Schiavi moderni per le vie delle città. Su due ruote

Quanto può correre un rider con la sua bici? Quanti ostacoli può mai superare in una grande città? Può battere la nuova supermacchina di turno che viene pubblicizzata come...

Quanto può correre un rider con la sua bici? Quanti ostacoli può mai superare in una grande città? Può battere la nuova supermacchina di turno che viene pubblicizzata come una potenza assoluta, capace di farsi largo per perigliosi pertugi attraverso i quali può passare  soltanto il più abile ciclista che abbia mai messo piede su strada?

Sono tutte piccolissime domande che vengono in mente, magari soltanto a me, guardando per l’appunto, tra un telegiornale e un altro, i “consigli per gli acquisti“. A parte il fatto che mi basta la mia piccola ma dignitosa Panda per i miei spostamenti; fatto salvo quindi che non compererei mai un suv, uno di quei macchinoni che a me sono sempre apparsi utili a togliere ossigeno e spazio all’umanità che se li trova davanti tanto in un parcheggio disperatamente ricercato o, soprattutto, mentre si attraversa la strada e un carro armato civile del genere ti piomba addosso…

Tenendo conto, del resto, che il carattere spietato della concorrenza nel mercato mondiale dell’auto è simile al tasso di quello che si può rilevare nella telefonia mobile, ebbene, nonostante questi avvisi e preavvisi, queste consapevolezze e le critiche esercitabili su di esse e mediante esse stesse, un po’ stupisce vedere che una casa automobilistica ricorre al paragone tra uno dei lavori più sfruttati di questi nostri quotidiani tempi e la forza dei cavalli del suo nuovo prodotto su grandi ruote per promuoverlo, per dimostrare che se lo acquisti è capace dell’impossibile: è capace di tenere testa e superare le abilità non tanto di un rider che fa francamente ridere per come viene disegnato dalla pubblicità in questione, ma semmai di un ginnasta su una bicicletta ipermoderna e accessoriata.

Quelle su cui i riders girano le grandi e piccole città per guadagnarsi pochi euro a consegna, col rischio di rimanere sotto un autobus per via dell’imprudenza dovuta alla necessità di fare più giri possibili per avere più paghe e mance possibili, praticamente una forma di straordinario autoapplicata all’istante, oppure a causa di una densità del traffico che non può tenere conto di ciò che fuoriesce dal concetto di “fruitore della strada“.

I riders che ho incrociato io per strada, su strade di provincia, non avevano il sorriso e il guizzo del ciclista che sfida il potente suv di nuovissima generazione. Erano tutti ragazzi affaticati dalle pedalate, che rasentavano i bordi delle vie e che si voltavano continuamente per vedere che diamine di mezzo li stesse per sorpassare: loro, con quella enorme borsa a forma di cubo messa sulle spalle, quasi fossero dei babbo-natale per tutto l’anno, ma senza le renne, senza la magia del volo, solo col duro esercizio quotidiano del movimento delle gambe, pedalata dopo pedalata per mettere insieme un po’ di euro da spendere per studiare oppure per contribuire a mantenere una famiglia.

I riders sono considerati dalla Legge “lavoratori autonomi” che guadagnano 2 euro all’ora: pedalare otto ore al giorno per 16 euro? Nemmeno Fausto Coppi ce l’avrebbe mai fatta. Poniamo che prendano anche qualche mancia. A quanto potranno arrivare quotidianamente come monte-salario? A 25 – 30 euro? Si viene pagati oltre che a singola consegna anche qualcosa come 60/70 centesimi a chilometro ma, attenzione, in linea d’aria: per cui è come se pedalando in linea d’aria da Roma a Genova si facessero 450 e non 600 chilometri…

Il loro padrone, il “datore di lavoro“, è quasi sempre una piattaforma internettiana che vende cibo a domicilio: ne esistono svariate, grandi catene che sfruttano la precarietà giovanile e che costringono dai più giovani ad anche persone che hanno superato i 40 anni a pedalare senza una meta precisa o costante. Il rider ora va in questa pizzeria, ora da quel kebabbaro… Dipende dall’ordinazione effettuata su Internet: tutto fa parte di una catena di comando che è impersonale, impalpabile ma che comanda dal principio alla fine.

L’efficienza del rider, quindi la sua capacità produttiva, è conteggiata dal ristoratore che il mediatore tra ordine e consegna: non esiste alcuna formazione lavorativa oggi; da poche ore settimanali di un tempo si è praticamente passati ad un volontarismo che viee sempre scartato per mettersi subito al lavoro e guadagnare quel poco che si riesce.

I mezzi di trasporto, poi, sono propri: bicicletta o scooter non vengono forniti dalla grande catena di distribuzione e nemmeno dal ristoratore che, del resto, cambia a seconda dell’ordine che viene richiesto.

Tutto è dunque molto parcellizzato, precarizzato e mantenuto nella indiscreta incertezza del punteggio che viene assegnato e che non dà diritto a tutele o garanzia in caso di danni o pericoli stradali in cui si può incorrere. Se ti fai male, sono, per dirla molto esplicitamente, solo cazzi tuoi.

E’ un po’ diversa la vita del rider vero da quella del rider che gareggia con il suv della pubblicità automobilistica. Sorrisi ce ne sono pochi, voglia di competere tanto meno: voglia di essere tolti da questa nuova forma di schiavismo su due ruote probabilmente tanta…

Qualcuno osa poi dire, affermare risolutamente e ripetere che la lotta di classe non esiste più. Sarà invisibile anche per molti lavoratori, privi di coscienza sociale, ma esiste e viaggia da una app telematica su un telefonino fino alle due ruote di una bicicletta.

MARCO SFERINI

20 settembre 2019

foto tratta da Pixabay

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