Si può, si deve vivere senza odio, senza razze, senza Hitler

Come le figurine dei calciatori, però per disprezzo, per “scherno”: così hanno definito alcuni irriducibili avversari, molto tra virgolette “sportivi”, della Roma le immagini di Anna Frank fatte circolare...
Anna Frank

Come le figurine dei calciatori, però per disprezzo, per “scherno”: così hanno definito alcuni irriducibili avversari, molto tra virgolette “sportivi”, della Roma le immagini di Anna Frank fatte circolare in forma di adesivi negli stadi, durante le partite.
Un modo per associare la contrapposizione ludica ad una contrapposizione storica calata nel presente: per dire sostanzialmente che il disprezzo per un romanista è un “ebreo”, quindi una sottospecie umana, qualcosa da stigmatizzare, da etichettare come “inferiore”. Proprio come si esprimeva Adolf Hitler nel “Mein Kampf”, quella battaglia contro il “giudaismo internazionale” che ha condotto in prima persona e con l’ausilio del quadriumvirato del potere politico all’ombra della svastica: Heinrich Himmler, Albert Speer, Joseph Goebbels e Herman Goering.
Gli adesivi e i volantini con il volto di Anna Frank con la maglia romanista sono stati disseminati da alcuni tifosi laziali nella Curva sud dello Stadio Olimpico di Roma.
Ma gli adesivi razzisti non bastavano: hanno pensato bene anche di corredare il tutto con scritte inneggianti all’odio razziale, all’antisemitismo.
Addentrandosi in questa squallida vicenda di bassa cronaca pseudo-calcistica, per niente sportiva, ci si rende conto come l’aspetto più odioso vada oltre l’antisemitismo di una scritta perché tocca proprio le corde più intime dei sentimenti di umanità, di rispetto delle differenze, di conoscenza della storia d’Europa, di acquisizione dei valori antifascisti dentro la nostra quotidianità, calandoli nella vita di ciascuno di noi proprio nell’agire, nel parlare e nel sentirci gli uni perfettamente eguali agli altri.
Bestemmiando il nome del più seguito sport italiano, queste persone, distorcendo il valore dell’agonismo, hanno preso come emblema dell’insulto verso la squadra romana loro avversaria una bambina morta per mano dei nazisti, costretta a vivere segregata con la sua famiglia nel famoso (ma lo sarà davvero “famoso” vista la generale ignoranza dei fatti confessata anche da ex giocatori e ora allenatori?!) “alloggio segreto”, in quella mansarda del palazzo di Amsterdam dove aveva sede la ditta in cui lavorava il padre di Anna, Otto Frank.
E’ lecito e doveroso domandarsi a cosa è dovuto questo odio che non sarebbe giustificato nemmeno in nome di una presunta referenza di sportività, figuriamoci se assume i contorni di una rivalutazione dei disvalori del nazismo.
Pensarsi “superiori” nel nome di una inesistente differenza razziale è un concetto che è stato costruito con dovizia da una architettura politica che ha sfruttato la crisi economica della Repubblica di Weimar per allargare il suo consenso tra i tedeschi e che, proprio sull’onda dell’odio per il “diverso”, ha realizzato il sogno di accedere legalmente – bisogna sempre ricordarselo… – al potere in Germania.
Perché non ci si ferma un attimo prima di mettere il bel viso sorridente di Anna su un adesivo che vuole disprezzare lei, gli ebrei e tutti coloro che sono stati uccisi a milioni nelle camere a gas, nei campi di sterminio e in quelli di concentramento?
Perché non ci si ferma un attimo prima e si riflette? E’ un’operazione banale quanto il male, ma questa operazione è invece banalmente giusta: pensare, provare a domandarsi quanto vale in termini di umanità ciò che si sta facendo.
Non ci si ferma, si prosegue, si irride alle sofferenze di chiunque venne trucidato dalla furia hitleriana, dalla devastazione nazista nel nome della “purezza” della razza, della superiorità germanica.
Così come nella vita vissuta quotidianamente, anche nel mondo del calcio se si gioca pensando di essere in qualche modo “superiori” agli altri non per forza agonistica ma per diritto di appartenenza ad una somma di colori riuniti in una bandiera, in una maglia, in un club, allora si perde ancor prima di iniziare qualunque partita. Si perde la partita più importante: quella del rimanere umani, dello sforzarsi a capire ciò che alla fine è molto semplice.
Siamo tutte e tutti uguali nelle differenze che restano la valorizzazione delle singole specificità nel grande molteplice unico mondo che si esprime anche nell’umanità.
Ma una umanità vecchia, logora, piena di pregiudizi e che non riesce a vivere se non di odio, di sospetto, pensando che il nemico del povero sia un altro povero, che il migrante – piuttosto degli affari delle grandi banche e dei grandi finanzieri internazionali – sia la minaccia al mantenimento del lavoro per gli autoctoni, che il sapere sia dosabile nelle menti dei ragazzi e delle ragazze a seconda del loro tenore di vita, una umanità che si trascina dietro questo retaggio pesante di incultura, di prevenzione mentale, che scherma tutto con una finta protezione da invasioni culturali e sociali… è una umanità condannata a ripetere gli stessi errori di un intero popolo che, fino alla fine, seppur non completamente compatto (basta leggere alcuni testi di Joachim Fest per evincere come anche tra i tedeschi serpeggiasse il malcontento e la voglia di rivolta, benedetta, santa voglia di ribellione!), ha sostenuto fino alla fine lo sforzo per la guerra totale, per la “vittoria finale”.
Fu un’ecatombe, una disfatta, una tragedia e uno schock scoprire che si poteva vivere anche senza Hitler, che morto il melagomane caporale austriaco il mondo sarebbe continuato e così la vita.
Ma il cervello umano è organo complesso, subisce condizionamenti che nemmeno possiamo a volte immaginare e studiare. Le cause strutturali, economiche, e quelle sovrastrutturali, politiche e sociali, hanno fatto il resto.
Prevenire il dilagare del razzismo, dell’odio a buon mercato non è semplice ma diviene più facile come esercizio giornaliero se una comunità di popolo è convinta dell’eguaglianza sociale e civile che deve essere non attribuita ma presa d’atto come diritto naturale di tutti gli esseri viventi.
Noi non siamo superiori a nessun altro essere che vive su questo pianeta. Siamo differentemente intelligenti.
Ma siamo anche differente crudeli…
Per questo, se ancora nella vostra vita non l’avete fatto, leggete il “Diario” di Anna Frank. Non serve una laurea per leggerlo. E’ il diario di una ragazzina che, nonostante l’orrore nazista e la crudeltà della guerra che si abbatteva su lei e tutta la sua famiglia, non aveva perso la speranza nella bontà umana, nella riappacificazione universale.
Prendiamone atto e restiamo, nel vivere, umani.

MARCO SFERINI

25 ottobre 2017

foto tratta da Wikimedia Commons

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