Articolo 67

Aprite la Costituzione della Repubblica italiana e provate a leggerla nonostante sia così poco seguita e applicata dagli stessi vertici istituzionali dello Stato e dai tanti enti di secondo...
Prima seduta dell'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana

Aprite la Costituzione della Repubblica italiana e provate a leggerla nonostante sia così poco seguita e applicata dagli stessi vertici istituzionali dello Stato e dai tanti enti di secondo grado che, come tutte e tutti noi, sono tenuti ad osservarla senza se e senza ma.
Scorretela e arrivate all’articolo 67. Leggiamolo insieme: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.“.
Chiaro, giusto? Nessuna interpretazione è possibile in merito: chi viene eletto in uno dei due rami dell’organo legislativo supremo della Repubblica non deve rispondere del suo operato se non alla sua coscienza, al suo pensare, dire e fare.
E’ un principio che deriva da una lunga tradizione, ormai ultra bicentenaria, che affonda le sue radici nell’elezione della Convenzione nazionale della Repubblica francese. Quella prima Repubblica dove si era tentato di rovesciare la cattiva abitudine aristocratica di legare il volere del parlamentare a quello del sovrano e di fare quindi in modo che, fosse uno il parlamentare o fossero cento, avrebbero tutti votato sempre e solo come il re voleva prescindendo da coscienza, idee e pensiero libero.
Seguendo questo filone di riacquisizione (o di acquisizione per la prima volta, a seconda di come si osserva la storia) della libertà del parlamentare ad essere detentore pieno e consapevole del proprio ruolo e, quindi, della propria espressione di voto tanto alla Camera dei Deputati quanto al Senato della Repubblica, i nostri Padri costituenti avevano inserito nella Carta del 1948 una serie di tutele che sono divenute col tempo strumento di scambio di favori, abili volani per saltare da una maggioranza all’altra mettendo in pratica un trasformismo che avrebbe fatto impallidire Francesco Crispi.
Così avvenne per lo strumento dell’immunità parlamentare nei confronti di deputati e senatori per reati ipotizzati e commessi nell’esercizio temporale delle loro funzioni: nato per proteggere i rappresentanti della Nazione da incriminazioni dettate dall’espressione di libere opinioni, pratica ampiamente diffusa nel ventennio fascista, l’immunità è diventata una trincea dietro la quale pararsi per poter agire indisturbatamente a danno del bene comune, della Repubblica stessa.
Una protezione quindi che, da diritto fondamentale del deputato e del senatore, è divenuta un privilegio da estirpare, una vergogna da cancellare.
Persino, dunque, la mancanza del vincolo di mandato, come abbiamo visto di antinobile e democratica (quasi giacobina) tradizione, ha assunto i connotati di un escamotage cui fare ricorso per formare nuovi gruppi parlamentari nel pieno della assoluta legalità costituzionale, rovesciando maggioranze e tradendo, alla fine, l’espressione legittima del voto popolare riversata nelle Camere con le proporzioni (più o meno a seconda delle incostituzionali leggi elettorali…) assegnate dal consenso del suffragio universale.
Una catena di corruzione morale, quindi politica, frutto di una corruzione economica, ha determinato il logoramento dei princìpi costituzionali, li ha espunti dal codice di comportamento tanto del parlamentare quanto del cittadino che ne è tale. Tutto è diventato aleatorio, interpretabile l’oggettivo, modificabile la fermezza delle norme, determinabile il contesto con tanti azzeccagarbugli e sempre più cavillosità che hanno modificato l’essenza stessa della politica e l’hanno pertanto allontanata dai cittadini che, giustamente, non ne hanno percepito più il ruolo di arte della formazione di leggi e provvedimenti atti alla tutela del benessere sociale, dello sviluppo di tutte quelle condizioni che dovrebbero far migliorare la vita di ciascuno e di tutti.
Veniamo all’oggi. Che l’articolo 67 della Costituzione sia messo ora in discussione nel “Contratto per il Governo del cambiamento” scritto da grillini e leghisti potrebbe sembrare la giusta risposta, ferrea, rigida e decisiva alla strumentalizzazione che si è fatta delle garanzie di libertà dei parlamentari: ogni deputato e ogni senatore non potrà usare quel diritto di libera scelta per altre scelte. Libere ma per niente dedite alla tutela delle maggioranze e quindi al rispetto del voto dei cittadini.
Apparentemente può essere spiegata così l’intenzione di leghisti e grillini. Ma non è mai con una restrizione che si protegge una libertà, perché se si restringe significa che qualcosa viene compresso, che uno spazio viene limitato e quindi ad una libertà se ne sacrifica un’altra. Questo, di per sé, non è agire in favore della piena espressione libera del mandato di parlamentare ma è semmai utilizzare un comportamento sbagliato del singolo rappresentante della Nazione per abolire non un privilegio ma una garanzia di costituzionalità che preserva ogni deputato e ogni senatore dal diventare una marinonetta nelle mani di un nuovo sovrano, che si chiami re o che si chiami presidente del consiglio dei ministri.
L’abolizione della libertà dal vincolo di mandato e l’eventuale decadenza del parlamentare dal suo seggio se vota in dissenso dal gruppo cui appartiene o dal volere del capo del suo partito o da quello del governo, è un pericoloso scivolamento verso una trasformazione del Parlamento in un mero organo esecutore delle direttive di Palazzo Chigi.
L’articolo 67 è così piccolo, stringato, minuto: pare quasi inutile ed invece nel tutelare la libertà di pensiero e coscienza del parlamentare, tutela tutto il Parlamento; tutela, in sostanza, la separazione dei poteri e la dinamica espressiva delle Camere nella loro funzione di proposta e di esame delle leggi.
L’attenzione dei cronisti in queste ore si manifesta quasi tutta sul toto-presidente del consiglio: chi sarà quel Mister X ancora non nominato? Un politico di provenienza Cinquestelle? Un tecnico dall'”alto profilo” anche politico?
Nel mentre si discute di flat tax, di Tav che entra ed esce dal “Contratto” stipulato tra Di Maio e Salvini, dentro a quel programma di governo chiamato in modo tale che sembri altro da sé, c’è un pericolosissimo proponimento: abolire la mancanza del vincolo di mandato dei parlamentari.
Potrà apparire una sciocchezza davanti ai “grandi” problemi del Paese. Potrà venire deriso che ne sottolinea invece l’importanza per la tenuta democratica della Repubblica. Ma attenti anche ai numeri: favorevoli a questa abolizione sono tutto il centrodestra e i grillini. Quindi avrebbero la maggioranza dei due terzi per modificare la Costituzione e farci fare un nuovo passo indietro in tema di diritti sociali e civili, di democrazia e pluralismo, di separazione dei poteri.
Il passo che separa la repubblica parlamentare da quella oligarchica non è poi così lungo. Non è poi così lontano.

MARCO SFERINI

18 maggio 2018

foto tratta da Wikipedia

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