Il terrorismo non è figlio unico

La costruzione di un alternativa al terrorismo è, necessariamente, costruzione anche di una alternativa di società. Non si può pensare di fare una battaglia sociale e politica contro una...

La costruzione di un alternativa al terrorismo è, necessariamente, costruzione anche di una alternativa di società. Non si può pensare di fare una battaglia sociale e politica contro una idea di terrore scatenato con attacchi kamikaze e guerre pseudo-religiose senza mettere in campo un progetto nettamente contrapposto a ciò che ha generato tutto ciò: il sistema economico in cui crescono le differenze tra i popoli, le voglie di egemonie non tanto culturali ma materiali, volte a fare del proprio popolo quello “eletto” dal mercato.
Così è stato ed è ancora oggi ad esempio per gli Stati Uniti la cui missione rigeneratrice del mondo è fondata sul binomio: ordine e felicità. Laddove quest’ultima è legata indissolubilmente ad una ispirazione esclusivamente liberista, quindi una “felicità del mercato” e non una “felicità delle genti”, dello stesso popolo americano.
Il tutto si lega al mantenimento dell'”ordine” costituito, al ginepraio di interessi protetti dal complesso sistema di potere americano dove sono pochissimi gli angoli in cui si può ricercare un po’ di sana democrazia in vecchio stampo ateniese o, anche soltanto, ispirata dal vecchio generale massone Washington.
Terrorismo e potere politico sono legati, dunque, ad una comune origine capitalistica.
Gli analisti cercano di trovare ragioni sociologiche negli atti dei singoli gruppi più o meno ispirati dal Daesh e lo fanno provando ad isolare queste ragioni dal contesto economico in cui nascono e crescono le stesse persone, lo stesso Isis.
La produzione del terrorismo odierno è frutto delle controversie egemoniche nell’area mediorientale, così come la produzione dei fenomeni migratori (che poco o niente hanno a che fare con il crescendo degli attentati in Europa) è essa stessa frutto dello sfruttamento di interi continenti da parte di nuovi poli economici emergenti: uno fra tutti quello cinese che sta sempre di più invadendo il mercato africano a scapito di quello americano.
Purtroppo una critica marxista su tutti questi avvenimenti sarà (ed è) molto difficile ascoltarla in televisione dove passa il 99% dell’informazione, quindi di ciò che gli stessi poteri economici che regolano le nostre vite vogliono che si sappia.
Per sfuggire a questo condizionamento diretto delle menti non si può fare altro se non provare ad informarsi altrove, magari su Internet, su ogni sito che esprima anche un timido dubbio laddove si afferma che il terrorismo è un fenomeno abietto, moralmente condannabile e niente di più se non la scellerata culla di addormentamento di coscienze bollate come “impazzite” ma, in realtà, cresciute in un fanatismo ideologico-religioso che è semplicemente un pretesto per fomentare nuove contrapposizioni tra i popoli, far crescere l’insicurezza sociale e determinare quindi una situazione favorevole a sviluppi dell’economia di mercato che aiutino i finanziatori del Daesh ad avere, loro sì, la partita aperta un po’ ovunque per contrattare nuovi prezzi. Di cosa? Petrolio, gas naturale, merci di ogni tipo, relazioni internazionali tra stati…
Si commercia d’ogni cosa ormai. Soprattutto si commercia di ciò che fino ad oggi è stato incommerciabile. Si rende merce anche la paura stessa. La si paga a peso d’oro…
Dunque, il terrorismo non è soltanto il terrorista, come scrivevo ieri su queste pagine, ma va oltre il singolo burattino affascinato da un pensiero forte perché ripetuto ossessivamente al solo scopo di riempire un vuoto mentale fatto di insoddisfazione, rabbia, rivolta contro pregiudizi e razzismo. Vicendevoli. Perché tutti viviamo nei pregiudizi e qualcuno pronto a sfruttarli esiste sempre…

MARCO SFERINI

19 agosto 2017

foto tratta da Pixabay

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