Si usa dire che stiamo precipitando verso una guerra mondiale “a pezzi”. Possiamo anche aggiungere che stiamo scivolando verso una “economia di guerra”? Alcuni prodromi, in effetti, si intravedono. Due caratteristiche sono tipiche di un’economia che tende verso la guerra: l’aumento del deficit pubblico per finanziare il riarmo e la spinta inflazionistica a danno dei salari.

La mobilitazione delle finanze pubbliche per il rilancio della spesa militare è già in corso. I dati World Bank indicano che nell’ultimo decennio l’Unione europea ha accresciuto la spesa per armamenti di quasi un quarto. L’Italia è andata oltre, con aumenti superiori al 25 percento.

Se accettiamo la tesi di un recente manifesto pubblicato dall’istituto Bruegel e dagli altri think-tank europei, siamo ormai nel mezzo di una “nuova guerra fredda”. Considerato che negli anni della “vecchia guerra fredda” l’Italia e il resto d’Europa spendevano per armi oltre il doppio di oggi, c’è da temere che l’incremento della spesa militare sia solo iniziato.

Ma come finanziare una tale corsa al riarmo? Ancora più tagli e privatizzazioni nei servizi pubblici, dalla sanità alla scuola, sarebbe la risposta ideale degli economisti ortodossi. Sarebbe tale anche per i capi di governo che vanno oggi di moda, i quali però sanno pure che la guerra richiede un minimo di consenso popolare.

Bisogna allora drenare risorse dalla classe lavoratrice a favore dell’industria delle armi in modo meno plateale, più surrettizio. Il deficit pubblico è la soluzione ottimale. La banca centrale deve favorire questa opzione, abbassando i tassi d’interesse e contrastando i tentativi di liquidazione dei titoli pubblici da parte della finanza privata. In tal modo il disavanzo aumenta senza rischi di crisi finanziaria né di spread ai massimi.

Così i banchieri centrali hanno agito fino a qualche tempo fa, ed è il motivo per cui negli ultimi anni abbiamo sentito parlar poco dei cosiddetti “mercati che puniscono gli spendaccioni”. Finché c’è guerra c’è speranza di fare debito.

C’è poi la tendenza inflazionistica. I nessi con l’economia di guerra sono molti, a partire dall’aumento del costo delle materie prime. Ma c’è un legame più insidioso, che si riferisce alle peculiari caratteristiche dell’attuale fase bellica. Abbiamo più volte spiegato che gli attuali venti di guerra sono alimentati dalla svolta degli Stati Uniti – con l’Unione europea al traino – verso una politica protezionista aggressiva, di divisione dell’economia mondiale in due blocchi: gli “amici” occidentali e i loro sodali con cui proseguire gli affari e i “nemici” cinesi, russi e orientali da tenere alla larga.

Ebbene, una conseguenza di questo nuovo ordine protezionista è la riduzione dell’efficienza produttiva e l’aumento dei costi e dei prezzi. Naturalmente a scapito della classe lavoratrice: l’Ocse stima che negli ultimi due anni i salari reali orari sono caduti in quasi tutti i paesi occidentali, con un crollo superiore ai sette punti e mezzo in Italia. Il protezionismo bellico spiega una parte rilevante di questo impoverimento di massa.

È importante notare che questi caratteri tipici di un’economia di guerra entrano in contraddizione con il nuovo patto di stabilità e in generale con le regole europee. In base a queste, con la scusa della lotta all’inflazione la Bce è tornata a rialzare i tassi d’interesse, per la felicità dei creditori privati e l’ansia dei debitori. Inoltre, il patto in vigore impone controllo della spesa pubblica e contenimento del deficit.

Certo, esiste una clausola richiesta proprio dal governo italiano, che fino al 2027 crea un po’ di tolleranza sull’aumento delle spese militari nell’aggiustamento del disavanzo. Ma è evidente che l’assetto generale delle norme europee è incompatibile con la tendenza verso un’economia di conflitti. Bisogna scegliere: o austerity recessiva o guerra inflazionista.

A Bruxelles c’è chi ritiene che il nuovo patto sia nato già vecchio, poiché non tiene conto della necessità di adeguare il sistema produttivo alle montanti esigenze belliche. Un inasprimento dei fronti di guerra potrebbe rendere inevitabili clausole più generose per favorire il deficit e l’inflazione. Meloni e Giorgetti un po’ ci sperano.

EMILIANO BRANCACCIO

da il manifesto.it

Foto di Markus Spiske