La Crimea, nuovo “casus belli” della pluriennale guerra della NATO

Botta e risposta quasi. Forse involontario, a cui Stoltenberg è stato costretto dalla dichiarazione di Volodymyr Zelens’kyj di aprire una trattativa di pace con la Russia mettendo come offerta...
2020, incontro tra Jens Stoltenberg, Segretario generale della NATO, e Volodymyr Zelens'kyj, Presidente dell'Ucraina

Botta e risposta quasi. Forse involontario, a cui Stoltenberg è stato costretto dalla dichiarazione di Volodymyr Zelens’kyj di aprire una trattativa di pace con la Russia mettendo come offerta di un certo rilievo la rinuncia alla Crimea.

La penisola al centro di guerre storiche, dal tempo dei romani (era il “Regnum bosphori“, vassallo dell’Urbe) fino all’800 in cui Russia e Turchia se le diedero di santa ragione con l’aiuto degli occidentali per ridisegnare (anche in quel caso) la geopolitica europea (progetto risorgimentale italiano compreso), è un po’ sempre stata al centro della guerra del Donbass, perché è tra le rivendicazioni storiche che Mosca persegue dalla fine dell’Unione sovietica.

Nel 2014 viene occupata militarmente dalle truppe di Putin e de facto annessa alla Russia. De jure quasi nessuno, a parte due o tre repubblichette riconosciute solo dal Cremlino, ha approvato questa secessione imposta, questa cessione mai voluta dall’Ucraina. Le proteste dell’ONU sono servite a poco, anzi praticamente a nulla. Putin ha riorganizzato la regione annessa e, ormai da otto lunghi anni di guerra, è parte integrante della Federazione russa.

Allo scoppio del conflitto il 24 febbraio scorso, Kiev ne ha fatto una delle rivendicazioni territoriali da esigere con l’altrettanta fermezza con cui esige la restituzione degli oblast’ di Lugansk e Donetsk. Ma, nei due mesi di guerra appena trascorsi, la Crimea è rimasta quasi al di là della linea tanto del fronte bellico quanto di quello mediatico: è considerata, perché lo è nei fatti, la base militare di Mosca nella zona e il centro di quasi tutte le operazioni che si svolgono a sud, sulle sponde del Mar Nero in direzione Odessa, Mariupol, Zaporižžja per sottrarre all’Ucraina i territori della cosiddetta “Nuova Russia“.

Fino a poche ore fa, la Crimea era questo: una delle rivendicazioni del governo di Zelens’kyj. Niente di più e niente di meno. Data per persa da molti commentatori autorevoli, era una delle possibili argomentazioni e contenuti da mettere nero su bianco per trattare proprio con Putin: la sua cessione alla Russia dopo un lungo periodo di transizione, magari con la ripetizione di un referendum tra la popolazione (russofona per oltre il 70%) un po’ meno farsa di quello tenuto da Putin poco dopo l’occupazione della penisola. Per il Donbass si chiacchiericciava nelle trasmissioni televisive di una relativa autonomia politico-istituzionale, sociale e civile.

Difficile dire a che punto sia la guerra oggi, alla vigilia del 9 maggio, la storica data in cui il fedlmaresciallo Keitel, bastone e guanti alla mano, sedeva al tavolo della resa e la firmava senza alcuna condizione davanti a Zukov, dopo che il generaloberst Jodl ne aveva firmata un’altra due giorni prima a Reims, divenuto un luogo simbolo di alterne disfatte. La parata della vittoria, imbandita con i più moderni armamenti missilistici, sarà certamente un manifesto propagandistico per mostrare la forza muscolare di una Russia dipinta come fragile, debole, impantanata tra le montagne e le pianure ucraine da una eroica resistenza popolare.

Ma sarà anche il momento in cui Putin manderà chiari messaggi ai veri competitori che ha in questa strage di massa: gli Stati Uniti d’America e la NATO. I detrattori del pacifismo, coloro che irridono i richiami ad una politica che non sposi l’interventismo, la guerra per procura, sono sempre pronti a ribattere che è l’Ucraina a difendersi e a difendere l’intera Europa dall’aggressione russa. Nelle prime settimane del conflitto, quando i russi cingevano d’assedio anche la zona nord del paese, le televisioni occidentali mandavano in onda decine di servizi in cui mostravano giovani, anziani, donne e uomini chinati in terra a preparare molotov per difendersi.

Armi rudimentali, fatte alla bell’e meglio, che comunicavano tutta la disperazione di un popolo aggredito da un invasore che puntava diritto verso la loro capitale per mettere fine al governo di Zelens’kyj e trasformare, nell’arco temporale di pochi giorni, l’Ucraina in uno stato simile alla Bielorussia: una dépendance di Mosca. Poi queste immagini sono scomparse, via via che le armi arrivavano, e via via che ne arrivavano di sempre più pesanti, capaci di rimettere davvero in piedi un esercito che pareva colto di sorpresa.

In realtà, oggi sappiamo che l’addestramento di interi battaglioni ucraini è stato messo in essere da anni e che gli Stati Uniti per primi hanno lavorato politicamente, militarmente e strategicamente per preparare tutto un paese ad una reazione russa che sapevano, prima o poi, sarebbe arrivata innanzi all’avanzata dei confini della NATO verso est.

La Crimea, in questo scenario di guerra quasi decennale, di un conflitto sottaciuto da quei media occidentali che oggi occupano praticamente tutti i loro palinsesti con speciali di ogni tipo lunghi ore e ore, senza sosta alcuna, per raccontare in presa diretta la guerra, era scomparsa persino nella considerazione delle cartine riprodotte sulle pagine dei quotidiani o sugli schermi televisivi: giustamente si osservava il teatro del conflitto vero e proprio, prima più a nord e poi più a sud-est.

Ma la Crimea è stata considerata “zona occupata dai russi prima del 24 febbraio 2022“, quindi un caso a parte nella contingenza della guerra, nella classificazione dei territori invasi, nelle offensive e controffensive che si succedono ogni giorno e a cui si fa fatica a stare dietro.

Nei negoziati ufficiali tra Russia e Ucraina, tanto quelli svoltisi in Bielorussia quanto quelli organizzati da Erdogan, la riorganizzazione statale dei territori occupati veniva differenziata, evidenziando da parte di Kiev come priorità il ritiro delle truppe russe prima di tutto dal Donbass. Perché la Crimea ha assunto, in questi otto anni, uno status effettivamente molto diverso da quello delle autoproclamate repubbliche di Lugansk e Donetsk.

Non si tratta solo di prendere atto di una sorta di “tacito assenso” internazionale all’occupazione di Sebastoboli, Sinferopoli e dintorni, bensì di considerare proprio un dato di fatto quell’atto di ingerenza che non è stato giudicato sufficiente, dalla cosiddetta “comunità internazionale“, per armare una guerra per procura, spingendo gli ucraini contro la Russia.

L’ “operazione militare speciale” putiniana, effettivamente, avviene dopo la preparazione, tanto da parte russa quanto da parte americana e NATO, di un clima pre-bellico adeguato alla bisogna: le opinioni pubbliche dei vari paesi, prima di tutto quella delle nazioni direttamente interessate al conflitto sul campo, sono state addomesticate a considerare l’eventualità dell’invasione da un lato, della liberazione del Donbass dall’altro. La propaganda ha agito per formare il pensiero corrente in una semplicistica divisione tra bene e male: un manicheismo mediatico-politico che funziona in tutti e due i settori del moderno imperialismo.

Dunque, la Crimea è stata fino ad oggi nella retroguardia della guerra, come a guardarla da non troppo lontano: base di rifornimento delle truppe, di acquartieramento della flotta di Mosca, di posizionamento strategico, di installazione di tutte le più moderne armi super, ipersoniche capaci di colpire obiettivi a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. Già nei primi giorni di guerra, i missili che piovevano su Leopoli provenivano dalle navi nel Mar Nero. Ma la Crimea, non essendo tra i pretesti di Putin per scatenare la guerra, veniva citata molto meno rispetto all’inflazionatissimo Donbass.

Ora, invece,  la Crimea si prende la scena. Una rivincita ingloriosa, perché, pur facendo parte di un pacchetto di proposte di Zelens’kyj a Putin per aprire un tavolo di pace ad alti livelli, rischia di diventare un “casus belli” ben più eclatante e peggiore del Donbass stesso. Il presidente ucraino lancia un messaggio al Cremlino: siamo disposti a trattare la pace se i russi accettano di ripristinare la situazione dei confini e del fronte al 23 febbraio scorso. Tradotto, vuol dire: la Crimea non la rivendichiamo, siamo disposti a considerarne la cessione.

Ma, a strettissimo giro di posta, risponde il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg: non se ne fa nulla, perché «…membri della Nato non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea. Ci siamo sempre opposti al controllo russo su parti del Donbass nell’Ucraina orientale», chiosando con la prospettiva di una guerra lunga anni, perché l’Alleanza nord-atlantica continuerà ad armare Kiev fino a che la Russia non sarà sconfitta completamente.

Dovrebbe essere evidente a tutti i sostenitori dell'”eroica resistenza” del popolo ucraino contro la guerra di Putin che la resa dei conti tra USA e Russia andrà avanti a prescindere dalla volontà politica del loro governo: tempi e modi li decidono Biden e Stoltenberg, con buona pace (si fa per dire…) dell’Europa che rivendica sempre un ruolo in tutto questo orrore imperialistico e che non ottiene nemmeno la parte di comprimaria, tranne quando si tratta di riamare i singoli Stati dell’Unione e di aumentare le spese militari e gli affari che potranno fare le grandi multinazionali che fabbricano droni, missili, bombe, carri armati…

Dovrebbe essere chiaro, ormai, dal botta e risposta non voluto tra Zelens’kyj e Stoltenberg che la direzione strategica della guerra è completamente in mano alla NATO, di cui gli USA sono il principale azionista di riferimento, il direttore di tutte le operazioni.

Se il Segretario generale dell’Alleanza si permette di smentire le parole del presidente ucraino, significa che ben da prima della guerra erano chiari i rapporti di forza e che l’anacronistico sistema di difesa occidentale era già presente in Ucraina senza una formale adesione: dalla rivoluzione di Maidan in avanti, lo spostamento ad ovest del baricentro politico-economico di Kiev ha consentito a Washington di muovere le sue pedine militari, la sua rete spionistica e di intelligence per creare i presupposti favorevoli ad una soluzione della questione ucraina.

Avranno sperato che si potesse detronizzare Putin senza arrivare alla guerra. Forse… Ma forse proprio una guerra di aggressione, scatenata dal nemico, a quel punto accusabile di essere l’unico responsabile del conflitto sanguinoso, era il miglior modo per farla finita una volta per tutte con l’ex funzionario del KGB.

La durezza perentoria con cui Stoltenberg ha smentito Zelens’kyj è impressionante: non c’è cortesia istituzionale che tenga. I toni sono quelli non di una opinione, ma di un ordine bello e buono. La NATO non accetterà nessuna cessione della Crimea e tanto meno del Donbass alla Russia. Non si lascia a Putin nessuna via di uscita dalla guerra, perché la guerra si vuole che continui. Per anni.

Ed allora, ascoltate queste dichiarazioni, è ancora possibile ritenere che davvero il popolo ucraino e il suo esercito combattono per sé stessi? Per la loro indipendenza, per la loro libertà? Giusto che resistano all’aggressione, ma devono sapere che vinto un nemico avranno da subire tutta la pace dell’amico, la sua intromissione politica ed economica nel territorio ucraino, venduta come libertà democratica occidentale, come insieme di valori condivisi, di unità tra i popoli.

L’Unione europea farà così da cornice istituzionale ad una Ucraina sottratta alla sfera di influenza russa e tutto diventerà più semplice per chi vorrà fare affari nella ricostruzione del paese, nel suo riarmo (caso mai ve ne fosse ancora bisogno…) e nello sfruttamento delle sue risorse più importanti: dal sottosuolo del Donbass all’acciaio di Mariupol, al grano delle grandi pianure.

E la Crimea? Al momento serve come leva, offerta a Putin su un piatto d’oro, per esacerbare gli animi, disporre una evoluzione preoccupante del conflitto. Naturalmente sarà sempre e soltanto colpa del tiranno di Mosca se ci saranno più morti e stermini di massa. Del resto, quelle di Stoltenberg sono solo parole, perché l’Occidente è e non può non essere la parte giusta da cui stare, quella del bene contro l’impero del male.

MARCO SFERINI

8 maggio 2022

foto: screenshot

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