Un milione di occupati in meno nel primo anno della pandemia

Istat. Record di inattivi che non cercano lavoro: +717 mila. Colpiti precari, giovani e donne. I sindacati: «Rinnovo della Cig e blocco dei licenziamenti fino a fine emergenza

Nel primo anno della pandemia, tra febbraio 2020 e febbraio 2021, in Italia sono stati perso 945 mila occupati, di cui 277 mila nell’ultimo trimestre. Un dato drammatico che rende del tutto insignificante il fatto che l’occupazione nei primi due mesi del 2021 sia rimasta sostanzialmente stabile. Il crollo riguarda tutte le classi di età, statisticamente in maniera maggiore gli uomini (-533 mila) e minore le donne (-412 mila).

Queste ultime sono tuttavia meno occupate e, dunque, la disoccupazione e l’inoccupazione è superiore. Il blocco di un’economia del lavoro fondata sul precariato a breve e brevissimo termine, una tendenza rafforzata dopo l’introduzione del Jobs Act dal 2015, ha travolto il lavoro a termine con 372 mila occupati in meno e quello autonomo con 355 mila in un anno. Anche gli occupati dipendenti con un contratto a tempo indeterminato sono diminuiti di 218 mila unità, ma la flessione è stata attenuata dall’estensione delle casse integrazioni e dal blocco dei licenziamenti, per il momento fino al prossimo 30 giugno.

Tra chi ha perso il lavoro precario i più colpiti sono i più giovani con un -14,7% tra i 15 e i 24 anni (-159 mila) e -6,4% tra i 25 e i 34 anni (-258 mila). La caduta più ampia di occupati c’è stata tra i 35 e i 49 anni con 427 mila occupati in meno, mentre gli over 50 hanno perso 101 mila occupati in un anno. In questa ultima fascia anagrafica dove di solito l’occupazione (precaria) cresce è salita la disoccupazione con 70 mila persone in più in cerca di lavoro.

È record di coloro che non cercano più un lavoro, nemmeno uno precario, e sono definiti dall’Istat «inattivi». Si presume perché è tutto bloccato per la pandemia, in particolare nei settori a più alto sfruttamento di precariato, quelli più colpiti dalle chiusure ad intermittenza: i servizi, il turismo, la ristorazione, il commercio. Oltre all’aumento di persone in cerca di lavoro (+21mila), nell’arco dei dodici mesi gli »inattivi» tra i 15 e i 64 anni sono aumentati di 717 mila. Questo dato è enorme ma va considerato come un’approssimazione o una stima, in transizione. Questi dati vanno incrociati con la povertà: un milione di poveri in più in un anno, dice l’Istat. Ma continua il rifiuto di estendere in maniera incondizionata il «reddito di cittadinanza» e il rinvio di una riforma «universale» degli ammortizzatori sociali. Insieme rappresenterebbero una tutela fondamentale.

La novità della nuova rivelazione consiste nel cambiamento della definizione di occupato secondo nuove regole europee: non si può più definire tale chi è in cassa integrazione da più di tre mesi. Per questa ragione è cambiata la stima sugli occupati con un contratto «fisso»: nell’ultimo anno sono calati di 218 mila unità, peggio fanno i precari, i primi ad essere stati investiti dall’onda: meno 372 mila contratti a termine. Lo stesso sembra valere per il lavoro autonomo: non è considerato occupato chi presta la sua opera da tre mesi.

Ecco perché il calo annuale di 355 mila unità. Dalla rilevazione non sono stati conteggiati gli assenti per maternità, malattia, part-time verticale, congedo parentale se retribuito o lavoro stagionale. Il cambio delle definizioni ha suscitato le perplessità della Uil «Lo riteniamo non condivisibile, in piena crisi pandemica che dura da ben oltre 3 mesi. Il rischio è aumentare gli inattivi» sostiene la segretaria confederale Ivana Veronese. Per la Cgil è necessario prorogare la Cig e il blocco dei licenziamenti fino alla fine della pandemia. «Il governo intervenga affinché non ci si trovi disarmati all’arrivo delle risorse europee – sostiene la segretaria confederale Tania Scacchetti – Confermare oggi e fino all’uscita della fase pandemica tutte le misure di protezione sociale è il vero imperativo».

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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