L’infanzia al tempo del Covid, i diritti in quarantena

Piccoli invisibili. Viaggio nel mondo dei minori sconvolto dall’isolamento. Parlano le associazioni. Il dramma dei bambini stranieri non accompagnati. Aumentano le notizie di abusi. Ma vengono meno gli interventi degli assistenti sociali

«Ho bisogno di parlare. Sono giorni che non chiudo occhio. Ho perso il lavoro, sono disperato». Così un frequentatore anonimo di Civico Zero, centro diurno di Roma per minori stranieri non accompagnati. L’11 marzo la cooperativa ha dovuto chiudere i battenti, e molti ragazzi che vi trovavano sostegno sono rimasti per strada. «Molti di loro al momento della chiusura sono diventati fantasmi, così rischiamo di perderli per sempre», afferma Rodolfo Mesaroli, psicologo e coordinatore del centro.

«Dove sono finiti i bambini?» si chiedeva qualche tempo fa il settimanale tedesco Die Ziet. Le risposte sono molteplici, e richiedono un passo indietro. La tutela dei diritti dei minori «è un tema arrivato con colpevole ritardo nel dibattito pubblico», afferma Federica Giannotta, responsabile della Fondazione Terres des Hommes. «Non si può perdere anche questa occasione per mettere al centro i bambini e conferirgli dignità».

Il governo, ordinato il lockdown, sembra essersi dimenticato dei più giovani. «Costretti a vivere, in molti casi, in condizioni di isolamento, pericolo ed emarginazione», afferma Filomena Albano, Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. In Italia, dunque , si è persa traccia dei bambini. Scomparsi dalle scuole, dai campi da calcetto e dai supermercati. E dalla lista delle persone da proteggere in termini sociali e umanitari. Niente più asilo nido, coro, danza o squadra di basket. Da un giorno all’altro il loro mondo è stato stravolto, e nessuno ci ha fatto caso.

Tra i primi problemi ci sono la povertà (un bambino di quattro in Italia è a rischio) e il lavoro minorile. In questi mesi di confinamento, il 77% delle famiglie italiane ha subito danni economici, e alcune potrebbero ritrovarsi «costrette» a chiedere aiuto ai propri figli.
All’interno delle case è poi calato il silenzio. In Italia, difatti, manca un sistema nazionale di monitoraggio sulle violenze ai danni delle persone di minore età. Da tempo l’Autorità garante chiede che sia istituito. «In sua assenza», ribadisce l’ufficio stampa, «è impossibile avere un quadro reale e aggiornato degli abusi e delle violenze». Dello stesso avviso Gianni Fulvi, presidente del Coordinamento Nazionale delle Comunità per Minori (Cncm): «Abbiamo un quadro sottostimato della violenza domestica». Le motivazioni sono quelle di sempre. «Vi è un problema di welfare, investimenti, coordinamento tra le regioni e allocazione delle risorse». Così «diventa impossibile fare prevenzione con i tempi giusti».

Come da prassi in tempi di crisi, nell’attuale pandemia aumentano le notizie di abusi su donne e bambini. Ora non c’è neppure la possibilità che un insegnante, un medico o un assistente sociale possano recepire i segnali di allarme.

Lo conferma Clarissa Di Filippo, pedagoga specializzata in tutoraggio e sostegno psicologico a bambini e ragazzi con problemi familiari. «I maestri erano addestrati a cogliere certi indicatori: se hai reazioni istintive o sei violento con i tuoi coetanei, c’è più probabilità che tu sia soggetto a maltrattamenti». Clarissa ha dovuto interrompere i rapporti con i suoi ragazzi. «Non mi chiamano più come facevano prima, mi scrivono solo tramite whatsapp per chiedere aiuto e consigli». L’unico contatto con l’esterno è stato ridotto alle lezioni a distanza. Ma non per tutti hanno funzionato allo stesso modo. Intanto, meno di un quarto (22% secondo l’Istat) ha a disposizione un pc per ogni componente. «Su una classe di 20 alunni, 5 non avevano un Pc e 5 non disponevano di rete fissa», conferma Riccardo, professore di informatica presso un istituto tecnico di Roma. «La scuola non poteva aspettare i fondi stanziati dal governo (75 milioni, ndr), e ci siamo organizzati come meglio abbiamo potuto».

Il problema vero, tuttavia, è che «nella quotidianità non emergono certi problemi o diseguaglianze», prosegue il professore. «L’aula è uguale per tutti, la cameretta no, sempre se ce l’hai». La situazione è particolarmente delicata nelle comunità per minori: su tutto il territorio nazionale sono 3200, e ciascuna ospita 6-7 minori. «Accogliamo varie tipologie di minori: vittime di abusi, adozioni fallite, migranti, figli di detenuti», spiega Fulvi. Che tira un sospiro di sollievo: «Eravamo molto preoccupati all’idea dell’isolamento, ma la presenza degli educatori, insieme alla tenuta dei bambini, è stata una piacevole conferma».

Nella «Fase 2» la situazione si fa ancor più intricata: da una parte, bisogna garantire ai bambini il diritto alla famiglia, facendo rientrare in casa chi ne ha la possibilità; dall’altra però «bisogna procedere con attenzione», ammonisce Fulvi, perché «non è sempre possibile garantire le dovute misure di sicurezza».

Valeria Cenni, 30 anni e operatrice nella comunità mamma-bambino “La Quercia» a Castenaso (Bologna), ha sperimentato queste contraddizioni. La comunità ospita sette nuclei mamma-bambino, spesso vittime di abusi e in condizioni psicologiche difficili, spiega. Sospesi incontri e attività scolastiche, le madri si sono trovate a dover fare i conti con i propri limiti. «C’è stato sgomento, paura e alcune situazioni critiche», racconta Cenni.

I presupposti c’erano tutti: imbarazzo nelle lezioni a distanza, incontri sospesi con i parenti, videochiamate protette con un padre spesso violento. Inoltre, «la mancanza di contatto fisico ha reso il nostro lavoro un inferno».

La crisi però non pesa solo nei contesti disagiati. «Il blocco della socialità ha ripercussioni anche in situazioni familiari normali», dice Antonella Inverno, responsabile per le politiche sociali di Save the Children Italia. «Lo Stato dovrebbe prendersi in carico la situazione, eppure non lo fa».

Lasciati a sé, i bambini hanno però reagito. Si sono reinventati i loro spazi e le loro abitudini: «ho capito l’importanza di esprimere i propri sentimenti tramite il disegno perché un immagine equivale a mille parole» (Emma, 12 anni). «Per quanto ne so, da una parte è un periodo molto brutto e difficile dall’altra è anche un modo per guardare dentro sé stessi e capire realmente cosa vogliamo e cosa non vogliamo fare» (Tommaso, 11 anni).

«A volte, quando mi annoio e non so cosa fare penso che il bello delle famiglie è sottovalutato! Perché a volte, con le persone più care ci si dimentica anche solo di un grazie o di un ciao» (Filippo, 12 anni). Così si esprimono tre alunni di una scuola media a Roma. Con una sensibilità da fare invidia a molti «grandi».

SAMUELE DAMILANO

da il manifesto.it

Foto di Adalhelma da Pixabay

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