa veramente piacere scoprire che esiste ancora una cultura non tanto “di sinistra” ma ancor di più di questo: una cultura critica, libera, libertaria. Una cultura civica e civile, della memoria e del confronto con l’oggi per tenere ben stretto il legame tra passato e presente e dare un significato alle nostre vite odierne che, lo si voglia o meno, sono il frutto di percorsi dei decenni trascorsi nell’incerto cammino di democrazie piegate al volere del profitto, dei capitali e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sugli altri esseri viventi definiti specisticamente “animali” (come se noi non lo fossimo…) e dell’uomo sulla natura intera.

A questo proposito, a proposito ossia di Resistenza europea, ieri Ermal Meta mi ha fatto venire in mente che anche in Albania vi è stata una lotta contro l’occupazione italiana del Paese che nel corso del ‘900 aveva conosciuto continui giochi diplomatici e tensioni politiche internazionali sulla sua indipendenza, strattonato dalla Serbia, dalla Grecia e dall’Italia quasi fosse un non-luogo, una non-nazione che, a seconda dei riferimenti storici veniva rivendicata da questo o quello Stato.

Per un cantautore come Ermal Meta, albanese e italiano al tempo stesso, deve essere particolare l’immedesimazione nella lotta di liberazione, nella conquista di una libertà che ai due popoli è stata negata per lungo tempo. All’Albania ancora di più, se si pensa alle vicende della Guerra fredda. Ieri Ermal ha voluto fare il contrario di quanto hanno messo in scena i deputati della Lega e di Fratelli d’Italia: non è stato zitto, non ha manifestato indifferenza verso la celebrazione della Liberazione. Ha fatto omaggio alla memoria, al sacrificio e alla conquista della partecipazione popolare come espressione vera della libertà (ne sarebbe stato contento Gaber), con una canzone che ha così descritto in un post su Facebook:

Ognuno sa cosa è la libertà per se stesso. Ma tutti dovremmo sapere quanti hanno dato la vita perché noi potessimo avere questo pensiero, perché potessimo avere la libertà di essere liberi. Questa è la lettera di un soldato a sua moglie. Una parte è in albanese. Quella parte era il canto dei partigiani albanesi, di coloro che partivano, di coloro che tornavano e cantavano anche per coloro che non tornavano più. #vivalalibertà“.

Questo è il significato più nobile di una interpretazione culturale della Resistenza e della libertà conquistata: apprezzarla con tutte le sue imperfezioni, anche nel momento della conquista e soprattutto nei successivi anni, quelli del mantenimento dei diritti che vengono sempre dati per acquisiti e imperituri e che, invece, sono sempre minacciati di essere ristretti, ridimensionati e mutati in nuovi privilegi, in sempre meno spazi di agibilità sociale e civile.

Nel ricordo di tutti i combattenti per la Liberazione da tutti i fascismi, la cultura, l’arte, la poesia, la musica ci possono aiutare a rimanere critici, fortemente critici. Soprattutto nei confronti delle conquiste che sono state ottenute, perché dobbiamo rimanere consapevoli che rimarranno sempre libertà formali fino a che non esisterà una vera giustizia sociale. E questa è davvero tutta da rivendicare, da liberare, da costruire.

MARCO SFERINI

26 aprile 2020

foto: screenshot dal video “Dall’alba al tramonto”

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