La via liberista delle coalizioni tra vittorie apparenti e sconfitte certe

Sarà una pura e semplice impressione, forse anche un poco dettata dalla personale critica politica, ma non mi sembra che vi sia molta attinenza tra la pure giusta, sacrosanta...
Salvini, Meloni, Conte e Letta

Sarà una pura e semplice impressione, forse anche un poco dettata dalla personale critica politica, ma non mi sembra che vi sia molta attinenza tra la pure giusta, sacrosanta sconfitta dei centrodestra locali nella tornata di ballottaggio delle amministrative e la strategia lettiana del cosiddetto “campo largo“.

Tra sogni di rinascita ulivista e considerazioni opportunamente legate alle tante differenti situazioni comunali che si sono registrate in queste ultime elezioni, quello che emerge con più evidenza è una politica fatta per disperazione, senza un chiaro, uniforme progetto politico che, prima di tutto, opera nel centro politico con qualche striatura di progressismo da un lato e qualche altra di sovranismo dall’altro.

Le difficoltà che incontra il tridente storico della destra italiana appaiono maggiori, rispetto a quelle del centrosinistra, per il contrasto stridente tra l’immagine di compatezza, che si pretenderebbe di trasmettere a livello nazionale e da esempi di grande coalizione come nel caso dell’esperienza genovese, e le difficoltà di stabilire localmente quale debba essere la strategia complessiva declinata in tante piccole tattiche locali.

La trazione è, a questo livello, variabile a seconda dei rapporti di forza e delle storie politico-amministrative che si sono cumulate nel tempo e che (vale ovviamente anche per Cinquestelle e PD) varia da luogo a luogo e non necessariamente corrisponde al piano di riconquista del governo attraverso le prossime elezioni politiche.

Se Atene piange, Sparta non ride di certo. Renziani e calendiani, insieme al disomogeneo e magmatico centro politico italiano, vagano da una coalizione all’altra, in cerca di una loro identità politico-economica, senza aspettare che siano gli altrui rapporti di forza a determinare la scelta che dovranno fare.

In gioco c’è la rappresentanza di un mondo imprenditoriale che rischia di essere lasciato alla parte più severamente identitaria di un sovranismo che, tuttavia, sul versante meloniano sa fare i conti con un pragmatismo utilitarista: le critiche all’Europa vanno bene, ma fino a quando non intaccano la possibilità di poter diventare la prima Presidente del Consiglio di questa povera, sfortunata Repubblica.

Il progetto di Giorgia Meloni è chiaro e ormai legittimamente praticabile, perché lo sdoganamento del suo poco limpido partito politico è stato realizzato da un coro quasi unanime di riaccettazione della fiamma tricolore nell’agone di una sostenibilità democratica sempre meno certa di sé stessa e, per questo, bisognosa di figure forti e carismatiche per domare il malcontento popolare con esplicite ricette populiste e liberiste.

Così, a quel punto, la destra italiana più limitrofa al neofascismo, capace di trasferire il suo nostalgismo in rivendicazioni riformatrici che uniscono gli opposti interessi dell’imprenditoria a quelli del vessato mondo del lavoro e del precariato diffuso, può dirsi pronta a governare e a farlo mettendosi a capo della coalizione un tempo guidata da Berlusconi e da Forza Italia.

Gli spettri del passato sono epifenomeni che è bene conservare per mostrare al proprio elettorato ideologico da dove si arriva e dove, sempre con quel bagaglio di illiberalità e di incostituzionalismo, si vuole andare. Ciò che conta è l’apparenza, è lo strillare rabbia, indignazione, anatemizzando su quello che più fa ribollire il sangue alla gente che ogni giorno subisce angherie, ingiustizie soprattutto sociali che hanno un carattere di esponenzialità veramente incalcolabile.

La legittimazione è il vero problema, perché è l’ultima espressione manifesta, quella finale, di un lungo percorso di riconsiderazione delle destre come interpreti del disagio diffuso, delle problematiche sociali che la sinistra di alternativa non può affrontare per la piccolezza dei numeri in cui è attualmente relegata e che, d’altro canto, un centrosinistra lettiano-contiano non può gestire perché il progetto draghiano non contempla la tutela degli interessi sociali, bensì la loro strumentalizzazione e il loro utilizzo ai fini di rendere stabile una crisi economica che, quindi, sarà fatta pagare come sempre ai ceti più deboli e meno tutelati.

Si potrà dire che queste contraddizioni le vive anche il centrodestra, diviso come il “campo largo” tra internità alla maggioranza di governo e opposizione al stesso.

Abbiamo però visto, durante questi ultimi mesi, quelli dello scoppio del conflitto in Ucraina, che le uniche vere critiche alle politiche dell’esecutivo sono venute da una parte di Liberi e Uguali e da piccole pattuglie di deputati e senatori che, sebbene rappresentino uno sforzo di mantenimento in vita di voci di dissenso altamente democratico e civile, sociale e persino morale, prendono le sembianze di un mero diritto di tribuna e, in sostanza, contano solo per sé stesse e non riescono minimamente ad incidere sulle contraddizioni che la maggioranza, pure nella sua enfaticamente proclamata grandezza e potenza, vive ogni giorno.

Per queste ragioni, le importanti sconfitte delle coalizioni multiformi delle destre sovraniste e liberiste rischiano di essere fenomeno esclusivamente locali senza una condivisione progettuale che esca dal draghismo come contenitore necessario dell’oggi e motore immobile dell’immediato domani.

Una prospettiva incondivisibile per una sinistra di classe, di alternativa e, senza dubbio, di opposizione: il riformismo democratico di Letta, il populismo pentastellato e quelle parvenze di progressismo con cui si pretenderebbe di incollare i pezzi di un puzzle che non riesce a stare insieme troppo a lungo, sono tutti tasselli di una declinazione in salsa liberista di una nuova fase di protezione, da parte della politica istituzionale, della riorganizzazione capitalistica in Italia su dettame dell’Europa del PNRR.

Sebbene il PD affermi di voler tutelare i salari e spendersi per l’approvazione di quello minimo come sostanziale garanzia per i mesi e gli anni a venire, che saranno preda della congiuntura sfavorevole imperniata sull’asse pandemia-guerra in un contesto di neoglobalizzazione liberista, il pieno sostegno agli indirizzi di spesa formulati da Draghi, Franco e Orlando non ci parla di un riformismo in cui il punto di vista del mondo del lavoro prenda il posto di quello del profitto e delle imprese.

Ad ogni tentativo di allargamento dei diritti sociali corrispondono sempre le voci di “detassazione“, “defiscalizzazione” dei salari che sono messe come clausola regolatrice delle politiche economiche più generali e che, quindi, subordinano sempre l’interesse pubblico a quello del privato.

E’ proprio per questo che le destre riescono, seppure divise, a mantenere percentuali nei sondaggi nazionali che, se sommate, consegnano la vittoria alle politiche al tridente storico del conservatorismo illiberale: perché hanno saputo occupare più posti allo stesso tempo, mostrandosi come forze capaci di interpretare i bisogni più impellenti di un sottoproletariato incapace di distinguere tra destra e sinistra ma – diciamolo apertamente – impossibilitati anche a farlo perché le differenze tra i cosiddetti “due poli” si sono assottigliate tanto da essere praticamente invisibili.

A Verona e altrove vincono le divisioni nelle coalizioni, vince un astensionismo impressionante che, sul momento può penalizzare anche le destre battute nelle urne, ma nel lungo periodo rischia di avvantaggiarle in campo nazionale, perché da quella disaffezione verso le istituzioni e la rappresentanza non sono i campi larghi a guadagnarne, soprattutto se per “largo” si intende sempre più una riproposizione stanca di un Ulivo che sarebbe così anche mortificato nella sua storia che non comprendeva tanti trasformismi e piroette come quelle cui si assiste se si guarda al renzismo di nuovo corso.

Il ventre molle della politica italiana non il centro, in cui tutti tentano di penetrare per ragioni di convenienza e per contare come parte relisientemente appetibile tanto a destra quanto a sinistra. La debolezza strutturale della nostra democrazia sta oggi nel distacco sempre più marcato tra la voglia di partecipazione alla vita sociale che si riverbera nella decisioni che le istituzioni prendono per governare il Paese.

In questo chiaroscuro impregnato di indifferenza, rassegnazione e mestizia c’è da un lato la soluzione ai grandi temi socio-politico-economici che devastano la nostra complessità repubblicana e costituzionale, perché potrebbe essere il luogo di riconoscimento ideale e pratico di una sinistra di alternativa capace di rimanere equidistante dall’uno e dall’altro polo; mentre dall’altro lato si può trovarvi una grande occasione per le destre che intendono rimestare nelle turbolenze delle dinamiche antisociali, tanto da farle sembrare soluzioni ai temi di grande discussione negli stantii programmi televisivi dove si alimentano dibattiti estenuanti e stucchevoli.

Se una parte dei democratici ritiene di poter risalire la china nei sondaggi e di poter tornare a governare a Palazzo Chigi cambiando la legge elettorale (e se altrettanto pensano di poter fare le destre…), il dramma si fa un po’ farsa e un po’ tragedia…

Perché, checché se ne parli e scriva, a partire con un ottimo vantaggio, in questa fase di incertezza pressoché totale e totalizzante, saranno liberisti e sovranisti uniti ad un centro ruffiano e cialtrone ma, non per questo, destinato ad essere condannato da una chiara e saggia critica della politica da parte di un popolo che, per milioni e milioni di poveri in aumento, fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.

Le promesse di soluzione della crisi economica tramite le destinazioni danarose del PNRR sono possibili solo dal punto di osservazione imprenditoriale, borghese e padronale.

La retrocessione che ci attende è una cascata a valanga sui diritti dei lavoratori, dei pensionati e delle giovanissime generazioni: perché i numi tutelari dei profitti non accetteranno mai di sacrificare parte di questi per dare al lavoro il posto che gli spetta nella rivoluzione geopolitica tanto europea quanto globale. Gli effetti della guerra li sentono tutti, ma a sentirli maggiormente e per un più lungo periodo saranno coloro che già oggi vivono sopravvivendo e che non riescono a investire nel risparmio un centesimo di euro.

Applaudire la sconfitta della destra alle amministrative ultime non vuol dire, purtroppo, poter ugualmente applaudire una sinistra che l’ha determinata e che è pronta a governare anche nazionalmente con un programma veramente innovativo sul piano sociale e civile. Questa sinistra non c’è e, prescindendo da PD e Cinquestelle, occorre ricostruirla. Ma non raffazzonatamente, con meri calcoli elettoralistici dal sapore opportunistico tanto quanto quelli delle altre coalizioni: semmai mostrando ciò che si intende essere.

Una alternativa stabile e duratura alle due coniugazioni liberista proposte una dal tridente conservatore e sovranista e l’altra dal “campo largo“, proponendosi come l’innovazione tanto al vecchio assemblaggio delle rappresentanze del ceto medio-grande del padronato italiano, quanto ad un Mario Draghi che non uscirà di scena tanto presto.

Il passo da tecnico a politico è breve. Il tempo che ci rimane per elaborare un progetto che lo combatta anche.

MARCO SFERINI

28 giugno 2022

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini



un voto di sinistra



ecosocialismo

altri articoli