Se la “stagflazione” si fa largo nel dibattito sulla crisi globale

Tra le tante parole nuove che stiamo imparando con l’avvento della guerra in Ucraina, e dopo aver appreso una serie di termini e concetti propri della scienza medica nel...

Tra le tante parole nuove che stiamo imparando con l’avvento della guerra in Ucraina, e dopo aver appreso una serie di termini e concetti propri della scienza medica nel biennio pandemico, ne manca una che non riguarda direttamente il conflitto o, per lo meno, non concerne le descrizioni cronachistiche, le critiche e i commenti che imperversano sulle televisioni e pure sul web.

Si tratta di un termine prettamente economico che stabilisce un nesso, una correlazione tra l’aumento del costo della vita (inflazione) e il livello di non crescita della produzione. per dire tutto questo con una parola, si parla di “stagflazione” quando i prezzi delle merci aumentano e la produttività non aumenta.

In sostanza siamo in presenza di una parola macedonia che ci avverte dell’estrema pericolosità del momento in cui ci troviamo a vivere: dal punto di vista prettamente economico-finanziario la contrazione della domanda si ha quando aumenta la povertà e questa, a sua volta, aumenta allorché si ha un eccesso di manodopera, la stagnazione dei consumi cresce in parallelo e ci trova ad affrontare una fase in cui il “sovraprodotto sociale” diventa una delle variabili dipendenti dell’economia di mercato.

Sono tutti fattori negativi per un capitalismo che si picca di essere in una fase di espansione, ma sono oggettività che si concretizzano nel momento in cui, ad esempio, una guerra fa il suo ingresso nella scena mondiale e disarticola i piani di riconversione dei poli economici, dell’aggiustamento strutturale di risorse che sono alla base della stabilità (o presuntamente tale) di grandi potenze planetarie.

La stagflazione, dunque, è la simbiosi – non solo linguistica – tra la stagnazione economica e l’aumento dell’inflazione. Ed ecco il punto: possiamo dire oggi di trovarci sulla soglia di una crisi economica di questa portata? La guerra mossa dal regime di Putin, alimentata dalle mire geopolitico-militari della NATO e del blocco delle cosiddette “democrazie occidentali“, ci fa correre questo rischio o sono solo chiaroscuri di scenari apocalittici che seguono la fase di riposizionamento dei grandi capitali e della finanziarizzazione mondiale nell’ancora presunto post-pandemia?

Ogni risposta che abbia la pretesa di risolvere questi enigmi non potrebbe esimersi dal considerare di essere smentita non tra qualche mese, ma anche solamente tra qualche settimana. L’accelerazione impressa dal conflitto su praticamente ogni aspetto della vita globale sta rimettendo in discussione il tipo di globalizzazione stessa: l’unica pseudo, semi-convinzione che possiamo avanzare è il voltare pagina rispetto alla stagione dell’unipolarismo a guida statunitense ed occidentale.

La sottovalutazione della potenza russa non diventa eclatante hic et nunc solamente per il dispiegarsi di una potenza bellica che non si manifesta – per fortuna (anzi, per calcolo del Cremlino) – in tutta la sua virulenza devastatrice contro il popolo ucraino. Non sempre la forza economica, data dalle capacità esportatrici che un paese può vantare, è l’unico parametro utile a farne una superpotenza: a questa valutazione concorrono una serie di fattori che il grande occidente democratico non ha considerato o ha fatto finta di non vedere.

Nella contesa concorrenziale mondiale sui grandi settori di investimento, a cominciare proprio dall’energia e dalle riserve presenti nel globo terracqueo, si è sottovalutata la profondità dei giacimenti petroliferi e soprattutto di quelli del gas russo e si è guardato, invece, peraltro giustamente all’espansionismo imperialista cinese in Africa che penetrava nelle economie del continente colonizzandolo senza sforzi militari, ma con l’intromissione vera e propria nelle strutture direttive delle grandi aziende che operano, in particolare, al di sotto della fascia del Sahel.

La parte settentrionale dell’Africa moderna, dopo la scossa di assestamento delle “primavere arabe“, è invece divenuta, insieme alla fascia costiera del Medio Oriente (Siria in primis) terreno di intervento russo: la questione libica è ancora lì a significare quanto siano complicate le mosse tattiche tanto di Ankara quanto di Mosca e come il problema delle migrazioni venga trattato di conseguenza ed inserito, molto cinicamente, nel paniere degli ostaggi da scambiare per ricattare le economie di una Europa che subisce tutto ciò senza mettere in campo nessuna contromossa politica e tanto meno umanitaria.

La crisi economica globale, fatta oggi più che mai di un aumento inflazionistico che smentisce i piani di contenimento fatti dalle grandi centrali di controllo del capitalismo globalizzato, deve ora affrontare non solamente più i flussi migratori dall’Asia e dall’Africa, cui ci si era fatti tristemente abituare dalla narrazione comunicativa a tratti utile alla xenofobia sovranista, per mantenere l’attenzione su tutto tranne che sulla crescita esponenziale delle diseguaglianze, ma all’imponente ondata di profughi ucraini che si riversa nel Vecchio continente.

L’economia europea, ed in particolare quella degli Stati confinanti con Kiev, rischia di dover sopportare il peso di una gestione sociale cui questi paesi, abituati a dipendere dai vincoli di bilancio stretti con i piani di Bruxelles a trazione quasi esclusivamente tedesca, non potranno far fronte, privi come sono di tutele e di garanzie che non hanno più niente a che vedere, più nessuna memoria e somiglianza con il  vecchio stato-sociale di matrice socialista-reale: forse l’unico prodotto felice dei regimi del Patto di Varsavia, del loro vincolo con l’impero sovietico.

La stagnazione economica, così come l’aumento dell’inflazione (già ben prima della guerra previsto dalla Banca Mondiale tra il 5 e il 7% nel corrente anno), rischiano di non essere più una caratteristica momentanea, una peculiarità legata alla destabilizzazione data dal Covid-19, ma di passare da una ipotetica, auspicata stabilizzazione congiunturale ad una curva se non proprio esponenziale, di sicuro spinta verso l’alto dalla crisi bellica.

Il dramma umanitario dei rifugiati oltrepassa i confini della guerra, la esporta indirettamente dal punto di vista meramente bellico e direttamente dal punto di vista socio-politico-economico in una Europa che, entro il rimescolamento delle posizioni globali, occupa il posto della debolezza, della dipendenza multipolare: ora dal fronte occidentale per la difesa e la dipendenza finanziaria da prestiti internazionali; ora dal fronte orientale per l’apertura a nuove vie della Seta, a nuovi commerci e rapporti che non possono essere trascurati in un dinamismo di questa portata.

La problematica della dipendenza continentale ed italiana dal gas russo è, in tutta evidenza, parte integrante di una lista di contraddizioni che i governi devono affrontare quando parlano di difesa dei valori occidentali contro l’oligarchismo e l’autocrazia putiniana, tralasciando tutta una serie di considerazioni anche di storia contemporanea che sono già state trattate abbondantemente e che comunque ritornano sempre come termine di paragone dell’incoerenza democratica nordamericana tra il dire e il fare, tra le costituzioni settecentesche e la loro applicazione pratica.

La stagflazione, quindi, se sarà un dilemma del prossimo futuro, lo sarà quando si manifesteranno picchi inflattivi unitamente ad un impoverimento altrettanto in aumento su larghe fasce di popolazione, oltre gli stessi confini economici dell’Unione Europea (va sempre distinta la “zona Euro” dal resto dell’Europa politica e sociale che non fa parte del patto più che altro economico che lega – letteralmente, vincola – i 27 Stati membri della UE).

Le misure di contenimento ricercate anche dal nostro governo per affrontare nell’immediatezza questa crisi di guerra che si somma alle crisi pandemiche ed umanitarie precedenti, hanno tutto l’aspetto del pannicello caldo, visto che la maggior parte degli investimenti (ricercati con scostamenti di bilancio non da poco…) non vanno nella direzione della protezione civile e sociale ma dell’aumento del 2% del PIL in materia di spese militari.

Le ragioni della resistenza ucraina all’invasore c’entrano fino ad un certo punto: sono il pretesto per adeguare i bilanci statali ai dettami della NATO, ai patti presi per implementare un impianto strutturale bellico che si vorrebbe di difesa e che, invece di essere una anche obsoleta finta deterrenza nei confronti delle minacce che potrebbero venire agli Stati aderenti al patto nord-atlantico, finisce con l’essere uno dei motivi, e quindi anche uno dei pretesti, con cui Putin scatena le sue guerre.

Oggi è il presidente russo ad approfittare di tutto questo, domani può esserlo la Cina con la già molto citata similitudine tra questione ucraina e questione taiwaniana. La guerra mondiale non dichiarabile in quanto tale, ma nei fatti si sta svolgendo da molto tempo sul piano del raffronto tra imperialismi che ereditano caratteristiche del passano e le innovano con le prerogative nuove che intendono difendere per assumere una primazia che sfugge di mano agli USA e che, al momento, nessuno è ancora in grado di ereditare pienamente.

Mentre in Ucraina si muore sotto le bombe, in tante altre parti del mondo il liberismo fa le sue stragi invisibili e difficili da raccontare ad una opinione pubblica che ha bisogno della visibilità dei fatti per realizzare che veramente accadono. Anche in questo caso ciò che più importa, ahinoi, è invisibile agli occhi…

MARCO SFERINI

3 aprile 2022

foto: screenshot

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